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Quale storia per gli italiani?di Stefano Doroni - 14 ottobre 2005 Ci stiamo avvicinando a passi decisi verso il 60° anniversario della nascita della Repubblica. Avremo tempo di tornare sull'argomento prima del 25 aprile 2006, ma l'uscita del nuovo libro di Giampaolo Pansa, Sconosciuto '45, ci impone una riflessione fin da ora. Al di là della quantità impressionante di delitti commessi nel famigerato «triangolo della morte» (fra Bologna, Reggio Emilia e Ravenna) dai partigiani e dagli attivisti comunisti negli anni 1945-'47 (quindi anche dopo che la guerra era finita), che Pansa puntualmente ricorda come già aveva fatto con coraggio nel suo Il sangue dei vinti, bisogna ragionare sulla mitologia antifascista che è stata arbitrariamente posta a fondamento dell'Italia libera e repubblicana. Innanzitutto perché un Paese moderno, libero, liberale e democratico non può non dirsi antitotalitario e perciò ugualmente antifascista e anticomunista: ma questa paroletta non figura nella retorica politica e nella cultura ufficialmente riconosciuta del nostro Paese. E poi perché è l'ora di una salutare ventata revisionista che spazzi la storia vulgata che ci fanno studiare fin da ragazzini dalle scorie ideologiche e quindi dalle menzogne propagandistiche spacciate per sacrosante verità. Affermazione eretica, questa, per la gran quantità di tromboni accademici che difendono una storia fatta di dogmi intoccabili come una sacra e immodificabile scrittura e per i loro obbedienti scolaretti che gli fanno da assistenti, insegnano nelle scuole o riempiono libri e giornali di una retorica nemica della verità. Ma i fatti cantano al posto loro. Siamo abituati da decenni a sentir ripetere, come una melensa giaculatoria, che l'Italia libera e repubblicana nasce dalla Resistenza. Come a dire che prima non c'era niente, tabula rasa: un Paese rozzo, ignorante e violento schiacciato sotto il peso di una feroce dittatura (quella fascista), che per un benedetto miracolo vede compiersi la saga fondatrice di una nuova e migliore civiltà grazie alla sollevazione compatta di un popolo antifascista che fa giustizia delle angherie del suo vecchio oppressore. E questa nuova civiltà, spuntata nel deserto della barbarie, porta sulla fronte il marchio dell'antifascismo, mette il fazzoletto rosso al collo e strizza l'occhio a Stalin, il grande uomo che guida il Paese dove brilla il «Sol dell'avvenire». Sfrondata degli orpelli retorici, che fanno da schermo ipocrita alla realtà dei fatti, la verità sta tutta qui. La maggior parte della Resistenza non era comunista, ma comunque i comunisti si sono impadroniti di tutta la storia partigiana, anche di quella che comunista non era stata, per ergersi a paladini e costruttori della democrazia italiana. L'antifascismo come discriminante morale fra uomini degni e indegni di considerazione e rispetto serviva a qualificarsi in senso positivo ricordando solo quello che essi non erano: ma mai hanno detto la verità né sull'Unione Sovietica e sui suoi infiniti orrori né sui crimini di cui la Resistenza comunista si era macchiata nell'immediato dopoguerra. Nel disegno rivoluzionario stalinista che ispirava la Resistenza comunista la lotta antifascista era la fase preliminare della rivoluzione bolscevica: dalla lotta di liberazione alla lotta di classe il passo doveva essere breve, e lo fu, in quei mesi terribili nel triangolo comunista emiliano. La Resistenza era in mano a chi voleva far transitare l'Italia dal nero al rosso, senza passare per la libertà. L'«alt» staliniano alla rivoluzione comunista in Italia, ben recepito dal fedele Togliatti, ruppe i «sogni di gloria» dei resistenti. Del resto, l'amnistia voluta dallo stesso Togliatti aveva contribuito ad etichettare questi crimini infami, almeno quei pochi che si conobbero subito, come atti di «giustizia popolare». Buon per noi che l'Italia libera e repubblicana che abbiamo oggi è piuttosto frutto della lungimiranza e dell'equilibrio di uomini