RAGIONPOLITICA.it - Giornale online di cultura e politica Logo RAGIONPOLITICA.it
numero 280
6 marzo 2008
 
HOMECHI SIAMOCREDITSSCRIVI  
 
 
segnala ad un amicosegnala l'articolo ad un amico stampa l'articolostampa l'articolo

Globalizzare la tutela dei diritti umani

di Aurora Franceschelli - 25 novembre 2005

La strategia propria della globalizzazione sostiene che per ottenere sviluppo è necessario aprirsi al mercato globale e i suoi principi basilari sono quelli delle libertà del commercio e del capitale. In realtà, in alcuni casi, l'applicazione di tale strategia non è stata del tutto equilibrata, nel senso che molti paesi hanno ceduto sovranità a questo standard globale senza sapere esattamente che direzione imboccavano: infatti se un paese ha un mercato finanziario poco trasparente e apre al mercato globale senza fare tutte le riforme necessarie, prima arrivano i capitali, ma poi questi capitali fuggono perché il paese rischia di «andare in bolla». Questo processo ha dato sviluppo, ma ha anche creato crisi paurose (vedi le Tigri asiatiche); tale è la situazione di paesi che hanno ceduto sovranità economica all'esterno, che si sono aperti alla concorrenza mondiale, ma che non hanno fatto adeguate riforme delle istituzioni e del loro modello sociale.

Un problema sotteso al processo di globalizzazione è che, dove c'è solo il liberismo economico ma mancano ancora istituzioni democratiche e garantiste, il mercato e il denaro rischiano di divenire l'unico valore perseguito; il libero mercato si è affermato come valore positivo, in quanto strumento di espansione economica. Per questo motivo gli stati si sono aperti ad esso, perché funzionale alla loro crescita. Vi è però un rischio, ossia: se da una parte l'economia cresce, dall'altra essa potrebbe, in alcuni casi, schiacciare e annientare qualsiasi altro valore. Questo è un problema che già riguarda i paesi più progrediti e con una lunga tradizione di istituzioni democratiche, ma che diventa sicuramente più drammatico nei paesi con istituzioni meno solide. Quando il liberismo economico si diffonde in quei paesi che non hanno la possibilità di difendere i più fondamentali diritti umani, questi sono più facilmente soggetti ad essere calpestati brutalmente in nome dell'unico valore che riesce ad affermarsi: la crescita economica. In realtà è il potere politico che dovrebbe rivendicare un ruolo decisivo nel contrastare gli aspetti viziosi della globalizzazione e valorizzarne gli aspetti virtuosi.

C'è un Paese che, in opposizione ai principi che hanno sempre ispirato il suo regime politico, si è aperto, a cominciare dai primi anni Novanta, all'universo economico circostante, scardinando le sue frontiere verso l'esterno: parliamo della la Cina. La locomotiva del Regno di Mezzo, incanalata su binari globali, ha intrapreso un viaggio di espansione commerciale che, cavalcando ad alta velocità l'onda d'urto della mondializzazione, ha visto quali effetti immediati un'espansione economica dirompente, quasi esponenziale, come testimoniano i dati relativi agli indicatori di crescita del Pil, che confermano, anche per l'anno 2005, un incremento pari al 9%.

Tra le maglie di questa rete di sviluppo si nasconde però un nodo non indifferente: l'inarrestabile corsa di Pechino dal punto di vista economico, commerciale e militare non è infatti accompagnata parallelamente da uno scatto repentino, volto a recuperare il terreno perduto, in grado di accorciare le distanze tra due componenti di una società, quella cinese, ormai sdoppiata: da una parte una società ipertecnologizzata e quindi più evoluta, dall'altra una società «medioevale» e «schiavista», che paga un ritardo abissale in termini di tutele dei diritti individuali e sociali e che necessita di essere al passo con la prima. E' difficile auspicare che la modernizzazione, di per sé stessa, abbia come naturale deduzione lo sviluppo del principio della libertà, intesa in tutte le sue declinazioni, da quella individuale, a quella politica, civile, religiosa, ecc.

