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SerenityTra effetti speciali e liberalismodi Giovanni Vagnone - 2 dicembre 2005 Serenity, un film uscito da poco nelle sale. Esempio, non da blockbuster, di fantascienza alla vecchia, semplice maniera. In un futuro in cui l'umanità, per fronteggiare il sovraffollamento della Terra, è riuscita a colonizzare altri pianeti, abbiamo da un lato un'Alleanza (falsamente) democratica che si millanta di essere la tutela di valori come pace, giustizia e libertà, dall'altro un gruppo di pianeti periferici abitati da uomini che si fanno la propria vita nell'ottica dell'individualismo più arrangione possibile. Subito abbiamo un chiaro quadro della situazione: i buoni hanno caratteristiche stereotipate e scarsi mezzi, sono ribelli che incarnano i valori che Defoe cominciava ad introdurre più di quattro secoli fa nell'idea di uomo liberale. Hanno le loro attività, anche fuori legge visto il sistema imposto dall'Alleanza, hanno i loro valori morali che non sono quelli che ci propongono, invece, i cattivi (la pace per tutti, ad ogni costo) e nonostante siano un po' stereotipati riescono a catturare tutta la nostra simpatia. La trama si sviluppa linearmente, inseguendo in maniera costante il colpo di scena finale; già dalle prime battute, con brevi fotogrammi criptici, vengono proposti alcuni misteri, che saranno poi svelati in chiusura. Ci sono stilemi della fantascienza che sono talmente espliciti da sembrare mere citazioni di altri film: l'equipaggio di mercenari buoni su una navicella che rimane in volo per grazia divina tanto è acciaccata (e che un po' ci ricorda il Millennium Falcon del primo Star Wars); i Reavers (uomini evoluti allo stato di selvaggi cannibali e che l'Alleanza nega esistere) che potrebbero essere semplicemente i Fantasmi da Marte di Carpenter, trasferiti nel nuovo universo, o una delle razze aliene di Star Trek Nemesi; la giovane protagonista diciassettenne, Rider, ragazzina su cui esperimenti dell'Alleanza hanno prodotto l'effetto di creare una vera e propria arma umana invincibile (alla Resident Evil). Questo per non parlare dell'atmosfera un po' fumettistica alla Cowboy Bebop che si respira ogni volta che il capitano della Serenity, Malcolm Reynolds, un reduce dalla guerra civile tra l'Alleanza e i ribelli, estrae la pistola dall'aspetto un po' retrò come in un western spaziale. Però, proprio per queste caratteristiche semplici, chi ama la fantascienza può rilassarsi un attimo dopo anni di colossal dalle trame autoreferenziali e quasi inintelleggibili, senza complicazioni temporali o scientifiche che risultano ormai come artifici pesanti e faticosi: Serenity era l'idea che Joss Whedon aveva già inserito in un suo telefilm dal titolo Firefly (dopo aver creato il fortunato Buffy, L'ammazzavampiri) che in Italia non è ancora sbarcato. Per questo raccoglie le simpatie anche degli appassionati ai telefilm fantascientifici che conoscono in questo periodo una fase difficile (dopo la chiusura imposta alla nuova serie di Star Trek Enterprise che ha mobilitato i fans nel disperato tentativo di salvarla). Mancano battaglie campali che contengano effetti speciali rivoluzionari, benché ce ne siano di piacevoli alla vista, anche per il budget ridotto; mancano altre mille cose cui ci hanno abituato ormai i registi di questo genere: abbiamo solo uno schieramento di buoni ed uno di cattivi, una ragazzina da difendere che sta inseguendo un segreto misterioso e che simboleggia la ricerca di verità alla base della libertà ed uno schieramento di cattivi che si incarna in uno spietato inseguitore, indottrinato e credente nella sua ideologia. Mentre ascoltiamo una soundtrack che contiene anche brani country, ci viene in mente che forse, nella primitiva schiettezza di trama e intreccio, ci sia anche un messaggio un po' più profondo. Per una volta non è neppure difficile coglierlo: lo scontro viene visto come possibilità di arricchimento (un po' come scriveva Kant per la prima volta), l'individuo può trovare la verità nascosta e renderla pubblica basandosi sulle sole sue forze (e qui invece sentiamo addirittura un richiamo a Platone e al mito della caverna), e lo stesso uso della forza si rimette nell'ottica del conseguimento della vera pace, quella legata ai concetti di giustizia e libertà, che un regime vuole appiattire con un paternalismo invadente (un riferimento al vero e finto pacifismo sarebbe troppo azzardato?). La domanda di base che resta allo spettatore è quale idea di uomo si voglia adottare: di sicuro il regista non lo vede come un uomo-bambino che il potere accudisce e manovra a suo piacimento, ma chiaramente come un uomo-adulto responsabile per le sue azioni. Per chi trova azzardata una lettura in chiave liberale di un film evidentemente con poche altre pretese che divertire il suo pubblico e fargli passare una serata piacevole al cinema, la risposta è una sola: la fantascienza che in Europa è tanto poco considerata è uno strumento di previsione politica, di libera espressione dei valori e dell'intelletto, che negli Stati Uniti ha un rilievo giustamente ben maggiore che da noi. Un genere letterario e cinematografico tanto sottovalutato che, in realtà, è ben più efficace e visionario della tanto difesa ed amata satira. Forse, con un po' di malizia, anche perché la satira è nata a destra e oggi vive a sinistra, mentre la fantascienza è nata liberale e, tranne eccezioni che confermano la regola, ha continuato a svilupparsi in quel senso.
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Ragionpolitica, periodico on line n.138 del 2/12/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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