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Campi nel mondo, l'ex Iugoslaviadi Mariacristina Nasi - 9 dicembre 2005 I Balcani sono «teatro di un'instabilità cronica», che «si alimenta della differenza etnica e religiosa, dell'opposizione forsennata di nazionalismi e di interessi divergenti». Le guerre d'indipendenza del 1912-1913, conosciute come guerre balcaniche, nonché i due conflitti mondiali, rappresentano «gli episodi più noti di tale instabilità»; la disintegrazione della Iugoslavia «ne è la manifestazione più recente». In questo paese, cinquant'anni dopo la seconda guerra mondiale, sono stati creati dei campi. Di prigionia, concentramento, sterminio? Prima di affrontare la questione, sono necessarie tre considerazioni.
Generalmente, si fanno risalire i massacri che hanno insanguinato la ex Iugoslavia al 5 aprile 1992, quando l'esercito federale iugoslavo invase la Bosnia e assediò la città croata di Vukovar. Obiettivo: «assicurarsi l'occupazione del maggior numero di territori possibili in cui vivono dei serbi per realizzare l'antico sogno di una ‘Grande Serbia' finalmente riunificata». Per realizzare tale progetto, l'esercito federale, a maggioranza serba, si trasformò in un'armata agli ordini di Belgrado. Nell'ottica nazionalista serba, il popolo croato è ritenuto collettivamente responsabile dei massacri di serbi durante la seconda guerra mondiale, mentre ogni bosniaco di religione musulmana diviene «un fondamentalista, un militante islamico». CroaziaL'odio anticroato non si basa su dati recenti, bensì accaduti tra il 1941 e il 1945, quando la Croazia, allora protettorato nazista, sterminò centinaia di migliaia di serbi. Proclamatasi Stato indipendente, essa disponeva di quasi 26 campi di concentramento, logor, in cui furono internati serbi, zingari, prigionieri politici croati, ebrei, pochi dei quali resistettero a percosse e torture. Tra tutti i campi, il più conosciuto e terribile fu quello di Jasenovac (niente crematori o camere a gas, ma bastoni, spranghe di ferro, chiodi). Serbia«Riaprendo senza pudore le ferite di un passato doloroso, sfruttando sia la paura suscitata dalla guerra civile che si va profilando sia le angosce di una popolazione che soffre la transizione» da un sistema economico-politico ad un altro, i propagandisti di Milosevic aizzano una contro l'altra le varie comunità. Il piano di occupazione militare della Bosnia-Erzegovina è pronto fin dal 1991; esso «prevede e prepara nei minimi dettagli gli incidenti interetnici che daranno fuoco alle polveri e giustificheranno l'occupazione dei punti strategici del paese» da parte dell'esercito iugoslavo. A tale scopo Belgrado addestra una milizia, la SDS, composta di serbi della Bosnia e della Croazia. Sempre secondo il piano, i musulmani devono essere espulsi, convertiti o sterminati. Mentre bombardano le città e fanno avanzare le truppe, i serbi ripuliscono le zone conquistate o da conquistare «da tutto ciò che non sia squisitamente serbo»: non basta che il nemico sia respinto, o annientato; si deve «cancellare qualsiasi traccia fisica e tangibile della sua ancestrale presenza nella regione». Ecco perché, oltre a massacri e campi di concentramento, la strategia serba colpisce i simboli culturali: città storiche rase al suolo, moschee distrutte, cimiteri profanati, edifici storici, centri culturali, università, biblioteche, musei bombardati. E' ciò che accade alla città di Sarajevo: assediata per mesi, è devastata dalle cannonate; distrutte le collezioni di libri antichi e manoscritti rari, come pure le moschee; quelle che restano fungono da obitori, centri di tortura o prigioni per musulmani. Dotati di una milizia armata, ben addestrata, i serbi non hanno difficoltà a sfondare le linee del fronte in Bosnia, che, vistasi tagliate le vie di approvvigionamento, sprovvista di esercito e tradizione militare, non sa come fronteggiare il pericolo; in sei settimane le forze serbe occupano quasi il 70% del