RAGIONPOLITICA.it - Giornale online di cultura e politica Logo RAGIONPOLITICA.it
numero 280
6 marzo 2008
 
HOMECHI SIAMOCREDITSSCRIVI  
 
 
segnala ad un amicosegnala l'articolo ad un amico stampa l'articolostampa l'articolo

Romanzo criminale

di Andrea D’Elia - 21 ottobre 2005

Romanzo criminaleLa banda della Magliana, leggenda malavitosa nata in mezzo alla periferia romana, proposta nel Romanzo criminale del magistrato Giancarlo De Cataldo, è diventata, per mano di Michele Placido una pellicola molto attesa. La vicenda narra l'inarrestabile escalation di tre «delinquentelli» animati dalla voglia di controllare l'intero traffico di stupefacenti della Capitale, i quali non si fermeranno dinnanzi a nulla e saranno disposti a spargere sangue ed a perpetrare i più terribili delitti, pur di spianarsi la strada verso l'apice della malavita organizzata. Attraverso questo sanguinoso ed oscuro cammino si imbatteranno nel raket della prostituzione, connivenze con la mafia, l'omicidio Pecorelli, le connessioni occulte con la Loggia P2 e addirittura nei complessi intrighi dei servizi segreti.

I protagonisti sono antieroi che, immersi in un'atmosfera da tragedia greca, vivono una tormentata avventura portata sullo schermo dagli attori più giovani, ma non per questo inesperti, del cinema italiano, come Anna Mouglais (la conturbante prostituta) e Riccardo Scamarcio che interpretano un ruolo secondario, fino ad arrivare ai capi della banda interpretati veramente bene da Kim Rossi Stuart (Freddo), Claudio Santamaria (il Dandi) e Pierfrancesco Favino (il Libanese). Ambigua ed assai controversa è la figura dell'antagonista dei nostri antieroi: il commissario di polizia, interpretato dal bravo Stefano Accorsi che s'innamora di Patrizia, la fidanzata del Dandi, che si lascia irretire dalle avances del commissario.

La narrazione scorre liscia e le due ore di pellicola di certo non annoiano lo spettatore che rimane per tutto il tempo come «sospeso» in una tela fragile, ma allo stesso tempo complessa. Il film coinvolge più che mai nei complotti interni, nelle alleanze, negli stratagemmi, tradimenti e disordini, tutti causati dall'uccisione del Libanese, spietato ma allo stesso tempo carismatico capo banda che da sempre riusciva a mantenere compatto il gruppo, a mettere tutti d'accordo e a creare una sorta di insano cameratismo. Insano ma tuttavia utilissimo per garantire l'impunità ed i grossissimi guadagni ad ogni membro della «società».

Nonostante le azioni abiette ed efferate ed i terribili crimini compiuti con naturalezza e disinvoltura dai famosi delinquenti, si riesce ad intravedere una sorta di affetto tra i complici, legame e rispetto quasi fraterno, come una specie di collante indispensabile, ma spontaneo, che riesce ad unire le diverse sfaccettature caratteriali dei protagonisti legati comunque da una speciale cosa in comune: una straordinaria attitudine e professionalità nel reato. L'amicizia, infatti, è l'unica cosa buona, è l'unico sentimento positivo che si riesce ad intravedere in mezzo alle numerosissime «pieghe caratteriali» dei personaggi. Quasi sacra, sarà però l'ennesima molla che genererà altra violenza e stillerà altro sangue, proprio perché contaminata da quell'insano senso dell'onore tipico delle peggiori associazioni a delinquere: non solo verranno freddati gli assassini del Libanese, ma anche un membro della banda stessa colpevole di «alto tradimento» (cercava di «mettersi in proprio» nel traffico di stupefacenti).

Tirando le somme, questo lavoro di Michele Placido, anche se non può considerarsi un capolavoro, dona al panorama moderno del cinema italiano, una ventata di freschezza, pur richiamando per certi aspetti, il sano film poliziesco italiano anni Settanta, ma non plagiandolo. Il risultato appare sicuramente apprezzabile, soprattutto grazie alla capacità ed alla creatività di Michele Placido che per tanti anni ci ha regalato interpretazioni della malavita affascinanti, coinvolgenti e verosimili. L'unica pecca, se proprio dobbiamo trovare un difetto a questo lavoro, potrebbe essere l'atmosfera alla Quentin Tarantino, che dona una sorta di alone surreale ad alcune scene e che, alla lunga, rende alcuni aspetti della vicenda non troppo credibili perché troppo forzati.

Andrea D’Elia

SCRIVI UN COMMENTO A QUEST'ARTICOLO

i migliori verranno pubblicati in queste pagine

Nome o nickname:
Titolo:
Commento:
Caratteri disponibili:


 

Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.132 del 21/10/2005
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
© 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata
Riproduzione riservata