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6 marzo 2008
 
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Campi nel mondo, Asia

di Mariacristina Nasi - 4 novembre 2005

Vietnam

Il Vietminh «ha aperto in tutto un centinaio di campi militari e di prigioni civili», che hanno «seguito un andamento in tre tempi»: dal 1946 al 1950 i pochissimi prigionieri sono solitamente «esibiti a fini propagandistici o affidati alle milizie locali»; dal 1950 al 1953 viene praticato l'indottrinamento dei detenuti delle truppe francesi e le brutalità dei guardiani diminuiscono; tra il 1953 e il 1954 le liberazioni calano e i campi di rieducazione dei comunisti vietnamiti «assumono spiccate caratteristiche mortifere». Sono i prigionieri a costruire il campo, privo di recinzione, poiché evadere è pressoché impossibile per la distanza da percorrere (tra i 100 e i 200 chilometri), l'ostilità dell'ambiente, la rarità delle piste, la collaborazione degli abitanti della zona, cui viene corrisposto un premio, in caso di cattura di un evaso.

Si fa leva sullo sfinimento dei detenuti per cancellare ogni resistenza; sia nei campi di rieducazione che in quelli per prigionieri di guerra, l'opera d'indottrinamento è intensa e prevede «una buona dose di degrado fisico e psichico»: dopo che i 2/3 dei prigionieri del campo sono morti, un commissario politico mira a trasformare i sopravvissuti in «propagandisti dell'ideologia marxista». In taluni casi, il tasso di mortalità generale giunge al 60%, a causa delle mancate cure prestate ai feriti e al lavoro richiesto, sproporzionato rispetto alla scarsa alimentazione.

I comunisti «applicano un severissimo controllo sulla popolazione» e fondano il loro potere su due istituzioni: l'ho khau, ovvero «l'autorizzazione di residenza che si ottiene dietro richiesta scritta, accompagnata da una dettagliata autobiografia», e la suddivisione in zone. Il funzionamento di questi due sistemi permette di «allontanare dalla loro residenza, e quindi dalla famiglia, gli elementi che si desidera sottoporre ad uno stage di rieducazione». Si praticano semideportazione, domicilio coatto e internamento nei campi, che possono essere: di lavoro, per individui politicamente arretrati; di concentramento, per la rieducazione; per minorenni; per militari; per indesiderabili, «asociali e non conformisti».

Infine, vi sono campi, detti «dell'amicizia», che accolgono i detenuti stranieri, soprattutto cambogiani e laotiani. Tra le motivazioni che possono decidere l'internamento: «un look poco conformista, una vendita illegale, gusti musicali decadenti». I detenuti devono sottoporsi al programma di rieducazione e nel contempo lavorare (dissodare foreste, spaccare pietre); il rigore dell'isolamento «cresce con l'importanza del detenuto»; raramente sono permessi pacchi e visite; il cibo è scarso; si è obbligati a sedute di autocritica, critica e propaganda; la domenica «si scrive la propria biografia». I comunisti vietnamiti «praticano lo sterminio lento, senza scariche di kalashnikov o forni crematori, lontano da sguardi troppo curiosi». Nel 2000 i campi di lavoro "sarebbero stati quasi 200, per un totale di 200.000 detenuti", la maggioranza dei quali composta di detenuti comuni, benché figurino anche intellettuali, bonzi, sacerdoti e giornalisti.

Laos

E' stato travolto dalla guerra del Vietnam: dopo la presa di Saigon del 30 aprile 1975, finì «nell'orbita comunista vietnamita»; il 2 dicembre 1975 venne proclamata una repubblica democratica popolare; in seguito, grazie al lavoro dei detenuti, si allestirono alcuni «campi di rieducazione», caratterizzati da denutrizione (responsabile dei 2/3 delle morti) e disciplina severa. I campi meno duri dovevano «rieducare» prostitute e piccoli delinquenti; quelli intermedi ex funzionari ed ex ufficiali; i più rigorosi, «nemici dichiarati di qualsiasi regime comunista». Il commissario politico del campo «proponeva a ciascun detenuto di rientrare nella vita sociale normale, assimilando le verità del nuovo regime». Vi erano sedute di critica e autocritica; capanne per gli interrogatori e celle di punizione; solo i guardiani avevano diritto all'ospedale. La chiusura del campo, l'ostilità della natura, il controllo sul paese e il collaborazionismo stroncarono le fughe e favorirono le catture, punite anche con la morte. In questi casi, il cadavere era esposto davanti agli altri detenuti, talora obbligati ad essere i carnefici dell'evaso.

I campi di concentramento ancora esistono; tuttavia «la grande ondata di rieducazione» si è esaurita intorno al 1986. Agli inizi degli anni Ottanta i campi d'internamento furono sostituiti da un sistema di «sorveglianza individuale»: i detenuti erano costretti al domicilio coatto e al lavoro obbligatorio in fattorie collettive. Le liberazioni non coinvolsero la totalità dei prigionieri: i nuovi oppositori politici venivano accusati durante processi farsa e condannati. Nel 1987 persistevano i campi di rieducazione; negli anni Novanta, i campi, svuotati dei prigionieri da rieducare, hanno accolto le vittime delle purghe, minorenni compresi.