territorio bosniaco e bloccano le strade per le principali città musulmane. Consci che il loro obiettivo, costruire una Grande Serbia etnicamente pura, non è gradito alla comunità internazionale, alcuni propagandisti serbi sono «incaricati di fornire al potere alibi costruiti su misura». Poiché l'avanzare delle forze serbe in Bosnia è rapido, sorge il problema di cosa fare dei nemici catturati (soldati, civili sospettati di essere militanti islamici o politici, intellettuali...). Si opta per il loro internamento nei campi, che devono essere allestiti. Le prime deportazioni risalgono al luglio 1992. Obiettivo dei serbi: eliminare dai territori bosniaci storicamente serbi qualsiasi presenza estranea. Metodi impiegati: vari. Procedura di base: la stessa, suddivisa in tre fasi. Inizialmente, le forze serbe allontanano dalle zone da conquistare i compatrioti; in seguito, bombardano città e villaggi per più giorni, prima di invaderli; infine, danno inizio al terrore: saccheggiano, incendiano, organizzano retate, in base a liste «stilate da lunga data» (principali vittime sono notabili, politici e commercianti musulmani). Le truppe operanti in Bosnia sono formate perlopiù da «mercenari, pregiudicati e nazionalisti accecati dall'odio». Spesso, i bosniaci devono firmare un documento, in cui cedono il loro patrimonio ai serbi. Tanti sono uccisi sul posto; i sopravvissuti sono deportati nei campi più vicini; altri, generalmente scelti a caso, vengono massacrati lungo la strada. In Bosnia sono stati scoperti più di una trentina di campi. «Indissociabili dall'ideologia che li ha prodotti», hanno vita breve. Sebbene, per la pressione dell'opinione pubblica internazionale e dei governi occidentali, parte di questi campi vengano periodicamente chiusi, essi riescono comunque ad adempiere alla loro funzione. Concepiti per restare in attività per un tempo limitato, secondo le esigenze del luogo e del momento, una volta assolto il loro compito («torturare qualche civile sospettato di collusione con le forze bosniache o procedere alla pulizia etnica dei dintorni»), si spostano, divenendo veri e propri «campi itineranti». Il centro più noto è quello di Omarska. Qui i prigionieri sono raggruppati in tre categorie: A, B, C. La A, decimata, è composta da dignitari della comunità musulmana e militari bosniaci; la B, da coloro che hanno difeso il territorio bosniaco; la C, da tutti gli altri, che agiranno da «moneta di scambio», con cui le autorità serbe tratteranno il rilascio dei loro prigionieri. Nei campi regna la violenza fisica, inflitta con manganelli, sbarre, attrezzi metallici, grossi cavi industriali, calci di fucile, coltelli. I detenuti, uomini e donne, indistintamente, sono «picchiati, torturati, violentati e umiliati»; sottoposti a pestaggi, sevizie, «omicidi collettivi e azioni miranti a terrorizzarli»: la notte si sceglie casualmente un gruppo di prigionieri da uccidere; il mattino, se ne incarica un altro di «identificare i cadaveri e poi di seppellirli a mani nude». Le donne, indipendentemente dall'età, sono vittime di stupri collettivi e sistematici. Nessuna è risparmiata, neppure se incinta; se si oppone, viene prima torturata, poi uccisa. Tutto ciò avviene perlopiù davanti ai familiari. Ai detenuti è chiesto di denunciare i compagni, resisi colpevoli di crimini contro i serbi, promettendo loro un trattamento meno severo. In questi campi, «si demoralizza e si avvilisce, solo dopo si uccide». Per Omarska, nel periodo tra l'inizio di maggio e l'inizio di giugno 1992, il numero di decessi è di circa 3000 su un totale di circa 13.000 internati.
Le informazioni sono tratte da Il secolo dei campi - Detenzione, concentramento e sterminio: 1900-2000, di Joël Kotek e Pierre Rigoulot, Mondadori, 2001. |
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Ragionpolitica, periodico on line n.139 del 9/12/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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