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numero 280
6 marzo 2008
 
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Crescita demografica e benessere della popolazione: l'India smentisce clamorosamente i democatastrofisti

di Giorgio Bianco - 25 novembre 2005

Aveva ragione l'economista liberale David Osterfeld, che in passato abbiamo già avuto modo di citare, nel definire gli allarmismi sulla crescita demografica «il perenne mito della sovrappopolazione». Si hanno purtroppo dimostrazioni continue di come alcuni settori del mondo culturale e politico continuino a rimanere aggrappati pervicacemente a questa fissazione, concepita come indiscutibile e dogmatica certezza non sostenuta però da prove di alcun genere, e cionondimeno incistatasi in menti per altri versi brillanti ed erudite: si pensi al successo editoriale di un libro (se così si può definire una raccolta poco organica di editoriali apparsi sulla prima pagina del più diffuso quotidiano italico) come La Terra scoppia di Giovanni Sartori, nonostante suddetta pubblicazione rappresenti un autentico «peso piuma» non solo editoriale(chi lo ha avuto tra le mani sa che è già smilzo di suo, a questo si aggiungano i trucchetti ben noti agli editori come l'uso di caratteri grandi per dare corposità e volume fisico di libro a ciò che, stampato con criteri diversi e più onesti, risulterebbe nulla di più che un fascicoletto), peso piuma non solo editoriale, si diceva, ma soprattutto intellettuale, visto il vuoto pneumatico di argomenti che un collaboratore di Ideazione, particolarmente provvisto di ragioni e di vigoria polemica, ha saputo ben evidenziare, ricevendo dall'interessato nulla di più dell'etichetta, peraltro onorevole, di «giovane e tracotante sciabolatore», ma di contro-argomenti, manco a dirlo, neanche uno.

Si è detto: menti per altri versi brillanti, come quella del professor Sartori cui nessuno nega autorevolezza di politologo, se ne condividano o meno le posizioni, ma che si vuole togliere lo sfizio di dottoreggiare in argomenti che non gli competono professionalmente(e sarebbe il meno) e riguardo ai quali dimostra di non avere in ogni caso grande contezza. Sono menti che rendono pessimo servizio a se stesse perpetuando una convinzione, quella dell'eccesso di popolazione e della sua presunta perniciosità, che vista la sua natura apodittica assume la fisionomia di una vera e propria superstizione. Di questa superstizione gli ultimissimi officianti sembrano essere gli aderenti a Rientrodolce, un'associazione nata a Torino per iniziativa di un gruppo di radicali, a vario titolo e in varia misura legati all'ala più sinistrorsa, antiliberale e statalista del loro partito di riferimento. Questa associazione, rifacendosi apertamente a Malthus, si propone come obiettivo nientemeno che un rientro, giustappunto «dolce» - ovvero senza i tragicamente noti metodi cinesi - della popolazione umana a due miliardi di persone. «L'Esplosione Demografica - si legge sulla home page del loro sito - è stata definita "la Madre di Tutte le Tragedie Contemporanee" perché fame, sete, guerra, povertà, disoccupazione, inquinamento, migrazioni di massa e desertificazione sono ovviamente e strettamente connesse con il drammatico incremento di cinque volte che ha portato l'umanità da 1,2 miliardi nel 1900 a 6 miliardi di persone a fine millennio. Valutando adeguatamente questo incremento dobbiamo essere consapevoli che l'aumento della popolazione umana in un singolo anno, alla fine del secolo scorso, era uguale all'incremento durante il primo Millennio dell'era Cristiana". Si tratta di un passo oltremodo illuminante, dal momento che rende conto della natura apodittica che, come si è detto, caratterizza con puntualità impressionante tutte le esternazioni dei neomalthusiani.

