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Il dovere di moriredi Benedetta Pini - 19 novembre 2005 Un albergo di Amman. Una festa di matrimonio. Gente allegra che ride e balla, bambini felici; forse sarà scoppiata anche qualche lite tra di loro, ma si sa, i bimbi sono spensierati e contenti quando sono ad una festa e l'occhio dei genitori sarà stato meno vigile del solito, oppure sui volti dei «grandi» sarà apparso solo un sorriso indulgente. Era un bel giorno, quello. Chi invece, per ben altri motivi, ghignava nella sua ebrezza di morte erano i tre che si sono fatti esplodere in quell'ambiente di festa e hanno così troncato la vita loro e quella di 57 persone innocenti. Niente di nuovo? Sembra quasi che questo tipo di notizie ormai sia all'ordine del giorno e mentre si sfoglia un quotidiano non si fa quasi più attenzione se ci sono stati un centinaio di morti a causa dei soliti invasati di turno. Stavolta, però, ad un membro di questo gruppetto della morte la cintura con il detonatore non ha funzionato: guarda caso era una donna irachena, che è stata catturata e ha confessato apertamente di essere stata la quarta componente della squadra, così come era stato annunciato nel secondo comunicato di rivendicazione di Al Qaeda. Sajida Al Rishawi, 25 anni, si è presentata in televisione per la sua confessione. Racconta senza lasciar trasparire alcuna emozione che «in albergo c'erano donne e bambini. Mio marito ha compiuto l'attacco, io ho tentato di far detonare la cintura, ma non ci sono riuscita». Niente altro appare sul suo giovane volto; né rammarico, né pentimento, né sollievo, né dolore per la morte del marito. Niente altro che un dovere compiuto a maggior gloria di un dio della morte, della conquista, e non della carità. Ha descritto ciò che è accaduto come se recitasse una scontata formula rituale e senza lasciar sfuggire nessun sentimento identificabile per aver scampato la morte e non averne procurate altre, che comunque ammontano a quasi sessanta. Ammette piuttosto, quasi umiliandosi, di non essere riuscita a farsi esplodere; probabilmente questo atto mancato avrà l'effetto di gettare un'onta sulla sua famiglia. La donna non ha comunque versato una lacrima e nemmeno ha esultato; in pratica ha solo esposto i fatti. Questo è agghiacciante: la mancanza di partecipazione umana, la mancanza di emozioni. Il Male si è fatto indifferente. Mi domando cosa si agita nel cuore di una giovane che sta per uccidersi (e uccidere) e a che tipo di lavaggio del cervello è stata sottoposta per riuscire a descrivere con tanta indifferenza quello che stava per fare, così come parlare del suo compagno ormai morto. Anche l'amore, nel fanatismo kamikaze, diventa indifferente. Viene da pensare che lei non provasse alcunché nei confronti di quest'uomo; oppure ha ricevuto una specie di educazione che insegna a rimanere estranei alla vita e ai sentimenti? Questa è la terribile realtà, purtroppo: una fanatismo che ti annulla come persona perché cancella ciò che provi a vantaggio di ciò che devi compiere in nome di qualcosa, o qualcuno, che è fuori da te e che ti utilizza solo come un mezzo. E' dunque così «normale» essere stati sul filo tra morire e imporre morte e vivere e far vivere? A quanto pare ciò è quello che da molti viene recepito come regola per essere un buon credente. Dovremo stupirci del volto indifferente di Sajida? Purtroppo no; dobbiamo allarmarci, ma non stupirci. Perché questa povera donna è il frutto coerente di un catechismo del Male. Forse lei sa già cosa l'aspetta se tornerà a casa, sempre che, ormai macchiata dalla vergogna di non essere morta, non ci pensi qualcun'altro a farle fare la fine che per lei era già stata decisa dal marito. E magari di questo destino è ben cosciente, e lo aspetta con disciplinata convinzione.
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Ragionpolitica, periodico on line n.136 del 18/11/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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