I rapporti preparati dal Dipartimento di Stato americano sulle violazioni cinesi dei diritti umani non fanno che confermare l'esistenza di una realtà in continuo deterioramento. La libertà di espressione, diritto fondamentale nelle democrazie occidentali, in Cina è quasi un tabù: è recente il tentativo (non andato a buon fine), da parte del governo cinese, di togliere agli Usa il controllo di uno strumento potente quale internet per affidarlo all'Onu, all'interno della quale il paese asiatico ha una forte l'influenza. Una manovra orientata a contrastare la libertà di informazione che garantisce internet, una libertà che creerebbe puro ostruzionismo ai danni del regime comunista e che rischia di fomentare opposizione al sistema politico. La tensione sociale è in Cina molto elevata, per questo motivo il Pcc - forte del suo potere centrale dirigistico - punta a gestire dall'alto un processo di sviluppo che, sebbene appaia inarrestabile, contiene in nuce i germi di una deflagrazione che, in un modello di società in cui la gestione del potere è ancorata ad una visione del tutto arcaica e medioevale, sarà inevitabile se non interverranno cambiamenti significativi di rottura con il passato.

In una società in cui l'economia rurale - che vede l'apporto di una massa di circa 700 milioni di persone (la popolazione cinese è 1 miliardo e 350 mila)- è ancora quantitativamente prevalente, uno strumento come internet attecchisce principalmente laddove il tessuto è prevalentemente industriale e sviluppato dal punto di vista tecnologico (soprattutto lungo le coste): quella del web è una fonte inesauribile di notizie che, insinuandosi nelle maglie della società cinese, potrebbe costituire uno strumento potenzialmente esplosivo e destabilizzante: per questo motivo l'accesso alla rete è continuamente monitorato dalla polizia informatica. Lo strumento di internet è infatti in grado di far conoscere, attraverso la navigazione nella rete, l'impianto, i risvolti pratici e gli effetti benefici della forma di governo democratica, soprattutto dal punto di vista della tutela dei diritti.

Come ha dichiarato il presidente americano Bush durante la sua visita in Asia: «Il popolo cinese vuole più libertà d'esprimersi, di praticare la religione senza il controllo dello Stato. Andando incontro alle legittime attese di libertà e di apertura dei cittadini, i leader cinesi possono aiutare il loro Paese a divenire una nazione moderna, prospera e fiduciosa». Un Paese coma la Cina, che vive una crescita poderosa nutrendosi delle logiche positive della mondializzazione, ci aiuta anche a capire quali possano essere gli effetti perversi del suo sviluppo nel caso in cui questo processo venga inteso unicamente nel suo carattere economico, rischiando così di «inglobare»la società con i suoi diritti, al cui servizio dovrebbe invece porsi: una visione della globalizzazione limitata a questo solo aspetto non consente di perseguire i suoi veri intenti, ovvero la realizzazione del bene universale, entro il quale confluiscono i diritti dell'uomo nella loro integralità. L'Organizzazione delle Nazioni Unite, l'organismo preposto alla realizzazione di tale fine, ha dimostrato in più occasioni tutti i suoi limiti per carenza di autorità e mezzi e per l'anacronismo delle sue istituzioni.

La Cina ora gode di vantaggi competitivi sul mercato mondiale basati su presupposti non sani, presupposti che disattendono quelli che sono invece i capisaldi delle società occidentali e che affondano le loro radici sull'evoluzione politica delle istituzioni rappresentative. Uno sviluppo non ancorato a determinati principi, come il rispetto della proprietà intellettuale, dei diritti del lavoro, ecc., se da una parte accelera il processo di espansione ed i margini di crescita grazie all'utilizzo di fattori produttivi a basso costo, dall'altra prima o poi, per le contraddizioni insite ad un sistema che poggia sullo sfruttamento delle risorse umane, è destinato ad implodere.

! Aurora Franceschelli
Gli ultimi commenti
SCRIVI UN COMMENTO A QUEST'ARTICOLO

i migliori verranno pubblicati in queste pagine

Nome o nickname:
Titolo:
Commento:
Caratteri disponibili:


 

Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.137 del 25/11/2005
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
© 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata
Riproduzione riservata