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Campi nel mondo, America latina

di Mariacristina Nasi - 19 novembre 2005

Cuba

Dopo l'indipendenza del paese, nel 1902, «nessun governo cubano è più ricorso a manodopera servile né a forme di lavoro forzato per risolvere problemi economici, logistici o di altro tipo». Durante le due dittature di Gerardo Machado (1925-1933) e Fulgencio Batista (1952-1959), i detenuti politici non sono stati obbligati a lavorare «in vista di una qualche riabilitazione». Con Machado sono incarcerate per ragioni politiche 5000 persone; con Batista, 500; con Fidel Castro, alla fine degli anni Sessanta, 40.000. Castro decide di introdurre il lavoro forzato nel sistema carcerariocubano nel febbraio 1964, al fine di creare un nuovo tipo di regime di detenzione. Nasce così il piano sperimentale Morejón, che consiste nello «scegliere a caso alcuni "politici" per farli lavorare in "condizioni umane"» (otto ore di lavoro in campagna, corsi intensivi di marxismo-leninismo, alimentazione regolare, nessun maltrattamento). Guidati da un «educatore», i detenuti devono, inoltre, studiare i testi di Castro. Questo esperimento continua fino al maggio 1964: poiché il progetto mira a dividere i «politici», i prigionieri selezionati rinunciano all'offerta; obiettivo delle autorità penitenziarie, infatti, è creare un regime carcerario, che risulti «una via di mezzo tra il campo e la prigione, a esclusivo vantaggio dei detenuti che accettano di essere politicamente rieducati».

Viene allora progettato un nuovo piano di riabilitazione penale, stavolta generale e obbligatorio, il piano Cienfuegos: esso rappresenta «un ritorno alla pratica del lavoro forzato», sperimentata da Cuba nel periodo coloniale. Durante questa fase, il lavoro è «estenuante e le punizioni frequenti», per non parlare delle umiliazioni cui sono costretti i controrivoluzionari, ai quali si deve insegnare a «stare al mondo» (strappare l'erba con i denti è una delle meno mortificanti). Nel 1967 anche il piano Cienfuegos viene abbandonato: «la logica consistente nell'aumentare il livello di repressione allo scopo di ottenere la resa e la richiesta di perdono» si è rivelata fallimentare. I detenuti sono inviati in vari centri disciplinari, ove si pratica un nuovo programma di lavori forzati, il piano Antonio Maceo. Poiché, all'inizio degli anni Settanta, l'economia cubana subisce una flessione, causata dalla crisi degli alloggi per l'aumento di popolazione, cui si aggiunge una grave crisi alimentare, le autorità cubane optano per un «approccio più pragmatico e meno ideologico»: «più che sulla conversione ideologica si punterà sulla produttività del lavoro», passando, così, «da un regime di schiavitù a un altro», la cui parola chiave è conditional, «il ricatto del riscatto mediante il lavoro».

Il piano si articola in due fasi: inizialmente, il detenuto lavora nelle «fattorie», che sono in realtà campi, «chiusi e sorvegliati da guardie armate», le cui regole sono a completa discrezione del capo del campo; qui, dopo un periodo di prova, valutati l'atteggiamento del detenuto durante il lavoro, la sua produttività e pericolosità, sia ideologica che fisica, si può essere inviati in un carcere di massima sicurezza. Successivamente, il prigioniero è trasferito dalla «fattoria» al «fronte aperto», il cui regime di detenzione è «molto meno duro»: le baracche, che ospitano i detenuti, non sono «né recintate né sorvegliate con severità». I prigionieri dei «fronti aperti» sono spesso impiegati da organismi civili, per la realizzazione di edifici di vario genere. All'inizio degli anni Novanta, l'esplosione del turismo e la conseguente necessità di infrastrutture alberghiere ha fatto sì che, nei cantieri edili, venissero utilizzati dei detenuti, sia politici sia comuni. Nonostante il numero dei prigionieri politici sia diminuito, «lo sfruttamento della forza-lavoro a fini repressivi» continua tutt'oggi.

