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Il Chiapas abbraccia l'islamismo

di Stefano Magni - 4 novembre 2005

Cosa c'entra il subcomandante Marcos con l'Islam? Apparentemente nulla. Marcos è sempre stato un marxista, ha riproposto la vecchia strategia rivoluzionaria comunista per l'America Latina, saldata su popolazioni minoritarie indios che si percepiscono discriminate e sfruttate. L'elemento nuovo della strategia e dell'ideologia zapatista proposta da Marcos è la rinascita di culture e tradizioni tipiche del tribalismo locale. Nel Nicaragua rivoluzionario degli anni '80, gli indios erano stati integrati a forza nelle città industriali o massacrati, perché non rientravano nel progetto di società socialista di tipo sovietico. Nel Chiapas, gli indios erano il cardine della nuova società. Come da antiche leggi tribali, le donne del Chiapas erano state private della loro eguaglianza e del loro diritto di voto. Da qui forse può apparire più comprensibile l'avvicinamento di Marcos all'Islam, reclamizzato con titoli trionfali sulla rivista Kaida, l'organo di stampa più vicino ad Al Qaeda pubblicato in Turchia. Non si tratta solo di un ragionamento tattico «il nemico del mio nemico è mio amico», come potrebbe apparire a prima vista.

Si tratta di una vera e propria fusione culturale con l'Islam. La nuova religione (nuova per quella regione) è stata importata da musulmani spagnoli nei primi anni '90, guidati da Aureliano Perez. I quali, non solo incominciarono a fare proseliti, ad aprire la prima madrassa e la prima moschea nel Chiapas, ma parteciparono attivamente alla rivoluzione Zapatista guidata dal subcomandante Marcos. E pronto a diffondere in Messico la sua visione della storia occidentale, come si può leggere a chiare lettere in una sua intervista rilasciata a una giornalista americana: «Essi (i contadini) ci dicevano: "voi siete Spagnoli e volete solo far scempio degli indio". E io rispondevo loro che vengo dalla civiltà che la Spagna cristiana ha contribuito a distruggere e che quindi non ero realmente Spagnolo».

Nel Chiapas non stupisce che la maggioranza delle conversioni riguardi soprattutto i Maya. In parte l'abbracciare l'Islamismo è dovuto allo stesso senso di sradicamento, che riguarda sia quelle popolazioni che gli immigrati in Europa. Uno dei missionari musulmani spagnoli sosteneva che: «(I Maya) hanno perso le loro radici, ogni cosa. Con l'Islam hanno la possibilità di ritrovare un'identità». Ed anche un giovane leader musulmano maya, Anastasio Gomez (ora Ibrahim), ribadisce in un'intervista che: «Questa è la famiglia che non ho mai avuto. Quando diventi un musulmano, ciò in cui credevi nel passato è annullato. E' come rinascere».

Ma l'Islam che sta attecchendo nel Chiapas non è un Islam moderato e occidentalizzato, bensì una forma radicale di sunnismo: la setta Murabitun, fondata dallo scozzese Ian Dallas, che predica una rigorosa adesione alla lettera del Corano e rigetta il capitalismo. Tanto per fare un esempio: il prestito di denaro è proibito. Ed è qui che si trova la saldatura con il movimento rivoluzionario del Chiapas: il rigetto del capitalismo, della società aperta e con essa anche del cristianesimo. Il segretario generale della comunità musulmana spagnola Estebal Lopez, lo dichiara apertamente: «Nell'Islam gli indios riscoprono i loro valori originari. I Cristiani distrussero la loro cultura».

Ma che cosa si sta riabilitando? Prima si cercava questa società nel futuro, con la rivoluzione marxista guidata da Cuba e dall'URSS. Oggi, al tramonto di quel «futuro», la società alternativa si cerca nel passato pre-capitalista. Se non si trova un passato locale, pre-colombiano, si aderisce a un passato altrui, ugualmente anti-individualista. Nel capitalismo, nella società aperta, ogni individuo è artefice del suo destino: è questo che fa paura ai Maya? Perché a ben vedere, il loro sogno è il ritorno a una società arcaica, dove uomini e donne non hanno pari diritti, la comunità ha più diritti dell'individuo, a ciascuno è assegnato un posto nella società, senza possibilità di fuga.

! Stefano Magni
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