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6 marzo 2008
 
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Odio di piazza

di Stefano Doroni - 28 ottobre 2005

La riforma dell'università approvata dal Parlamento ha vari meriti, fra i quali spiccano il tentativo di sottrarre i concorsi per la docenza alla «mafietta» politicamente corretta degli atenei e l'apertura verso un maggior contatto fra l'eccellenza culturale e il mondo della produzione. Era dunque ovvio che questa svolta non piacesse ai crocchi baronali dei professori comunisti o comunistoidi e che urtasse la sensibilità della sinistra allergica al mercato per tara d'origine, tanto da voler lasciare l'università nella supponenza spocchiona di una moderna nobiltà parassitaria che sembra vivere lontana anni luce dalla contemporaneità.

Ma, al di là di qualsiasi considerazione, parlano i fatti. La riforma è targata governo di centrodestra e quindi è un prodotto da cestinare, contro cui urlare a pieni polmoni: secondo copione scatta la mobilitazione in piazza, con i soliti slogan, avendo come caporioni i professori universitari, a partire da quelli - oggi magari ordinari o rettori - che vivono dei ricordi sbiaditi della follia sessantottina. E in piazza ci sono i soliti col passamontagna, che fronteggiano i poliziotti, che assediano Montecitorio. Non contano i contenuti delle leggi e delle riforme, ogni scusa è buona per il programma di demonizzazione dell'avversario che occupa quello spazio di governo che la cultura comunista rivendica a sé - in esclusiva - come esercizio del potere puro e semplice.

I fatti di Roma sono politicamente targati, tanto che non manca il puntuale interessamento verso questi «bravi ragazzi» da parte dell'On. Mussi, che si premura di far distribuire bottigliette d'acqua agli assedianti, come fossero eroici resistenti contro un bieco regime. Gli scontri - magari compreso qualche eccesso - non potevano mancare, naturalmente in seguito ad atteggiamenti inaccettabili da parte dei cosiddetti manifestanti: tutto ciò è parte di una strategia globale della sinistra che recupera vecchi cascami ideologici rispolverandoli come nuovi quando si tratta di drammatizzare fino all'estremo le questioni politiche. Manca di fantasia, la sinistra figlia e schiava del comunismo: ormai le manifestazioni di piazza non hanno più niente da dire, non possono più comunicare alcunché, tranne la loro intrinseca violenza; tranne ripetere lo stanco ritornello dei buoni contro i cattivi: e chi decide chi sono i buoni sono sempre loro, i compagni di sinistra, piazzati dentro le casematte del potere culturale e mediatico.

In piazza si scende solo apparentemente per protestare contro i «guasti» del governo o per inneggiare alla pace e ai buoni sentimenti (da quattro lire): in piazza si va per odio ideologico, che sempre odio è. Guerra di classe, lotta di potere per il potere, a partire da quello culturale che cerca di estendersi alle coscienze e manipolarle. Si agitano i vessilli di democrazia e pace, di interculturalità e buonismi vari, per nascondere dietro di essi la volontà di regime. Che la violenza e l'intolleranza siano il collante di questi fenomeni lo dimostra la recente manifestazione dei centri sociali di Torino: l'ideologia è la stessa dei rampolli universitari e dei loro capoccia in cattedra. Nel capoluogo piemontese, in particolare, si è trattato di un attacco al cattolicesimo in perfetto stile squadrista (o bolscevico, se si vuole, che fa lo stesso). Petardi fatti esplodere in chiesa (alla Parrocchia del Carmine), scritte eloquenti come «con le budella dei preti impiccheremo Pisanu», gente che orina sulla facciata delle chiese. Questi qui li chiamano pacifisti. Tutto regolare? Dobbiamo ringraziarli?

I metodi sono violenti, intimidatori, arroganti: i protagonisti della piazza, mandati allo sbaraglio dai caporioni politici, si qualificano come difensori della cultura, dicono di avere a cuore tante belle cose come la democrazia e la pace, si prendono la parte dei «buoni» contro i «cattivi», che sono tutti quelli che non stanno con loro. Ma le loro azioni rivelano ciò che realmente sono, la loro supponenza, la loro mancanza di tolleranza, la loro volgarità.

! Stefano Doroni
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