Si noti, per prima cosa, che il rapporto causale tra «fame, sete, guerra, povertà, disoccupazione» e presunta «sovrappopolazione» è dato come assiomatico, ovvero, come ci conferma il Devoto-Oli, «evidente di per sé, quindi, indiscutibile». Infatti, già dal primo paragrafo i nostri zelanti ammonitori demografici omettono, nella loro adamantina sicumera, di spiegarci come mai dovremmo rimanere tanto sconvolti dal fatto che i tassi di crescita demografica siano cresciuti in modo così clamoroso rispetto a un paio di millenni fa. Se credono, con questi dati nudi e crudi, di fare impressione a qualcuno, evidentemente fanno finta di non sapere che altri dati possono risultare ancora più eclatanti, senza per questo portare una goccia d'acqua al loro mulino: si pensi, ad esempio, al fatto che la popolazione mondiale nel suo complesso ha conosciuto, soprattutto a partire dal XVIII secolo, un'espansione senza precedenti, ed è cresciuta di sei volte negli ultimi 200 anni. In termini strettamente statistici si può certamente parlare, utilizzando il loro lessico, di «esplosione demografica». Quello che continua a non essere chiaro, né leggendo i loro scritti, né discutendo personalmente con qualcuno di loro, sono le ragioni per cui questo aumento di popolazione sarebbe la causa diretta o indiretta dei problemi che assillano l'umanità. Nessuno di costoro ha mai saputo rispondere in modo sensato a una semplice domanda: qualcuno fra loro si sentirebbe di sostenere che quell'incremento demografico di per sé certamente impressionante abbia lasciato l'umanità in uno stato di povertà e miseria, e che, al contrario il boom demografico non è coinciso con una crescita della produttività, della produzione, della ricchezza, della sanità come mai nella storia dell'uomo? C'è qualcuno fra loro che come molti altri non radicali si sintonizza quotidianamente su Radio Radicale - la quale ogni settimana non manca di dare spazio al decano del nomalthusianesimo italiano, il professor Gigi De Marchi, ideologo ufficioso dell'associazione Rientrodolce - c'è uno di loro che, di fronte a una constatazione del genere, sarebbe disposto a sostenere che sarebbe meglio ritornare alle condizioni di vita non diciamo del primo millennio dell'era cristiana, ma a quelle di 200, 100, anche 50 anni fa? Sono consapevoli questi democatastrofisti «dolci» del fatto che su questo nostro pianeta, tanto più popolato rispetto al passato remoto e anche prossimo, l'uomo vive più a lungo, mangia meglio, produce e consuma di più che in ogni altro tempo della storia? Si sono mai soffermati a riflettere sul fatto che un mondo di circa 6 miliardi di abitanti, pur con tutti i suoi problemi, è più ricco di quello del neolitico? Non hanno proprio mai preso in considerazione il fatto che, dal 1960 ad oggi, la popolazione mondiale è quasi raddoppiata, ma questo non si è tradotto in un disastro, bensì in un generalizzato sviluppo, in un aumento della qualità e delle aspettative medie di vita?

Né sul loro sito, né assistendo ai loro dialoghi è dato sapere se abbiano a disposizione elementi per smentire tutto questo. In compenso, non hanno dubbi sui bersagli contro cui appuntare o loro strali: «Ma, a dispetto del suo impatto di ineguagliabile gravità su tutti i maggiori problemi umani, l'esplosione demografica è stata ignorata durante tutto il secolo scorso, non solo dai leader politici e religiosi ma anche dai loro lacchè nei Dipartimenti di demografia, portando qualche acuto osservatore a concludere che la maggiore tragedia relativamente all'esplosione demografica non è la sua scala ed il suo impatto ma la sua totale negazione da parte dell'establishment politico, religioso e scientifico». Ammesso e non concesso, ma proprio non concesso, che l«esplosione demografica» sia stata ignorata nel corso del Novecento - come se pubblicazioni tanto diffuse e tanto regolarmente ristampate, e altrettanto regolarmente smentite e screditate dalla storia come quelle di Paul Ehrlich e Lester Brown fossero passate inosservate e non avessero influenzato in misura determinate amplissimi settori dell'opinione pubblica - agli autori di questo «manifesto» sembra proprio sfuggire il ruolo primario che le decisioni degli individui, la maggior parte dei quali appartengono alla «plebe» - cui, a sentire i «rientrodolcisti», sarebbe stato negato con autoritarismo catto-fascio comunista di entrare in contatto con le tesi dei denatalisti, e di dare più importanza a quelle che alla propria volontà e razionalità svolgono nella gestione della propria vita familiare. «Sta a vedere che i fessi siamo noi», avrebbe forse chiosato il Principe partenopeo della risata.

Peccato che ci sia ben poco da ridere, visto che i nostri neomalthusiani dell'ultima generazione sono proprio convinti: «Ora, dopo una repressione di mezzo secolo dovuta alle gerarchie cristiane ed islamiche, fasciste e comuniste e lo sterminio di massa di mezzo miliardo di bambini condannati a morte, 10 milioni di donne uccise dall'aborto illegale, 200 milioni di giovani uomini uccisi da guerre territoriali e altre incalcolabili moltitudini di uccisi dalla povertà, disoccupazione di massa e genocidi, il problema sovrappopolazione sta nuovamente imponendo alla comunità internazionale il suo profilo opprimente, perché né brillanti economisti né fascinosi ideologi possono spiegare un singolo evidente fatto - es. i soli paesi del Terzo Mondo che hanno sconfitto la povertà, disoccupazione e sottosviluppo sono quelli (Cina, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore) che hanno simultaneamente adottato libero mercato e controllo delle nascite». Insomma, pare proprio che tra tutti i fattori che spingono gli individui a figliare o no - politica, propaganda, religione, istruzione - l'unico a non contare nulla e risultare, tanto da non essere neanche nominato, sia la libertà di scelta, fatta di volontà, razionalità, responsabilità degli individui. È interessante osservare come in questo passo si riportino gli esempi di vari Paesi, tra cui l'immancabile Cina, ma si ometta (casualmente?) di nominare l'India. In realtà, il sospetto che si tratti di un'omissione non casuale è dettato dal fatto che l'India rappresenta la migliore dimostrazione di come la crescita della popolazione possa benissimo procedere di pari passo con lo sviluppo dell'economia e il miglioramento delle condizioni di vita generali di tutto il subcontinente indiano.