Cuba ha conosciuto anche veri campi di lavoro, apparsi all'inizio degli anni Sessanta, durante «la repressione delle varie opposizioni» (solo nella retata del 1961 furono arrestate 100.000 persone). Il primo campo fu inaugurato nel 1960; dal 1964 è l'esercito ad occuparsi dell'organizzazione dei campi; per la precisione, l'UMAP (unità militare di appoggio alla produzione). Questa, dapprima riservata alle categorie di asociali, omosessuali e altri parassiti, diviene un «complesso concentrazionario», solitamente situato in una zona desertica, circondato di filo spinato, talvolta percorso da elettricità, munito di torri di guardia, sorvegliato da guardie armate, in cui i detenuti svolgono lavori agricoli o di sterro. Tra le punizioni più comuni e meno degradanti: isolamento, soppressione del cibo, pestaggi. I detenuti delle prigioni e dei campi sono raccolti dalla popolazione, anche se religiosi, omosessuali e «asociali» sono «presi di mira in modo particolare»: obbligati a svolgere lavori pesanti in condizioni avverse, per più di dieci ore al giorno, malvestiti, denutriti e regolarmente scortati da un «distaccamento di sorveglianza». L'atteggiamento dei prigionieri determina la durata della carcerazione, che si prefigge di trasformare i detenuti in uomini nuovi. Le denunce, spesso anonime, provengono dai CDR, Comitati di difesa della rivoluzione. Se, ufficialmente, le UMAP non esistono più; nella realtà, tolto il nome del campo e rimosso il filo spinato, esse hanno continuato a svolgere la loro attività, che ha coinvolto una parte «non irrilevante di popolazione», non solo maschile e adulta, ma anche donne, adolescenti, bambini. Attualmente, a Cuba, i detenuti, tra campi e prigioni, sono circa 100.000.

Cile e Argentina

Dopo il colpo di stato del generale Pinochet, il Cile ha assistito a «torture, assassinii ed esecuzioni sommarie»; si può per questo affermare che il paese abbia conosciuto i campi di concentramento? Di fatto, si è in un «registro diverso»: più che campi di concentramento, si tratta di centri d'interrogatorio e torture; più precisamente, «centri detentivi di transito», campi militari «dove si conducono persone arrestate senza processo per interrogarle».

Lo stesso dicasi per i campi di concentramento argentini. Nel 1975 la situazione si aggrava: i Montoneros colpiscono ripetutamente bersagli militari; i sequestri e le azioni terroristiche si succedono; nonostante il colpo di stato del 24 marzo 1976, gli attacchi armati proseguono. E' allora che il potere replica «in modo selvaggio»: alla fine del 1976, i prigionieri politici sono circa 5-6000. Nei centri di detenzione e in quelli di interrogatorio e tortura, militari o commandos paramilitari praticano «un certo numero di orrori» (rapimenti di bambini, assassinii e torture). In pochi anni, gli scontri con i guerriglieri, gli arresti, i sequestri e gli assassinii, commessi dai commandos, provocano quasi 30.000 vittime. Nonostante il bilancio sia pesante, «si ha qualche remora a parlare di campi di concentramento», per questi centri di transito, talvolta affiancati da centri d'interrogatorio e tortura, quando non anche da un penitenziario. Il loro scopo è terrorizzare, tanto che diverse detenzioni sono intimidatorie, e durano «pochi giorni o poche settimane». Ecco perché tale luogo, pur se di terrore, «non necessita dell'appellativo di "campo" per indignarci».

! Mariacristina Nasi

Le informazioni sono tratte da Il secolo dei campi - Detenzione, concentramento e sterminio: 1900-2000, di Joël Kotek e Pierre Rigoulot, Mondadori, 2001.

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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