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Addio, Pasolini!di Raffaele Iannuzzi - 8 novembre 2005 Panorama pubblica un sondaggio su Pasolini. Domanda: i giovani sanno chi è Pasolini? I sondaggi sono la scienza del nulla di questo tempo, che sta procedendo il suo corso facendoci tutti sbadigliare, secondo la ben nota profezia in versi di Eliot. Dunque, teniamo per buono quel che è possibile: sia come sia, le cifre del sondaggio dicono che l'81,7% dei giovani hanno sentito parlare di Pasolini; il 18,3% non sa neppure chi sia. Inoltre, il 35,2% dei giovani lo descrive come un regista; il 33,9% come uno scrittore; il 19,9% come un poeta; il 9,5% come un opinionista; l'1,5% un famoso omosessuale. Ancora: il 76,1% dei giovani considera Pasolini «un punto di riferimento importante del '900 italiano», ma - e la cosa è ancor più significativa - un interessante 11,3% afferma che «le opere di Pasolini sono state sopravvalutate già quando era in vita». Quest'ultimo dato conforta, vuol dire che i nostri giovani, alla fine, sono molto più svegli e critici di quanto comunemente si creda. Perché è verissimo che Pasolini abbia vissuto una vita artistica e culturale all'insegna della sopravvalutazione permanente. Discreto scrittore, senza particolari picchi espressivi; poeta a tratti mediocre, anche se buon «annusatore» dello «spirito del tempo», come la solita citazione dei versi anti-sessantottini che fanno da cappello all'articolo di Barbolini su Panorama conferma; opinionista che non ne ha beccata una, nella sostanza, magari ha prodotto qualche spinta critica qua e là. Ma, per quanto lo si voglia difendere, come fanno Ferrarotti e Naldini, sempre su Panorama, rimane un dato da considerare: se fosse passata la visione di Pasolini, noi saremmo ancora più reazionari dei no-global, ancora più indietro, a rincorrere nostalgie romantiche di civiltà contadine consunte, grazie a Dio. Pasolini era un colto reazionario. Solo che, essendo iscritto al Pci, nessuno l'ha messo sotto processo. Pino Rauti diceva cose simili, assieme alla curva Sud del fascismo di sinistra, ma per loro non c'era scampo, appunto perché «fascisti». Elemire Zolla scriveva, in quei tempi, un eccellente libro, molto raffinato e per niente reazionario, sulla categoria di «tradizione», ma nessuno ne volle allora sapere. Pasolini, invece, sul Corrierone, impazzava e moralizzava, concionava e gridava che la classe politica era marcia fino al midollo. Faceva processi giornalistici, culturali, lui «sapeva» (ma cosa?), sapeva dei misteri del marciume della nostra classe politica, del clericofascismo, del neofascismo introdotto dal neo-capitalismo. Intendiamoci: segni dei tempi, di quei tempi, tanto che Ferrarotti con queste tesi ci ha vinto la cattedra universitaria di sociologia e oggi critica questo Pasolini estremista e un po' rozzo: «nuovi» segni dei tempi? E chi non si è ispirato, almeno una volta in vita sua, a Pasolini? La critica letteraria, di scuola pisana, Carla Benedetti, ha riletto Pasolini appiccicandogli addosso l'etichetta, che funziona sempre, di «letteratura impura», ovviamente ponendo l'antagonismo letterario fra il poeta-profeta di Casarsa e Calvino. La cosiddetta «trasgressione» pasoliniana non ha prodotto altro che fortuna editoriale e molta fama, già in vita. Ottimo, dunque, il fiuto dei nostri giovani: Pasolini è stato sopravvalutato, e parecchio, già in vita. Del resto, non è forse vero che tutto quel che può consegnare oggi, proprio ai giovani, questo scrittore retorico e mediocre, questo poeta minore e questo polemista dalle stagioni fin troppo fortunate, riguarda la sua biografia? Ovvero, la sua vita? L'ha scritto finalmente anche Doninelli, su Il Giornale: «La sua vera opera d'arte