Cambogia

Dopo la presa di Phnom Penh da parte dei khmer rossi, il 17 aprile 1975, la volontà di costruire una società «radicalmente comunista» e stroncare qualunque opposizione attraverso «l'eliminazione degli avversari reali o potenziali», sembrava presagire l'instaurarsi di un sistema concentrazionario. In realtà, la Cambogia rivoluzionaria ha avuto prigioni «numerose e terribili per il tasso di mortalità e le torture che vi si praticavano», conosciuto esecuzioni di massa e omicidi, ma «non ha avuto campi, o ne ha avuti pochissimi». Il campo, infatti, «presuppone la delimitazione di uno spazio all'interno del quale si esercita l'onnipotenza totalitaria»; mentre i khmer rossi praticano ovunque la violenza e il potere totalitario, sicché «l'intero paese è diventato un campo».

Si nega identità giuridica e morale agli individui; i tribunali non esistono più; il potere politico, che si esercita nelle comuni popolari, create dopo la vittoria comunista, svolge la funzione di eliminazione, propria dei campi. Un quarto della popolazione scompare; tuttavia, lo scopo non è sterminare il popolo khmer, quanto chiunque si opponga al progetto di costruire la «nuova comunità». I khmer rossi preferiscono l'estirpazione alla rieducazione, perciò molti intellettuali sospetti sono uccisi. Il 7 gennaio 1979 il regime dei khmer rossi crolla: almeno un milione di persone sono state eliminate.

Corea del Nord

«Quello della Corea del Nord è un regime vetero-staliniano ormai senza eguali in nessuna parte del mondo, nel quale la totale assenza di libertà d'opinione, d'informazione e di movimento fa a gara con la miseria materiale più nera». Si effettuano esecuzioni pubbliche; dopo un processo, spesso, sommario, i «comuni» sono rinchiusi in prigione, dove «si pratica la tortura, si lavora 16 ore al giorno e si patisce la fame». Pur non disponendo di molte informazioni, pare che oggi vi siano «una decina di grandi campi di concentramento»; cui vanno aggiunti «centinaia di piccoli centri di detenzione»: esistono quasi 200 campi di lavoro, uno per distretto amministrativo.

Le condizioni di lavoro sono severe; la condanna all'internamento viene pronunciata da un ufficiale della polizia locale. Prima che si costituisca ufficialmente la repubblica popolare e democratica, si allestiscono i campi destinati ai nemici del regime. Si distinguono i detenuti «recuperabili», con speranza di uscire (rappresentano circa un terzo dei prigionieri, perlopiù piccoli criminali o famiglie di criminali), da quelli «irrecuperabili», il cui invio al campo si accompagna alla perdita di tutti i diritti civili: non più sedute di critica e autocritica, né corsi di formazione politica, ma eliminazione. Gli «irrecuperabili» lavorano di più e sono sottoposti ad una più stretta sorveglianza; l'isolamento è totale; ogni resistenza punita. Le esecuzioni hanno cessato di essere pubbliche all'inizio degli anni Novanta; «si procedeva in vari modi: fucilazione, impiccagione, lapidazione, bastonate o badilate».

Oggi si muore per fame, malattie, incidenti o esecuzioni. L'organismo più segreto dell'amministrazione concentrazionaria è il Terzo Bureau: i suoi agenti hanno «ricevuto un addestramento speciale in materia di repressione e tecniche di tortura». Un altro bureau «si occupa del controllo ideologico» e vigila sulle sottrazioni di cibo, denaro o materiali. I campi sono organizzati per controllare e sfruttare i detenuti; ogni campo ha la sua specializzazione. Le condizioni lavorative, igieniche e alimentari sono estremamente dure; una volta morti, si è gettati in una fossa comune. Anche le famiglie dei sospetti devono subire la rieducazione ed essere isolate. L'apparato di sicurezza del campo consta di torri di guardia, sistemi d'allarme, trappole e filo spinato. La liberazione del prigioniero avviene se la direzione del campo ritiene che questi abbia dato «sufficienti prove di progresso ideologico».

Indonesia

Tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965, «un colpo di stato rovescia il regime del presidente Sukarno» e «porta alla vittoria dei militari guidati dal generale Suharto», confermato capo dello stato nel luglio 1966. I nemici del nuovo regime sono vittime di un massacro, iniziato nell'ottobre 1965, protrattosi l'anno successivo: centinaia di migliaia di persone sono uccise e i loro cadaveri «ritrovati nei campi, nei canali e nei fiumi di tutto il paese». Poiché le prigioni sono affollate, vengono allestiti dei campi. Il fenomeno concentrazionario non è nuovo nella storia del paese: alla fine degli anni Venti, i coloni olandesi avevano costruito dei campi per gli indipendentisti, insorti contro il potere coloniale; erano stati a loro volta internati dall'occupante giapponese, dal 1942 al 1945. A differenza di quanto accadde negli anni 1927-1930 e 1942-1945, i campi dell'esercito indonesiano «non occupano un posto centrale nell'apparato repressivo», che preferisce massacrare e torturare.

L'invio di migliaia di persone in prigione e nei campi è «l'aspetto più pianificato della repressione»: cessati i massacri, si susseguono arresti e deportazioni. I prigionieri sono suddivisi in tre categorie, a seconda della maggiore o minore opposizione al regime: i più pericolosi sono «ammazzati sul posto o segregati in caserme di massima sicurezza»; i sospetti, numerosi intellettuali e dirigenti, inviati nei campi, lontani dalle famiglie; i meno temibili, rinchiusi in prigione. Una prima ondata di liberazioni avviene il 15 dicembre 1977.

! Mariacristina Nasi

Le informazioni sono tratte da Il secolo dei campi - Detenzione, concentramento e sterminio: 1900-2000, di Joël Kotek e Pierre Rigoulot, Mondadori, 2001.

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