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«In nome di Dio»di Benedetta Pini - 11 novembre 2005 «In Nome di Dio» è un ottimo reportage sull'estremismo islamico andato in onda su MT Channel, canale 412 di Sky, lo scorso 7 novembre. Politicamente corretto, in quanto all'inizio si avverte il pubblico che tale documentario è stato realizzato per illustrare la parte più dura di questa religione e non intende accusare il resto dell'Islam moderato. Le immagini mostrate sono probabilmente quanto di più esplicativo si potesse immaginare, le parole sono quasi superflue. C'erano le interviste ad alcuni parenti di «martiri» che si dimostravano felicissimi della morte di un congiunto, poiché «non c'è onore più grande d'avere un figlio morto per Allah». Aspirazione di molti padri e madri di tale mondo è appunto avere un eroe in casa che abbia dato il buon esempio facendosi esplodere e uccidendo altre persone. Questo «eroismo» è celebrato per le strade, dove campeggiano ritratti dei sacrificati per la jihad. Ai bambini viene insegnato immediatamente a calarsi nei panni dell'aspirante suicida: ci sono addirittura cartoni animati che celebrano la morte dell'eroe per la gloria di Allah. Nelle scuole viene insegnata un'agghiacciante canzoncina che inneggia al martirio (noi occidentali al massimo insegnamo «Giro giro tondo»). La lezione di educazione artistica ci offre un esempio raccapricciante ma significativo: in Occidente i bambini disegnano fiori, animaletti, casette; nel mondo del jihadismo islamico il solerte maestro procura matite rosse e mostra come disegnare il «martire» con tanto di sangue che cola dalla testa e dai vestiti. Le aule sono tappezzate di queste macabre rappresentazioni: un uomo decapitato, uno ferito da una freccia e altre immagini di questo calibro. Ad un bambino, con meravigliosi occhi scuri e viso dolcissimo, è stato chiesto: «Cosa ci insegna Imam Hussein?». La risposta, un po' timida, è stata «Il martirio, la Jihad, Dio...». Si è fermato un attimo a riflettere, nel caso avesse dimenticato qualcosa, ma (purtroppo) aveva detto tutto. E ancora: una sfilata per le strade di una città; uomini che si fanno infliggere volontariamente ferite al capo con una lama in modo da sanguinare copiosamente (Perché? Quale è il motivo di questa barbarie?) e bambini che debbono subire lo stesso macabro e terrificante trattamento. Guai a loro se rifiutano impauriti di sottoporsi a questo sadico rito! Vengono ammansiti con paroline consolatorie: se poi avranno il volto coperto del proprio sangue e piangeranno atterriti non importa, fa tutto parte dell'educazione alla morte. E le donne? Si riuniscono e ascoltano canti che celebrano la morte di un figlio, di un fratello, di un marito. I volti straziati di lacrime forse nascondono il pensiero che tutto questo non è poi tanto «giusto», ma così bisogna comportarsi e le donne devono perciò mostrarsi orgogliose e sofferenti al tempo stesso nell'aver perso un figlio per la causa. Le parole di queste invocazioni sono all'incirca le seguenti: «Il destino ti ha strappato a me, figlio mio, avevi appena venti anni». Il destino? Diciamo piuttosto che questo indottrinamento malvagio porta i giovani a uccidersi e uccidere in nome di Allah. Si fa presto a parlare di cultura diversa e comprensione per essa, ma ci si dimentica che un bambino è sempre un bambino e ha il diritto ad un'infanzia felice e serena. Queste creature vengono spinte già giovanissime a credere che morire è l'unico modo per soddisfare una famiglia e soprattutto le esigenze di un Dio che vuole servi piuttosto che figli, e insegna che la vita è un mezzo e non un fine. Spargere il proprio sangue, cercare il suicidio, amare il dolore e la morte sono per l'estremismo islamico, paradossalmente, un modo per realizzare compiutamente la propria di vita. Una simile cultura non può essere giusta né degna di «comprensione», non può essere considerata alla stregua di una (la nostra) che insegna i diritti degli individui, la sacralità della vita e la tolleranza (a volte troppa); così come è tremendo vedere uomini che sono felici di avere un parente morto per la gloria di un Dio che di misericordioso ha ben poco.
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Ragionpolitica, periodico on line n.135 del 11/11/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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