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Università: malumori, ma di chi?di Rita Bettaglio - 7 ottobre 2005 Il 29 settembre 2005 il Senato ha approvato il disegno di legge n. 3497 dal titolo: Nuove disposizioni concernenti i professori e i ricercatori universitari e delega al Governo per il riordino del reclutamento dei professori universitari. I media ci hanno prontamente informati di rumorosi dissensi degli ambienti universitari, di rettori, professori e studenti. I giornali hanno riferito di allarmanti scenari che si profilerebbero nell'università italiana, a detta dei contestatori, tutti insider del mondo accademico. Premetto che non sono nè rettore, nè professore universitario, ma fui, in un tempo non troppo lontano, studente. Vidi, e continuo a vedere, che la situazione delle università è quella di un mondo chiuso, inaccessibile e non ci sono titoli che valgano ad aprire le porte. Tutti se ne lamentano: c'è chi prende il coraggio a quattro mani e decide di emigrare, come mia sorella, da più di un decennio negli USA, e c'è chi china il capo e si sottomette a lunghissimi anni di gavetta e sfruttamento nella speranza dell'agognato posto al sole accademico. I cervelli che vorrebbero entrare o rientrare nell'università italiana sono titubanti e sgomenti di fronte alla paralisi del sistema universitario, costituito da mille potentati inaffondabili, una casta nobiliare di incerta provenienza ma di sicura alterigia e supponenza. I rettori protestano contro la Moratti. Ma, di preciso, contro quali disposizioni protestano? Sono andata a leggermi il testo del ddl 3497 approvato il 29 settembre (trovate tutte le informazioni sul sito del Senato). Io non ho trovato tutti questi motivi di sgomento e a quanto pare neppure l'Unione Sindacale Professori Universitari di Ruolo (USPUR). In un comunicato del Segretario Nazionale intitolato Il pensiero dell'USPUR sul ddl Moratti, l'USPUR dichiara ufficialmente che esso «contiene norme interessanti, che incideranno positivamente sul reclutamento, sull'operatività, sulla dignità, sulla valutazione e, quindi, sul buon andamento degli studi universitari, a tutto vantaggio degli studenti e del Paese». Codeste norme, ribadite nel testo approvato il 29 settembre dal Senato, delineano un nuovo, più trasparente iter per l'accesso al mondo universitario e della ricerca. Saranno bandite dal Ministero dell'Istruzione, con proprio decreto, «procedure finalizzate al conseguimento della idoneità scientifica nazionale, entro il 30 giugno di ciascun anno, distintamente per le fasce dei professori ordinari e dei professori associati» (ddl 3497, art.1, comma 5, lettera a). Questa idoneità, che «non comporta diritto all'accesso alla docenza», avrà una durata non superiore ai quattro anni. Di conseguenza «le università procedono alla copertura dei posti di professore ordinario e associato a conclusione di procedure, disciplinate con propri regolamenti, che assicurino la valutazione comparativa dei candidati e la pubblicità degli atti, riservate ai possessori della idoneità» (ddl 3497, art.1, comma 8). Questo significa, in parole povere, che le università non potranno concedere, con criteri propri (e troppo spesso legati alla realtà locale), l'idoneità all'insegnamento, ma essa dovrà essere attestata a livello nazionale, in ambiente sicuramente più neutro rispetto a quello dell'ateneo di appartenenza. Comprendiamo che ciò possa risultare sgradito a chi, fino a ieri, deteneva il potere assoluto nel proprio ateneo, ma la valutazione su scala nazionale garantisce maggiormente i candidati e non intacca l'autonomia delle singole università, anzi è loro d'aiuto nella scelta dei futuri professori. Inoltre il ddl prevede la facoltà da parte delle università di «procedere alla copertura di una percentuale non superiore al 10 per cento dei posti di professore ordinario e associato mediante chiamata diretta di studiosi stranieri, o italiani impegnati all'estero, che abbiano conseguito all'estero una idoneità accademica di pari livello» (ddl 3497, art. 1, comma 9). Ciò apre la porta ad uno scambio culturale ed esperienziale notevole, che non potrà che essere positivo per gli studenti, vista la precipua regionalità del corpo docente universitario italiano. Avere professori universitari nati e cresciuti in loco è, infatti, una caratteristica tipicamente italiana: negli Stati Uniti, ad esempio, le università preferiscono sempre assumere professori formatisi in altri atenei, per favorire lo scambio culturale ed arricchire il panorama offerto agli studenti. Della serie più diverso sei, meglio è. Il paradosso tutto italiano è che chi strilla per il multiculturalismo, nella propria università preferisce praticare il vetusto moglie e buoi dei paesi tuoi. Altro punto interessante è l'apertura al mondo esterno, quello del lavoro e della cultura. Il comma 12 recita: «le università possono realizzare specifici progetti di ricerca sulla base di convenzioni con imprese o fondazioni, o con altri soggetti pubblici o privati, che prevedano anche l'istituzione temporanea, per periodi non superiori a sei anni, con oneri finanziari a carico dei medesimi soggetti, di posti di professore straordinario da coprire mediante conferimento di incarichi della durata massima di tre anni, rinnovabili sulla base di una nuova convenzione, a coloro che hanno conseguito l'idoneità per la fascia di professori ordinari, ovvero a soggetti in possesso di elevata qualificazione scientifica e professionale». Tutto ciò apre la strada alla possibilità di ampliare la ricerca scientifica, con costi zero per i contribuenti. Qualcuno teme che le multinazionali prendano così possesso delle università e pilotino la ricerca su settori di rilevanza commerciale. Il timore è lecito, per carità, ma cosa ci stanno a fare schiere di rettori, presidi di facoltà, direttori di corsi di laurea, consigli universitari se non vigilano su quanto loro affidato e non lo gestiscono oculatamente in vista del maggior bene della ricerca scientifica? I dirigenti locali delle università saranno affiancati in questo compito dal Ministero, come è scritto a chiare lettere poco più avanti: «a tale fine le università formulano specifiche proposte al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca che, previo parere del Consiglio universitario nazionale (CUN), concede o rifiuta il nulla osta alla nomina» del professore straordinario. Come dire: molti occhi vedono meglio di pochi. E di ciò i rettori dovrebbero essere contenti. Questo non è che un breve excursus sul ddl approvato dal Senato ed osteggiato in primis dai rettori. Siamo convinti che, a dispetto delle minoranze vocianti, ci sia, nell'università italiana, una maggioranza silenziosa che vede di buon occhio la maggiore trasparenza e qualità del sistema. Sono tutti quelli che scarpinano giorno e notte dietro a professori dai mille incarichi, quelli che non possono parlare per paura di vedersi togliere anche le briciole che faticosamente hanno raccolto, quelli che potrebbero dare molto alla ricerca, se solo fosse loro permesso. Sono i nostri ragazzi che spesso devono far fagotto ed attraversare l'oceano, perchè qualcun altro non smolla neppure uno dei suoi tanti privilegi.
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Ragionpolitica, periodico on line n.130 del 7/10/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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