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Ripartire dalla centralità dell'individuodi Aurora Franceschelli - 4 novembre 2005 Il panorama storico che attraversa l'Ottocento e il Novecento ha visto, come sappiamo, il dominio delle ideologie sociali, ossia di quelle ideologie la cui ragion d'essere risiedeva principalmente su una visione del mondo per la quale a dominare era un ideale collettivo, un principio le cui radici affondavano su un terreno entro il quale la dimensione individuale esisteva come conseguenza di una dimensione prettamente sociale. Tutto ciò ha contribuito a capovolgere e stravolgere l'ideale attorno al quale avrebbe dovuto gravitare la società, la cui edificazione è stata concepita, sin dalle sue antiche origini, come un elemento indispensabile perché funzionale all'individuo e al suo benessere: in realtà la direttrice che ha collegato questi due soggetti, individuo e società, si è costituita secondo una dinamica discendente, che ha visto come vertice dominante la dimensione collettiva e l'individuo come semplice deduzione. E' così che si è affermato il concetto di Nazione quale soggetto formato dalla collettività indivisibile dei cittadini e che, ad arte, è stato fatto coincidere con il popolo, il quale, a differenza della Nazione, si caratterizza quale insieme di singoli individui uniti da quella confluenza di interessi che è alla base del contratto sociale. Dopo il 1789 «si applicarono alla Nazione tutti i principi originariamente formulati con riferimento agli individui» 1: si attribuì ad essa, ossia ad un soggetto collettivo ed in larga parte ideologico, la titolarità dei diritti - a cominciare da quello a costituire una comunità politica - dimenticando che i soli diritti sono quelli degli individui. Oltre alla Nazione, all'interno di questa dinamica otto-novecentesca caratterizzata dalla preminenza della dimensione sociale, si collocano anche altre categorie collettive quali la classe e le masse, che, con lo sviluppo del capitalismo, hanno contribuito ad alimentare l'economia del consumo di massa generata dai principi keynesiani; tali principi, se da una parte contribuirono a superare la stagnazione del sistema produttivo, dall'altra crearono le premesse per cui le contraddizioni insite al capitalismo prima o poi sarebbero esplose: tali contraddizioni sono emerse nel momento in cui lo Stato assistenziale, sorto per ovviare alle carenze derivanti dalla crisi economica del capitalismo, ha indebolito la capacità di iniziativa individuale in quanto «assisteva» soggetti non realmente bisognosi. Così, anche nel contesto politico, ciò che ha finito con il dominare in modo preponderante è l'idea di Stato, uno Stato burocratico e accentrato che si è fatto interprete delle esigenze della collettività intesa essenzialmente nel suo aspetto sociale, una collettività che, invece di far emergere e valorizzare le potenzialità e inclinazioni individuali del singolo, ha finito con il deprimerle. Come ha osservato giustamente Ernesto Galli della Loggia sulle pagine del Corriere della Sera, la caduta del Muro di Berlino ha avviato un'inversione di tendenza: la dissoluzione dell'URSS ha significato la «fine delle ideologie di tipo social-collettivista»; una nuova fase starebbe prendendo piede, una nuova epoca in cui si starebbe affermando una nuova prospettiva basata sull'individuo: «l'individuo con i suoi gusti, le sue idee, i suoi specifici bisogni, tra cui quello dell'autodeterminazione, della libertà in tutte le varie accezioni in cui questa può essere declinata». Della Loggia ritiene che la fine del «vecchio panorama ideologico» abbia creato un vuoto che in qualche modo chiede di essere colmato, un vuoto che potrebbe essere riempito arricchendo l'aspetto valoriale dell'individuo, che necessita anch'esso una «strutturazione a livello ideologico». In un contesto in cui le vecchie ideologie sono giunte al tramonto egli dipinge l'individuo come un «campo di battaglia» ove convivono e si confrontano le uniche due prospettive valoriali sopravvissute: la religione, incentrata sull'«ideologia della persona», e la scienza, fondata sull'«ideologia del progresso». La dialettica e la commistione di queste due componenti - che vedono da un lato la Chiesa e dall'altro la scienza come soggetti che le rappresentano - si inserisce perciò nella prospettiva ideale di valorizzazione dell'individuo, una prospettiva entro la quale queste due componenti si dovrebbero intrecciare, in modo tale da consentire alla scienza di migliorare il livello di vita, tenendo però sempre di vista quei confini etici che hanno come scopo quello di salvaguardare la priorità della persona. Credo che le ideologie passate abbiano fatto affiorare un'idea un po' distorta dell'individuo, ossia un soggetto che ha finito spesso con l'essere considerato a compartimenti stagni: le varie dimensioni che lo caratterizzano, quella individuale, sociale, politica, economica, religiosa e persino biologica, sono state sovente considerate separatamente, per cui l'una, prendendo il sopravvento sull'altra e assolutizzandosi, ha negato quell'interdipendenza fondamentale che determina l'essenza dell'uomo-persona, inteso in tutte le sue componenti che, solo nell'ambito della coscienza umana, potrebbero trovare la loro unitarietà.
1 Guido De Ruggero, Storia del liberalismo europeo - Laterza, Roma-Bari, 1995, p.15. |
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Ragionpolitica, periodico on line n.134 del 4/11/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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