come De Gasperi e dell'intelligenza degli elettori nel chiuso delle urne (a cominciare da quell'aprile del 1948 in cui gli italiani dissero «no» alle sirene staliniste), che delle azioni dirette di quella Resistenza che si pretende fondamento e atto legittimatorio di ogni forma di democrazia. Perché se l'Italia odierna fosse veramente nata dal fondamento di quella Resistenza avremmo avuto anni e anni di regime sovietico alle spalle e oggi saremmo nelle stesse condizioni dell'Ucraina o della Romania; avremmo avuto sul collo il fiato opprimente di Stalin, e nelle orecchie il rombo dei carri armati dell'URSS se ci fossimo azzardati a ribellarci, piuttosto che la presenza discreta e protettrice (come è stato) degli USA. La Resistenza degli «eroi» che si resero protagonisti dei delitti orrendi del «triangolo della morte» avrebbe contribuito alla rivoluzione comunista facendo dell'Italia un Paese satellite dell'URSS: e meno male che questo, anche per quanto fu deciso a Yalta sulla cartina geopolitica del mondo, non fu possibile. L'Italia nata dalla Resistenza sarebbe dunque stata un regime opprimente e criminale quanto quello che ne incarnava, oltre la cortina di ferro, i lugubri miti di origine marxista. A dire il vero un regime è nato comunque: un regime subdolo e bugiardo che si è espresso in particolare nell'omologazione delle voci della cultura. In pratica, se non eri un intelettuale organico all'impostazione gramsciana e marxista della cultura imperante eri squalificato: cosa che, anche se con minore intensità e maggior discrezione, accade ancora oggi. Grazie alla sistematica occupazione dei mezzi di informazione e dei gangli della produzione culturale (università, editoria, giornali, televisione), nonché dei centri di formazione (atenei e scuole di ogni tipo), i comunisti hanno potuto contare sulla diffusione di una vulgata storica filoresistenziale e moralmente antifascista che oggi ha bisogno di una profonda revisione: non per fare una propaganda opposta, ma per ristabilire, con sufficiente onestà intellettuale, il rispetto della realtà dei fatti e considerare il peso delle loro conseguenze. Per comprendere che se l'Italia è libera e democratica non è certo per merito di chi voleva sovietizzarla. Anzi: la cultura guerraiola dell'odio di classe che animava quel mito partigiano, passando per l'esperienza della cosiddetta «resistenza tradita» (proprio a causa del mancato sbocco rivoluzionario) forma una specie di «fiume carsico» che attraversa la storia del dopoguerra italiano, per riaffiorare nelle violenze del Sessantotto e nelle atrocità del terrorismo rosso degli anni di piombo; fino a sfociare nel mare torbido degli attuali movimenti dell'estrema sinistra parlamentare, li si chiami come si vuole: disobbedienti, no global, pacifisti ideologici antioccidentali e filojihadisti. Dalla cultura comunista che riempì di sé anche la Resistenza rossa parte una storia di antagonismo verso la democrazia occidentale, di un disprezzo verso le strutture politiche e le istituzioni liberali sempre presente nella vicenda del Pci, anche se ora si chiama in gran parte Ds e si è appiccicato addosso una vernice liberal che non gli si addice. Senza la riscoperta di queste realtà di fatto gli italiani non potranno mai liberarsi dalla cappa di menzogne che decenni di imperante cultura comunista gli hanno imposto, fin dai banchi delle scuole elementari. Ma non c'è da illudersi: anche nel prossimo aprile le voci fuori dal coro giubilatorio della mitologia resistenziale saranno una minoranza demonizzata dai guru dell'intellighenzia di sinistra e incompresa dai tanti italiani ancora legati alla conoscenza di una storia scritta a servizio di una parte politica. Non per questo però sarà lecito tacere, a meno di non rendersi complici di un gigantesco raggiro.
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Ragionpolitica, periodico on line n.131 del 14/10/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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