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Protocollo di Kyoto: quando l'ambiente è un pretesto

di Anna Bono - 28 ottobre 2005

A quanto pare, - e ce lo dicono da anni autorevolissimi scienziati come l'italiano Franco Battaglia - il Protocollo di Kyoto non solo non serve a rallentare significativamente il riscaldamento del pianeta e comporta oneri finanziari astronomici che dovrebbero quindi essere evitati, ma oggettivamente i governi che lo sottoscrivono non sono nemmeno in grado di applicarlo fino in fondo. Se è così, allora, una battaglia condotta in nome della tutela dell'ambiente e che appare sacrosanta, una vera crociata si potrebbe dire, se il termine «crociata» non fosse ormai politicamente scorretto, si rivela invece un ennesimo pretesto che lo schieramento antigovernativo in Italia, e quello no global a livello mondiale, usano per screditare i massimi leader politici dell'Occidente.

Legambiente, per esempio, a pochi mesi dall'entrata in vigore del Protocollo, avvenuta il 16 febbraio 2005, già accusa il nostro governo di gravissimi ritardi ed errori nella sua attuazione, quindi di essere al tempo stesso indifferente e incapace. «Sulla strada di Kyoto e della lotta ai mutamenti climatici siamo nelle retrovie - ha dichiarato di recente il presidente di Legambiente, Roberto della Seta - peggio di noi, tra i paesi industrializzati, stanno solo gli Stati Uniti. Questa è la prova del profilo sostanzialmente antiambientale delle politiche di questo governo». Si noti che l'espressione usata è «antiambientale» e non «antiambientalista», volendosi dunque intendere che il governo Berlusconi è nemico dell'ambiente e non solo dei movimenti ambientalisti e dei rimedi da loro proposti.

Ma c'è di più. Attribuendo a un aumento della temperatura terrestre episodi di scarsità, eccesso e irregolarità di precipitazioni atmosferiche, gli ambientalisti accusano chi non crede nell'utilità de Protocollo di Kyoto di condannare alla fame il terzo mondo. «L'effetto serra si sta già mangiando gli aiuti all'Africa»: è l'eloquente titolo di un lancio d'agenzia MISNA del 25 ottobre nel quale si spiega che i capitali, resi disponibili grazie alla cancellazione del debito estero multilaterale concessa a 27 paesi poveri, quasi tutti africani, e alla moltiplicazione dei contributi economici allo sviluppo - due provvedimenti decisi durante il vertice G8 dello scorso luglio -, saranno interamente assorbiti «dai crescenti costi per fronteggiare gli effetti negativi del cambiamento climatico in Africa», che determinerà un rapido incremento dei poveri.

A quanto pare questi sono gli argomenti che gli ambientalisti porteranno al vertice internazionale sul mutamento del clima in programma a Londra il 1 novembre prossimo, naturalmente puntando l'indice contro gli otto paesi più industrializzati. A nulla vale spiegare che micro e macro variazioni climatiche sono una costante nella storia documentata del pianeta, indipendentemente dall'apporto umano di CO2, e che, per fortuna, l'umanità ha saputo dotarsi di efficaci mezzi per contenerne i danni che difatti continuano a compromettere l'esistenza solo delle popolazioni - purtroppo la maggioranza - che ancora dipendono da tecnologie elementari che non consentono neanche il controllo delle acque e in generale rendono il lavoro umano poco produttivo.

Stupisce, tra l'altro, che chi davvero si preoccupa della salute della Terra presti così poca attenzione, per non dire nulla, a quanto avviene in Cina. È difficile che i sostenitori del Protocollo di Kyoto si ricordino che, oltre agli Stati Uniti, fino al 2002 non lo ha ratificato neanche la Repubblica Popolare Cinese, che occupa il secondo posto per emissione di CO2 soprattutto a causa dell'elevato impiego di combustibili fossili e che, di questo passo, sarà responsabile di un quarto delle emissioni totali di CO2 entro il 2020.

Per quanto riguarda gli ambientalisti italiani non c'è neanche l'attenuante dell'ignoranza, perché l'ottima agenzia stampa AsiaNews fornisce quasi ogni giorno informazioni documentate. «La Cina non ha più acque pulite. Il boom economico e la mancanza di legislazioni ambientali hanno ridotto le maggiori fonti d'acqua cinesi a fogne», si legge ad esempio in apertura di un'agenzia del 24 marzo scorso che riporta poi dati e statistiche; e di simili notizie l'archivio di AsiaNews è pieno. Una delle ultime agenzie, lanciata il 26 ottobre, riferisce che in Cina ogni anno più di 300.000 persone muoiono per l'inquinamento atmosferico e più di 100.000 per l'inquinamento interno ai luoghi di lavoro e di abitazione. Si sa anche che ogni anno milioni di cinesi insorgono invano contro industrie talmente inquinanti da rendere sterili le terre o non commestibili i raccolti. Sfidano le forze di polizia, rischiano la vita: meriterebbero almeno un presidio ogni tanto in via Bruxelles 56, sotto le finestre dell'ambasciata cinese a Roma.

! Anna Bono
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Ragionpolitica, periodico on line n.133 del 28/10/2005
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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