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Cristiani sotto assedio in Egitto

di Martino Pillitteri - 21 ottobre 2005

La scorsa settimana, un gruppo di tremila persone di fede musulmana ha cercato di fare irruzione all'interno di una chiesa copta nei pressi di Alessandria d'Egitto. Duecento poliziotti sono dovuti intervenire e proteggere i fedeli che, terrorizzati, non avevano il coraggio di uscire. Ma perché un gruppo di tremila persone voleva fare irruzione in una chiesa e picchiare chiunque si trovasse a portata di mano? In quanto era impossibile farlo in un teatro, la chiesa in questione aveva concesso il proprio spazio per consentire la rappresentazione di una recita teatrale amatoriale, intitolata Prima ero cieco e ora ci vedo, nella quale si narra la storia di un giovane universitario cristiano egiziano che accetta dei soldi da un gruppo di musulmani per convertirsi all'Islam. Una volta disincantato dalla nuova religione, decide di riconvertirsi al cristianesimo, incorrendo così in minacce di morte da parte dei leaders musulmani della sua comunità.

La notizia dell'attacco alla chiesa è uscita sui giornali arabi con il contagocce. Di chiara matrice islamista, i mezzi di comunicazione hanno giustificato l'attacco poiché trovano che quella rappresentazione sia offensiva nei confronti dei musulmani, rinnegando però il principio della libertà di espressione dei cittadini che è un caposaldo della società e della stampa stessa in particolare.

I blog egiziani tuttavia, hanno ripreso la notiza e messo in rete i dettagli scomodi che il mondo politically correct pro-intifada ha cercato nell'occasione di nascondere. Non solo un prete è stato picchiato, ma per le strade del paese (Muharram Bec) è scoppiata una sorta di geurra civile. Gli imam locali hanno infatti incoraggiato i fedeli musulmani ad attaccare i cristiani della comunità, esortando alla violenza dagli speakers delle moschee.

Questo episodio dimostra due cose fondamentali: in Egitto è in corso una guerra fredda tra cristiani (che sono il 10% della popolazione) e musulmani. Tutti lo sanno, ma nessuno lo ammette pubblicamente. Poi, i mezzi di comunicazione arabi non riescono o non vogliono essere obiettivi nei confronti degli atti di intolleranza dei musulmani, anche quando questi danneggiano i musulmani moderati o gli arabi cristiani. Dietro questo atto di pseudo-guerriglia si nasconde il movimento della Fratellanza Musulmana. Questa organizzazione islamista, che è ufficialmente bandita per legge da ogni tipo di elezione, è negli ultimi tempi particolarmente attiva sul territorio egiziano con varie manifestazioni nei campus universitari e nei circoli culturali. La Fratellanza vuole candidarsi alle elezioni del rinnovo del parlamento, che si terranno dall'8 novembre.

Quello che persino i blog egiziani si chiedono è se sia opportuno lasciare che gli integralisti abbiano il diritto di candidarsi. In una società democratica, in fondo, tutti dovrebbero avere il diritto di candidarsi. Tuttavia, nelle manifestazioni dei giorni scorsi, in perfetto stile islamista (donne velate dalla testa ai piedi manifestavano a debita distanza dagli uomini) i supporters della Fratellanza hanno mostrato la loro vera faccia. La natura dei loro slogan si basa sul ritorno della società egiziana ai tempi del Profeta, con punizioni capitali e la solita immancabile jihad contro l'America e i suoi alleati. L'istanza principale dell'organizzazione è fondamentalmente maggiore libertà per loro stessi, ma anche limitata libertà per i liberali, i riformisti e i laici.

Il presidente Mubarak, aspramente criticato dall'intellighenzia islamista araba e da quella di sinistra europea, anche se prima delle elezioni presidenziali del mese scorso aveva promesso di eliminare la legge cosiddetta «dell'emergenza» (che vieta alle organizzazioni di matrice religiosa di essere rappresentate politicamente), non sembra intenzionato ad aprire ai fanatici e non sembra dar credito alle proposte buoniste e di impostazione relativista dei partiti egiziani di ispirazione marxista.

Dopo l'attacco alla chiesa copta, c'è da chiedersi non solo come mai ci sia ancora qualcuno che continua a proferire che anche i super-conservatori fanatici debbano partecipare alle elezioni in generale, ma anche se non sia il caso di andare fino in fondo ed eliminare il problema alla radice. Può risentirne il processo democratico nel Medioriente, se i fanatici vengono esclusi dai processi elettorali? L'America insegna che non si possono fare concessioni e cedere alle pretese dei fanatici e dei fondamentalisti. Gli opinion makers di sinistra invece, premono per far entrare gli integralisti e i super-nazionalisti nell'arena delle elezioni. Mentre i primi, cioè gli americani, sono quelli che non hanno fatto sconti a Saddam, Arafat & Co., gli altri sono quelli che appoggiano Hamas, Fidel Castro e i mullah iraniani. I risultati parlano da soli.

Martino Pillitteri

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Ragionpolitica, periodico on line n.132 del 21/10/2005
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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