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La dimensione progettuale dell'esistenzadi Matteo Gualdi - 19 novembre 2005 Ciò che sta accadendo in Francia pone numerosi interrogativi. Ad essi si risponde sostanzialmente indicando la causa del malessere nella sconfitta del modello di integrazione francese. In realtà, il male che affligge la nostra società è molto più profondo. Esso riguarda la natura della società stessa ed i modelli che questa esprime. La società moderna (soprattutto quella europea) ha insegnato per anni la cultura dei diritti, disgiunta da quella dei doveri (spesso completamente dimenticata). E' una società in cui tutti pensano di avere diritto alla felicità, senza porsi il problema dei modi per raggiungerla. «Ne abbiamo diritto, ci deve essere data. E, se non ci viene data, vuol dire che qualcuno ci sta derubando». Ma chi ci sta derubando? Chi ci «deve» dare la felicità? Naturalmente lo Stato. Questa entità che tutto può e tutto deve. Il paradosso è che lo Stato siamo noi. Non ci poniamo nemmeno il problema del nostro ruolo nella società. Il pensiero che siamo noi stessi a doverci mettere nelle condizioni di essere felici non ci sfiora nemmeno. In parte questo è dovuto anche ai modelli che ci vengono proposti. Ispirandoci ad essi, pensiamo che la felicità sia una condizione esteriore. Ci sentiamo felici per quello che abbiamo, non per quello che siamo. Non ci rendiamo conto che possiamo essere felici non «avendo» qualcosa (soldi, danaro, fama) ma «essendo» qualcuno. Bisogna recuperare la cultura dell'essere, opposta a quella dell'avere, la cultura dei doveri, opposta a quella dei diritti. E' la cultura della fatica, del sacrificio e del lavoro. Certo, chi ha fede è avvantaggiato, perché sa che il lavoro è una delle due ali che innalzano l'uomo alla vetta della santità (intendendo per «santità» quella che Gesù richiede all'uomo comune, nella vita di tutti i giorni). Il beato Josemaria Escrivà affermava: «Dio vi chiama per servirlo nei compiti: in un laboratorio, nella sala operatoria di un ospedale, in caserma, in fabbrica, in officina, nel focolare domestico ed in tutto lo sconfinato panorama lavorativo». L'incapacità della civiltà di intravedere questa duplice dimensione della realtà porta alla «disumanizzazione»: l'uomo e la società per i quali niente è «sacro» decadono moralmente. Persino il filosofo T. Adorno, certo di area non cattolica, considerava «frivolo parlare di pienezza di vita accessibile in una dimensione puramente terrena». Ma anche chi non avesse questa fede può trovare nel proprio lavoro la via per elevarsi al di sopra della condizione in cui si trova. La risposta che possiamo dare allo stato di anomia, di decadimento in cui versa la nostra società non può essere solo di natura economica o politica. A queste si deve accompagnare una risposta di natura culturale; si devono accompagnare decisi mutamenti di mentalità riguardo al modo di considerare il lavoro e la sua importanza per la vita di ciascuno. Molti giovani si ribellano, protestano, si indignano per la condizione in cui si trovano. Pensano di avere il diritto a vivere in una condizione diversa, ed hanno ragione, ne hanno diritto in quanto persone. Ma sbagliano pensando che qualcun altro li debba tirare fuori da quella condizione. Non capiscono che spetta a loro stessi uscirne, e possono farlo solo attraverso le proprie azioni, attraverso il proprio lavoro. Certo, questo vuol dire fatica, sacrificio. Ma non c'è altra strada. Non ci sono scorciatoie. Non esistono bacchette magiche. Molti pensano di non potercela fare perché credono di essere pilotati da forze più grandi di loro, ma sbagliano. Ognuno di noi, in quanto autore del proprio comportamento libero, si fa carico della responsabilità delle proprie azioni. Le azioni sono generate dall'agire libero ed intenzionale dell'uomo. Per usare un paradigma stoico, caro ad Epitteto, il mondo delle azioni scaturisce da due sezioni: le cose che non sono in nostro potere (il mondo dell'accadere, il destino) e le cose che sono in nostro potere. Nemmeno il destino impedisce all'uomo di essere autore e causa non tanto dell'agire, quanto del comportamento con cui affronta quello stesso destino. Una cosa è l'«essere», ovvero la costituzione naturale che ognuno riceve venendo alla vita; altro è il «modo di essere» che assumeremo in base alla condotta della nostra vita, tra i molti modi possibili ed in base alle circostanze esistenziali di ciascuno, nonché delle libere scelte effettuate. Tommaso d'Aquino affermò che «l'uomo è causa di sé stesso, perché nell'ordine morale arriva ad essere quello che vuole essere, che con la sua libertà sceglie di essere». L'uomo non sarà mai in grado di decidere di venire alla vita, né dove, né quando, né da quali genitori. L'uomo però è in grado di fare bene, e di scegliere il proprio «modo di essere», come autore di una prassi razionale. Con ciò l'uomo è arbitro del proprio destino. Non ci sono scuse, non ci sono alibi. Ognuno, attraverso l'agire, tende a diventare un certo «modo di essere uomo», in parte suffragato da modelli viventi, che ci sforziamo di imitare, in parte costituito dall'originalità unica della personalità di ciascuno di noi. In ciò consiste la dimensione progettuale della nostra esistenza.
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Ragionpolitica, periodico on line n.136 del 18/11/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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