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Natale: i libri da non leggere

di Francesco Galietti - 25 novembre 2005

A volte è proprio divertente leggere delle recensioni cattive. Non mi era proprio piaciuto il nuovo libro di Jared Diamond, Collapse: how societies choose to fail or to succeed. Così banalmente determinista e ambientalista, il libro appartiene a quella ridda di testi che manda in brodo di giuggiole i politicamente corretti. La tesi di fondo del libro è che un approccio sbagliato verso l'ambiente non può che produrre carestie, spopolamento ed infine il collasso. Manco a dirlo, noi occidentali postmoderni dovremmo trarre utili insegnamenti dalla storia per fermare il tutto prima che sia troppo tardi. Gli imperi, ricorda Diamond, cadono per altre cause, ma spesso crisi militari e politiche «occultano» un degrado ambientale a monte. Per fortuna che ci ha pensato Victor Davis Hanson, il celebre storico polemologo, a ridurre a miti consigli Diamond. Lo ha fatto facendo letteralmente a polpette il libro in oggetto con una feroce recensione su National Review.

Hanson parte dai prodromi del libro. Ricorda che Diamond, ancor prima di dare alle stampe l'ultimo libro, aveva raggiunto grande notorietà con un altro testo, Guns, Germs, and Steel. Quest'ultimo riproponeva teorie di determinismo geografico. Infatti, l'idea sottesa all'intera opera è che in sostanza la geografia prevalga sulla cultura, e che l'Occidente debba la propria posizione privilegiata non tanto ai propri valori caratteristici, bensì alle risorse naturali vantaggiose. Prima bordata, spassosissima, di Hanson: valgono di più elevate concentrazioni di minerali oppure Clistere, Platone, Sant'Agostino, la Magna Carta, la Cappella Sistina, Thomas Edison e Albert Einstein? Se Diamond è coerente, si troverà costretto a rispondere con la prima opzione. Il che, però, è in palese contrasto con la realtà dei fatti. Come avrebbero fatto altrimenti i Tolomei, ricorda Hanson, a costruire una civiltà ancor più dinamica di quella dei faraoni se da questi avevano ereditato un territorio esausto e sempre più inaridito? E, aggiungiamo noi, come ci si spiega il miracolo dello Stato di Israele, capace di far crescere le angurie nel deserto? Troppo facile, per accusare gli effetti negativi delle concentrazioni demografiche e dell'ignoranza ambientale, indicare Città del Messico, San Paolo o Calcutta. Perché la stessa teoria non regge, allora, quando si prendono ad esempio concentrazioni urbane «civilizzate» come Tokyo o Londra?

Il fatto è che Diamond fa un errore madornale. Per dirla con Sant'Agostino, vede la pagliuzza nell'occhio altrui e non riconosce la trave nel proprio. Le cause della decadenza degli imperi vanno ricercate in ben altri elementi: nell'ipercentralizzazione, nella burocrazia ipertrofica e progressivamente rigida, nella decadenza culturale delle élites, in un livello di imposizione fiscale esagerato, ecc. Ancora una volta, quindi, Diamond gioca sporco, pur di corroborare le proprie tesi. Il suo approccio non è quello di partire dall'esperienza empirica e giungere a ipotesi, bensì di postulare delle teorie e di proiettarle sulla realtà. Però, siccome reggono, deve ricorrere a esempi molto circoscritti e comunque confutabili. Prendiamo ad esempio l'accusa (agli americani) di aver deturpato il nord-est. E' vero, ai tempi, il nord-est è stato fatto oggetto di un forte disboscamento. Come però omettere di menzionare che oggi proprio la stessa area ha più foreste. Idem per l'Islanda, a cui sono la moderna tecnologia, la democrazia liberale e lo Stato di diritto a consentire l'abitabilità in condizioni di benessere. Ma questo a Diamond non interessa. E' curioso notare come proprio queste teorie da ambientalista ideologico riecheggino le celebri enunciazioni dello «spazio vitale» di hitleriana memoria o della «sfera di co-prosperità» del Giappone imperiale in epoca bellica. Un caso? Molto peggio: la dimostrazione che in Diamond c'è una fortissima carica ideologica.

! Francesco Galietti
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