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Ecologismo e nichilismo

di Giorgio Bianco - 11 novembre 2005

«La felicità umana, e senza dubbio la fecondità umana, non sono importanti quanto un pianeta selvatico e sano. Conosco scienziati sociali i quali mi rammentano che l'uomo è parte della natura, ma non è così. Ad un certo punto, nello scorrere del tempo - forse un miliardo di anni fa, magari mezzo miliardo - abbiamo sciolto il contratto e siamo divenuti un cancro. Siamo diventati una piaga per noi stessi e per la Terra». Si tratta di un passo di una recensione, pubblicata sul Los Angeles Times dal biologo David M. Graber, del libro The End of Nature di Bill McKibben, l'ecologista fondatore del Sierra Club. «McKibben - scrive ancora Graber - è un biocentrista, proprio come me. A noi non interessa l'utilità che una particolare specie, un fiume che scorre liberamente o l'intero ecosistema possono avere per il genere umano. Essi hanno un valore intrinseco, un valore maggiore - a mio avviso - di un nuovo essere umano, o di un miliardo di essi».

Parole e come queste, ha osservato Gorge Reisman, sono «puro e inalterato veleno», ed esprimono idee e aspirazioni che, se messe in atto, si tradurrebbero in terrore e morte per innumerevoli esseri umani. Certo, espresse in modo così esplicito, si ritrovano solo nei proclami delle frange estreme dell'ecologismo, in movimenti come Earth First! o tra i seguaci della cosiddetta «ecologia profonda». E tuttavia, il fatto stesso che l'ecologismo mainstream - le organizzazioni che rappresentano la facciata apparentemente più rispettabile e presentabile dell'ambientalismo - tenda generalmente ad astenersi dal combattere posizioni così aberranti o quantomeno dal dissociarsene, dimostra che gli esponenti più estremisti dell'ecologismo tradizionale e quelli a prima vista più moderati sono accomunati da un medesimo sostrato ideologico. Entrambi partono da uno stesso principio base, da un'identica premessa filosofica: quella secondo cui la natura ha valore di per se stessa, ossia vale e ha diritti in sé e per sé, indipendentemente dalla presenza dell'uomo e dai benefìci che può apportare a quest'ultimo.

Ma sebbene le formulazioni dell'idea di un valore intrinseco della natura si limitino, apparentemente, a non tener conto della presenza dell'uomo, siffatta premessa filosofica implica inesorabilmente - fa notare Graber - un atteggiamento antiumano, un desiderio di distruggere l'uomo e le sue opere, in quanto in essa è implicita una visione dell'essere umano come «sistematico distruttore del bene, e dunque sistematico artefice del male». Così come l'uomo percepisce i coyotes, i lupi e i serpenti a sonagli come pericoli perché distruggono regolarmente il bestiame e le pecore che considera fonti di nutrimento e di vestiti, gli ambientalisti, partendo dalla premessa del valore intrinseco della natura, vedono l'essere umano come un male, perché, nel perseguimento del proprio benessere, egli danneggia sistematicamente la natura, ovvero le foreste, le formazioni rocciose, le specie animali, tutto ciò che giustappunto essi considerano un bene in sé e per sé.

In realtà, osserva ancora Graber, la dottrina del valore intrinseco della natura altro non è che la razionalizzazione di un preesistente odio per il genere umano. Essa è invocata non per difendere un qualche reale valore delle piante, dei minerali o degli animali, ma come pretesto per negare valore all'uomo: «Per esempio, i caribù si nutrono di vegetali, i lupi mangiano i caribù, e i microbi colpiscono i lupi. Secondo gli ecologisti ciascuno di essi, i vegetali, i caribù, i lupi e i microbi possiede un valore intrinseco. Eppure per l'uomo non viene indicata alcuna linea di azione. L'uomo dovrebbe proteggere il valore intrinseco della vegetazione dalla distruzione operata dai caribù? Dovrebbe adoperarsi per proteggere il valore intrinseco dei caribù dall'assalto dei lupi? Dovrebbe proteggere il valore intrinseco dei lupi dalla minaccia dei microbi? Sebbene ciascuno di questi valori intrinseci sia messo in gioco, all'uomo non è chiesto di fare nulla».

Di fatto, la dottrina del valore intrinseco della natura viene fatta valere soltanto quando si ritiene che sia l'uomo a compromettere il valore di qualcosa. È a questo punto che si chiede all'essere umano di negare il valore che pure, come parte della natura, dovrebbe essergli riconosciuto: «Per esempio, il valore intrinseco della vegetazione e di altro è invocato per come guida all'azione dell'uomo soltanto quando si tratta di qualcosa che l'uomo desidera, come il petrolio, e dunque, come nell'Alaska del nord, come supporto alla richiesta di rinunciare a farne uso».

In buona sostanza, la dottrina del valore intrinseco della natura non è nient'altro che una filosofia della negazione dei valori umani, una forma di nichilismo che fa dell'ecologismo tradizionale uno dei più temibili agenti tossici per il genere umano.

! Giorgio Bianco
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Ragionpolitica, periodico on line n.135 del 11/11/2005
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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