Le fonti a cui attingere per dimostrarlo sono molte, la più recente è costituita dai dati forniti da Piero Gheddo, missionario del PIME, appena diffusi dall'agenzia Greenwatch News: «L'India diventa indipendente il 15 agosto 1947, quasi sessant'anni fa. Gli indiani sono aumentati da 361 milioni a un miliardo e trenta milioni, passando dal 3,2% all'1,9% di aumento annuo. La crescita annua del prodotto interno lordo (Pil) è passata dall'1,3% negli anni Cinquanta al 3,8 negli anni Settanta e al 6,2 negli anni Novanta, raggiungendo così l'autosufficienza alimentare, che è la base per ogni sviluppo economico e sociale! La popolazione giudicata "sotto il livello minimo di povertà" è passata dal 55% nel 1973 (prima era peggio!) al 34% nel 1997. il reddito medio pro capite, parificando il valore della moneta e la capacità di acquisto, da 121 (nel 1951) a 400 dollari. E potrei continuare con le cifre tratte da varie fonti autorevoli. Si noti che l'India non ha ricchezze naturali (non ha petrolio, né oro, né diamanti) e un territorio che è un terzo di quello cinese: l'India è estesa meno del Sudan ed Etiopia sommate assieme e ha un miliardo e trenta milioni di abitanti, mentre i due paesi africani non arrivano a 80 milioni e sappiamo quanto sono in preda alla fame, all'instabilità politica e alle guerre etniche. L'India ha più abitanti di tutto il continente africano, che consta di 800 milioni di abitanti, in un territorio che è circa un decimo di quello africano; e quasi tre volte gli abitanti del Sud America, che totalizza 400 milioni di abitanti, in un territorio che è circa un quarto di quello sudamericano (il Brasile è due volte e mezzo più vasto dell'India)! Negli anni Cinquanta del novecento l'India importava 2,1 milioni di tonnellate di prodotti agricoli l'anno (1951), oggi esporta cibo in Medio Oriente, Africa e, fino a qualche anno fa, anche in URSS e nei paesi dell'Europa orientale. Le riserve statali indiane di grano sono sui 40 milioni di tonnellate, sufficienti per non far temere un'altra carestia come l'ultima grande carestia nazionale del 1966».

L'omissione di cui si parla appare tanto più singolare se si tiene presente che sono in gioco considerazioni di carattere politico, cui i radicali per la loro storia non dovrebbero essere indifferenti, che differenziano l'India dalla Cina. Per esempio, l'India ha saputo mantenere la democrazia, la libertà di stampa e libertà religiosa nonostante i problemi causati da conflitti interni tra estremisti induisti e islamici. Nel campo dell'energia l'India ha programmato la realizzazione di 12 reattori nucleari di grande potenza, alcuni dei quali già in costruzione. Ancora: il Paese sforna la bellezza di 260 mila ingegneri l'anno, che escono tutti dai politecnici di eccellenza fondati circa mezzo secolo fa, fra il 1950 e il 1963. Si chiamano Indian Institute of Technology (ITT) perché furono creati sul modello del prestigioso MIT, l'americano Massachussetts Institute of Technology, da cui sono usciti decine di Premi Nobel statunitensi e migliaia di brevetti americani.

Eccole, le «ovvie» conseguenze dell'espansione demografica. E tuttavia, imperterriti, i profeti del «rientro dolce» si domandano: «come possiamo ottenere un rapido controllo della popolazione senza adottare le politiche coercitive della Cina? Ancora una volta la psicologia, e la psicologia motivazionale in particolare, possono offrire una valida risposta, come studi Italiani specializzati hanno persuasivamente mostrato. Comunque, questa risposta, così come tutte le misure per il controllo delle nascite, deve essere sostenuta politicamente dai governi democratici attraverso la subordinazione d'ogni tipo d'aiuto economico e sociale, a favore dei paesi del Terzo Mondo, all'adozione di politiche per il controllo delle nascite». In che modo realizzare tutto questo, non è dato sapere: anche ipotizzando che sia auspicabile, sia realizzabile senza fare ricorso a misure di plateale violenza, ma a quelle più subdole dell'eugenetica(ossia quelle delle sterilizzazioni all'insaputa degli interessati, del massiccio ricorso all'aborto, come è avvenuto per decenni in Svezia e altri Paesi scandinavi - si legga, al proposito, L'utopia eugenetica del welfare state svedese di Luca Dotti, ed. Rubbettino) o comunque attraverso una sistematica e deliberata omissione della verità. Cosa che questo manipolo di neomalthusiani coagulatosi all'ombra della Mole Antonelliana, ma che per faro illuminante ha l'immarcescibile professor De Marchi, sta già ampiamente mettendo in pratica.

In conclusione, il punto più importante, senza il quale tutto ciò che precede sarebbe soltanto una sequela di chiacchiere inutili: nessuno, signori di Rientrodolce e professor De Marchi, può arrogarsi il diritto di dire a un altro quanti figli può mettere al mondo. Si provi a dimostrare il contrario continuando a ritenere di potersi definire «libertari».

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