fu la sua vita». Non è che il giudizio sia di quelli particolarmente originali, che non lasciano in sospeso mille particolari, che converrebbe, invece, tematizzare più seriamente, ad esempio: il rovinoso rapporto con il Sacro da parte di un comunista gramsciano reazionario come Pasolini, in un tempo che bloccava il senso razionale della fede, da un lato, e inondava di posticce ideologie il mondo sociale, dall'altro. Vi è chi ci ha provato, con discutibili risultati. Ma la questione è sempre aperta. Non basta la sociologia letteraria, né l'analisi culturale. E', questo, un territorio critico aperto. Forse qui Pasolini potrebbe ancora essere oggetto di qualche interesse, come cifra estrema di qualcosa che effettivamente stava domandando risposta, negli anni Sessanta. Un ponte levatoio verso il presente? Sia come sia, questo è stato Pasolini: un monumento di antitesi e tesi, tuttora dialetticamente impostato, affinché prevalesse la sua fama. E così è andata, infatti. Qualcun altro è stato stroncato, in vita e in morte. Così va il mondo. Ma allora, stando così le cose, non è il caso di celebrare più l'autore degli Scritti corsari, che hanno ormai la sostanza della classicità retorica, ma non dicono niente del mondo di oggi, globalizzato e più libero di prima, un perfetto scandalo per Pasolini, che odiava il mercato e la libertà individuale (a parte le insorgenze libertine, che generalmente non costituiscono il cuore della libertà autentica). Tutto qua. Se nel 1992, su L'Espresso, Arbasino si interrogava sul perché il romanzaccio incompiuto Petrolio fosse stato pubblicato da Einaudi, sulla (presunta) nuova inquisizione contro quest'opera, sul perché Pasolini l'avesse scritto usando un linguaggio giornalistico, e via discorrendo pomposamente, oggi, anno di grazia 2005, dovremmo pensare ad archiviare - con modestia e sobrietà, se possibile - Pasolini, rendendogli i meriti (non moltissimi) che ha avuto e sottraendolo al culto posticcio e petulante dei «ritorni di fiamma». Questa è, per così dire, una «modesta proposta» per prevenire strazi ideologici futuri. Per quanto possibile. I giovani hanno, almeno in parte, sentito e intuito tutto ciò, la necessità di gettare in mare le «ceneri di Pasolini». Saranno anche meno «colti», questi giovani, ma certamente, con internet, sono diventati più decisamente corsari e spontaneamente avventati. Non si tratta, infine, di un giudizio avventato: il poeta dell'Italia contadina e dell'anti-capitalismo, con, inclusa, la celebre «mutazione antropologica», oggi va ridimensionato. Per ricordarlo senza nostalgie. Per leggerlo e magari rileggerlo. Con modesto e rigoroso fastidio, senza presunzioni. Con gli occhi asciutti e senza lacrimare sull'assenza del suo sguardo sulla realtà e sulla vita. Il poeta di Casarsa, prima di morire, intervistò, in un feroce corpo a corpo, Pound e mischiò i suoi percorsi a quelli del martire matto americano, il creativo fascista Pound, genio poetico, delirante in politica e in economia. Non c'è assolutamente paragone: quest'ultimo fu ucciso nell'anima, nella psiche, e infine dimenticato. Resuscitò grazie all'opera di alcuni raffinati filologi. Niente a che vedere con la gloria terrena di Pasolini. Ma questo il «corsaro» affamato di gloria non lo capì mai. Oggi è davvero più chiaro ed evidente. I giovani lo hanno intuito. E questo deve confortare tutti: la vera «terra di nessuno» è quella delle ideologie. Chi ne rifiuta l'imposizione sarà forse meno raffinato intellettualmente, ma certamente è più libero.
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Ragionpolitica, periodico on line n.134 del 4/11/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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