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Riflettendo sulle pensioni

di Carlo Cerofolini - 7 ottobre 2005

Riguardo al sistema pensionistico italiano, che oramai mostra tutti i suoi limiti, è opportuno fare alcune osservazioni, perché è conoscendo il passato che si può operare bene nel presente e progettare un futuro migliore; ed anche perché chi ha sbagliato paghi dazio con gli interessi e non salga più in cattedra a fare prediche. Nel dettaglio:

1) Non è del tutto esatto affermare che l'attuale sistema pensionistico sia a distribuzione, in quanto è in realtà corretto da una capitalizzazione non marginale, costituita dai beni immobili posseduti, attualmente in via di dismissione, dai vari enti previdenziali. Anche se questi immobili, non di rado, i vari enti previdenziali li hanno a suo tempo comperati a prezzi non proprio di mercato (palazzi d'oro), ed inoltre sono stati e sono fonte di rimessa anziché di entrate cospicue. Ciò per avere tassi di morosità elevati, manutenzioni onerose e canoni in genere ridicoli - anche grazie all'«equo canone» ed all'inerzia dei vari enti - soprattutto per gli abbienti, i potenti e gli «ammanigliati», nonché per varie associazioni - come affittopoli e dintorni insegnano.

2) I contributi versati dai lavoratori sono stati usati - volendo usare un eufemismo - in modo non proprio oculato, per erogare le cosiddette pensioni ultra baby, per le pensioni d'oro, per gli aiuti (cassintegrazioni lunghe, prepensionamenti ecc...) al capitalismo assistito, e soprattutto si sono mandate in pensione, fino a ieri, persone anche con meno di 50 anni d'età, con scivoli, incentivi e quant'altro. Senza poi contare i privilegiati della cosiddetta legge Mosca del 1974, e successive proroghe, sui riconoscimenti degli anni di servizio scoperti da contributi per i dipendenti di sindacati e partiti, che da circa 3.000 previsti sono poi più che decuplicati. Il tutto per cifre di decine di miliardi di euro annui. A tutto questo - per avere un quadro più completo di uno sfascio annunciato - si devono poi aggiungere pensionopoli e invalidopoli, a carico degli enti previdenziali anziché della fiscalità generale.

3) Ai vertici dei vari enti pensionistici, direttamente od indirettamente, controllori e controllati sono stati e sono appartenenti in gran parte alla stessa «ditta», ovvero ai sindacati confederali, con tutte le controindicazioni del caso.

Da questa breve disamina - cui si deve aggiungere la diminuzione drastica del rapporto fra occupati e pensionati e l'aumento della vita media di quest'ultimi - ben si capisce come le casse degli enti pensionistici non possano essere che vuote e che, quindi, è necessario mettere in essere le misure più adatte affinché, da un lato, certi errori non si debbano più ripetere, dall'altro per rendere sostenibile nel tempo il sistema pensionistico, non penalizzando più di tanto i lavoratori in regola.

Questo è quello che sta cercando di fare il governo Berlusconi, che deve oltretutto guidare la transizione dal vecchio sistema retributivo a quello contributivo, previsto dalla riforma Dini del 1995, per evitare che chi ricade nel contributivo completo non abbia poi pensioni troppo basse. Siccome però un ottimo antidoto a questa deriva puperistica è indubbiamente e soprattutto quello di riuscire a far nuovamente decollare l'economia in modo che il PIL aumenti considerevolmente, lavorare per il Re di Prussia, con scioperi ideologici o con scelte ambientali inutilmente penalizzanti per l'economia e qualità della vita, come anche la rinuncia al nucleare insegna, non serve proprio a nessuno, se non forse ai coartefici di questa situazione.

Infine, per dare a Cesare quel che è di Cesare, è bene ricordare che le sinistre ed i sindacati (soprattutto confederali), per decenni, di norma hanno chiesto e/o avallato e/o tollerato provvedimenti che hanno fatto dilatare in modo abnorme non solo la spesa pensionistica ma pure il debito pubblico, con la politica del deficit spending. A questo punto, a buon intenditor poche parole.

! Carlo Cerofolini
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