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6 marzo 2008
 
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Tfr: una riforma necessaria ed intelligente

di Francesco Galietti - 2 dicembre 2005

Perché la riforma del TFR va a braccetto con la riforma delle pensioni

La riforma del Tfr da poco varata ha un'importanza storica di assoluta rilevanza. Per la prima volta un governo, nell'arco di una legislatura, ha sistematicamente riformato il sistema previdenziale (riforma delle pensioni) e il meccanismo della destinazione del Trattamento di fine rapporto (Tfr). Non a caso le due riforme, che entreranno in vigore nel 2008, sono indissolubilmente legate tra loro. La scelta è obbligata, poichè, come noto, per evitare il formarsi di una voragine pensionistica dovuta al crescente numero di pensionati e al sempre minore di giovani occupati, si è scelto di adottare un sistema contributivo, con l'effetto che alle nuove generazioni saranno corrisposte minori pensioni pubbliche. Con l'adozione di un meccanismo contributivo, pilastro del nostro nuovo sistema pensionistico, il legislatore si è visto automaticamente costretto a cercare uno strumento per dare alle famiglie una forma di integrazione della minore pensione pubblica del futuro. Lo spiega bene Elsa Fornero nel suo articolo «Tfr, meglio i sacrifici che restare fermi» pubblicato su Il Sole 24 Ore del 24 novembre scorso.

Questa fonte di finanziamento è stato individuato nel Tfr, che, come noto, costituisce una posta patrimoniale passiva nei bilanci delle società (in altre parole: è un debito verso i dipendenti). Basta infatti pensare che alla fine del 2004 erano iscritti alle diverse forme di previdenza complementare circa 2,8 milioni di persone, quasi il 12% degli occupati complessivi. I dipendenti privati (categoria potenzialmente interessata ai fondi contrattuali) sono oltre 12 milioni. Secondo i calcoli del Ministero del Welfare il Tfr, maturando, supera i 13 miliardi di Euro.

Ecco quindi che il trasferimento dei nuovi flussi di Tfr a fondi pensione costituisce il primo obiettivo del nuovo decreto, mirando a ridistribuire le risorse più che ad aumentare il risparmio delle famiglie. E' sempre Elsa Fornero a chiarire che questo «rimescolamento» si giustifica nella misura in cui alla collettività ne derivi un beneficio netto. Come questo possa avvenire, è possibile capirlo analizzando, in estrema sintesi, alcuni tratti principali della riforma.

Perché la riforma è un incentivo a sfornare offerte tra loro concorrenziali

Tanto per cominciare, nei primi sei mesi del 2008, il dipendente potrà decidere se lasciare il suo Tfr in azienda oppure scegliere il fondo a cui destinarlo. Se non si esprimerà, la sua liquidazione verrà versata alla forma previdenziale prevista dai contratti collettivi, a meno di un diverso accordo aziendale. Il contributo del datore di lavoro previsto dai contratti in aggiunta al Tfr ed al contributo del dipendente dovrebbe essere versato dalla società al fondo unicamente se la forma previdenziale scelta dal lavoratore è prevista dal contratto. Se il contratto, pertanto, prevede che il contributo sia destinato solo ai fondi negoziali, il lavoratore perderà il diritto a questo contributo passando ad un'altra forma di previdenza, ad esempio alle polizze individuali gestite dalle assicurazioni. Questo punto, in particolare, è stato oggetto di intensa discussione, anche per via dei molti e concomitanti interessi intorno alla «portabilità» del contributo del datore di lavoro, nel caso che il dipendente decida di «transitare» dal fondo negoziale ad un'altra forma.

Gli articoli della stampa, talora decisamente disinformati, si sprecano, tuttavia, per avere un quadro «problematizzante»: si può leggere Piccola mappa dei molti (e coperti) interessi in gioco nell'odissea del Tfr apparso su Il Foglio il 16 novembre. A esprimere critiche sul testo della riforma sono in particolare l'Associazione delle imprese assicurative, che ha protestato per quella parte della riforma che esclude le compagnie dalla portabilità. A fianco di questi soggetti «istituzionali» anche l'Istituto Bruno Leoni, per bocca di Alberto Mingardi, ha sottolineato, nel Comunicato IBL del 25 novembre, che il fatto che «soltanto scegliendo la previdenza sindacalizzata si possa accumulare anche la quota a carico dell'impresa, distorce la competizione e, di fatto, pone le premesse per il fallimento stesso di questo secondo pilastro». Per essere dei libertari e, quindi, dei paladini del mercato, quelli dell'IBL hanno quantomeno la vista corta. Come dimenticarsi che i soggetti diversi dai sindacati possono compensare questo gap studiando prodotti ed incentivi che orientino gli imprenditori verso i loro fondi? In altre parole, la chiave di volta dell'intera riforma sta proprio nell'abilità dei vari soggetti di proporre un'offerta appetitosa. Se così fosse, inevitabilmente gli imprenditori si vedrebbero incentivati a incanalare i propri contributi verso le forme finanziarie maggiormente remunerative.

Perché la riforma è un miracolo di diplomazia

E' proprio per questo che i sindacati hanno paura: perché temono che la loro offerta possa risultare inadeguata rispetto a quelle concorrenti. Ed è proprio così che accade di trovarli in piazza, secondo una logica apparentemente paradossale. Bello l'articolo di Mattias Mainiero, Il governo dà in regalo le liquidazioni ai sindacati. E loro fanno sciopero su Libero del 25 novembre. Signori, la via è aperta, la riforma, ovviamente, non è un monolite immodificabile. D'altronde la riforma va nella direzione radicalmente opposta, quella della flessibilità e dell'adattamento al contesto storico corrente. Tuttavia sarebbe molto miope non riconoscere un merito al governo, che ha saputo contemperare con grande abilità i moltissimi interessi in gioco. Ci è riuscito confrontandosi con i sindacati, tradizionalmente in aperta opposizione con riforme «di rottura»: leggere Liquidazione e fondi pensione, Cazzola contro l'accordo sindacati-imprese» su Il Foglio del 30 agosto per avere un'idea del tourbillon. Al tavolo c'erano poi le imprese, che nel Tfr hanno una classica fonte di finanziamento, e le istituzioni finanziarie. Nessun governo prima era riuscito a fare tanto, e le geremiadi dell'opposizione sono solo «chiacchiere e distintivo».Adesso aspettiamo che la macchina si metta in moto.

! Francesco Galietti
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