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Sindacati a confronto: ex Germania Est-Italiadi Carlo Cerofolini - 4 novembre 2005 In occasione del 16° anniversario della caduta del muro di Berlino (09/11/1989) e dell'implosione del comunismo in Europa, si riportano alcuni passi scelti da un libretto edito a Berlino Est nel 1986 nell'ex Germania Est o Repubblica Democratica Tedesca (RDT o DDR), in cui si esalta il ruolo dei liberi sindacati di quell'ex Paese comunista e che veniva inviato direttamente nei paesi occidentali dal regime retto dal despota Honecher, al fine di far conoscere al mondo, evidentemente oppresso dal capitalismo, in quale Eden vivessero i comunisti tedeschi, grazie - si fa per dire - anche al non indifferente e positivo apporto dei sindacati, e dai quali si capisce benissimo lo stretto legame che c'era fra quei sindacati unitari ed il potere comunista ortodosso. Tutto questo deve servire anche per meglio capire se la nostra realtà assomigli più a quella dei paesi a socialismo reale piuttosto che a quella delle grandi democrazie occidentali e quindi porre in essere i correttivi del caso. I sindacati nell'ex Germania dell'Est
I sindacati in ItaliaTutte queste dichiarazioni pregnanti e roboanti, tutto questo potere dei sindacati e commistione di ruoli nello Stato e nella società indubbiamente hanno contribuito a portare la RDT e tutti i paesi comunisti a immani disastri economici, sociali, ecologici, ecc.., quindi questa è senz'altro una via da non seguire. Certo, sia nella ex Germania Ovest ed ora nella Germania riunificata, i sindacati hanno partecipato e partecipano attivamente alla gestione economica del Paese, però ben altre sono le tradizioni e le regole che muovono questi sindacati rispetto a quelli italiani: basti per esempio sapere che per proclamare uno sciopero in Germania occorre fare delle votazioni a scrutinio segreto in cui una maggioranza qualificata di lavoratori si deve esprimere su cosa fare; inoltre le giornate di sciopero vengono rimborsate agli scioperanti dai sindacati stessi; senza poi contare che questi sindacati mai si sono rifatti né all'ideologia marxista ed all'internazionalismo, né al catto-pauperismo piagnone ed ecumenico, ma hanno sempre avuto saldo e forte il senso dello Stato ed il senso di appartenenza, con l'obbiettivo di perseguire il più possibile il bene comune e mai il male altrui. Pur tuttavia ora anche questo modello mostra tutti i suoi limiti e va ripensato, perché - parafrasando Churchill - si potrebbe affermare che il capitalismo ed il libero mercato sono assai discutibili, però non esiste niente di meglio e quando se ne violano le regole, prima o poi i nodi vengono al pettine. Quanto sopra nella ex RDT era sancito da norme precise, proprio quasi come ora lo è in Italia, anche se non a quei livelli di pervasività, dove i sindacati, soprattutto quelli confederali (Cgil, Cisl, Uil) - oltre ad introitare ogni anno circa un miliardo di euro tramite i CAF, patronati, distacchi di personale, ecc., dallo Stato - partecipano a pieno titolo e da posizioni di forza, non a trattative inerenti rinnovi contrattuali e trattamenti pensionistici dei lavoratori rappresentati, ma a piani industriali ed alle decisioni politiche ed economiche della Nazione - legge finanziaria compresa - pur rappresentando una minoranza dei lavoratori attivi (circa il 25%). A riprova di questo si può rilevare come molte leggi o riforme di una certa rilevanza sociale o economica, fatta negli ultimi decenni, hanno avuto o il placet o la non «belligeranza» dei sindacati (confederali), quando non sono stati loro stessi fautori od aspiratori delle medesime, condizionando spesso nelle decisioni i vari governi. Provvedimenti che non possono non avere contribuito a farci avere sia il primo debito pubblico del mondo, senza essere la prima nazione più industrializzata, sia un'altissima voragine pensionistica, senza per questo avere pensioni medie decorose ma anzi via via sempre più erose nel potere d'acquisto (pensioni d'annata), con l'aggiunta di stipendi modesti, a fronte di molti, troppi, privilegi degli appartenenti alle categorie forti. Comunque per capire già da ora - ammesso che ce ne sia bisogno - da che parte pendono i sindacati (confederali) in Italia, le cifre che indicano le ore perse per sciopero sono illuminanti: nel quadriennio 1996-2000, con i governi di sinistra, 120 mila ore medie annue; mentre con il governo Berlusconi, di centro destra, nel quadriennio 2001-2004 le ore sono state ben 12 milioni, cioè ben 10 mila volte di più mediamente ogni anno, la maggior parte delle quali non legate a vertenze contrattuali, ma dovute a motivi politici. E sì che durante i governi della sinistra i lavoratori hanno dovuto ingoiare delle riforme non da poco: quella delle pensioni; «pacchetto» Treu del mercato del lavoro, che ha introdotto la precarizzazione, ecc.. Quindi attenzione a non continuare su questa strada scivolosa (qualche correttivo va trovato), perché il modello RDT potrebbe tra breve attenderci, specie se le sinistre vincessero anche la prossima competizione elettorale per le politiche. Gli italiani sono avvertiti.
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Ragionpolitica, periodico on line n.134 del 4/11/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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