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6 marzo 2008
 
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Ricostruire un nuovo ordine mondiale

di Leonardo Tirabassi - 11 novembre 2005

In alcuni recenti articoli ho insistito, anche in modo monocorde, sulla necessità, da parte dell'Occidente, di agire da potenza imperiale. Meglio sarebbe che a muoversi sulla scena internazionale, ispirato esplicitamente a criteri di egemonia culturale e di forza, fosse il blocco euro-americano, ma davanti alla latitanza europea non possiamo altro che essere riconoscenti alla potenza statunitense, per il suo impegno che supplisce all'insipienza di Bruxelles. In queste righe vorrei solo precisare meglio alcune questioni che potrebbero aver sollevato equivoci o risultare troppo drastiche, quasi soddisfatte nella loro unilateralità provocatoria.

Innanzitutto, il termine «impero». E' chiaro che oggi, a differenza delle realtà del passato, nessuno pensa ad un controllo diretto di altri territori e stati come ad un fatto di per sé utile, economicamente vantaggioso, permanente e quindi possibile. Le modalità di espressione della propria egemonia da parte della potenza imperiale si esplicano sempre più in modo indiretto, con il ricorso alla forza per sottrazione o in ultima istanza, offrendo ai partner la possibilità di condividere due beni pubblici fondamentali: l'accesso al mercato mondiale e quella sicurezza internazionale costruita pezzo per pezzo a partire dalla seconda guerra mondiale. La strategia della condivisione è stata da sempre al centro della politica americana e portata avanti attraverso istituzioni multilaterali che, non pensiamo alle Nazioni Unite, per più di cinquant' anni hanno funzionato.

In primo luogo, nel ventunesimo secolo, l'acquisizione di un territorio non è più economicamente conveniente; esso si rivela solo un costo sulle spalle dei propri contribuenti. L'uso della forza in nome della libertà, di conseguenza, è sempre stato razionalmente evitato, e questo per una serie di motivi. C'è una profonda contraddizione, infatti, destinata a ripercuotersi su tutta una catena di azioni conseguenti, tra uso della forza in nome dei valori democratici e imposizione dall'esterno di essi. Come ricordava Robert Cooper (The National Interest, 2005), se democrazia è sinonimo di autodeterminazione, risulta difficile da sostenere un'imposizione dall'esterno di essa; il risultato sarà proprio una mancanza di legittimità, e quindi di consenso, nei due determinanti centri di gravità dell'azione: all'interno, nel proprio popolo, e all'esterno nella popolazione del paese occupato. La conseguenza sarà che le forze di occupazione saranno limitate nel dispiegamento della potenza, si veda la lezione del Vietnam; strette nella morsa tra il dover garantire la sicurezza, il controllo del territorio, e l'impossibilità di utilizzare gli strumenti adatti, si troveranno accusate, ora di non ristabilire l'ordine - fallendo così il motivo principe dell'intervento -, ora di brutalità incivili. Non solo, il non dispiegamento della forza si trasformerà in un allungamento dei tempi di occupazione, altro dato in rotta di collisione con la volontà popolare sia di casa propria che del paese occupato.

Tempo, consenso, sicurezza diventano quindi risorse scarse e in contraddizione, in una sorta di «doppio legame» in cui, comunque si opti, la scelta è sbagliata, fatto che una politica anche sapiente stenta a gestire in tutte le sue articolazioni. Il punto di partenza è rappresentato dalle scelte militari, come si è visto in Iraq con il dibattito sulla consistenza delle truppe americane e sulla «guerra leggera», e finisce con una teorizzazione a proposito dell'esportazione della democrazia, di difficilissima attuazione proprio perché prova a coniugare fatti tra loro incommensurabili, che fanno a cazzotti come l'imposizione della democrazia e il principio di auto derminazione dei popoli.

Rimane un ultimo punto. Le risorse di un paese non sono illimitate e, come ha mostrato Paul Kennedy, un impero non può espandersi all'infinito e mantenere allo stesso tempo il dominio. Mentre è impegnato a difendersi su più fronti, altre potenze più concentrate, e non costrette a difendersi, sono in ascesa fino a minacciare il vecchio ordine. Gli Stati Uniti, ecco la conclusione, non possono gestire l' «Impero Occidentale» da soli e nemmeno è possibile applicare in modo unilaterale una strategia di esportazione della democrazia. Il modello vincente post seconda guerra mondiale e della guerra fredda passa attraverso istituzioni consensuali e multilaterali. Questa considerazione è tanto più stringente se si considera che il nemico, che ha fatto cambiare quantitativamente e qualitativamente la percezione del pericolo, non è solo il terrorismo fascista islamico, ma piuttosto l'estremismo islamico in un area di instabilità precisa ed estremamente vasta, che arriva anche ad interessare in modo pesante, come si vede oggi in Francia, la politica interna del vecchio continente. Dati che necessitano di essere affrontati su più piani, mettendo in campo tutti gli strumenti possibili, da quelli militari a quelli economici, fino ad arrivare alle politiche non solo di state bulding, ma anche di society building, di ricostruzione, insomma, di intere società, azioni molto più difficili da ottenere e comunque possibili da gestire solo con un ampio consenso e mettendo in campo un sapere che si stenta a vedere intorno.

Dopo una prima fase, ormai durata quattro anni, in cui è stato necessario difendere a spada tratta le scelte e decisioni dell'amministrazione americana e dei pochi alleati europei, è venuto il tempo di iniziare a ricostruire, su basi rinnovate, un nuovo ordine mondiale con istituzioni multilaterali e proposte adatte a gestire la sicurezza e i mercati nell'era della democrazia come valore universale e della globalizzazione. Ma è una passaggio che gli USA, da soli, non possono né affondare né risolvere.

! Leonardo Tirabassi
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