|
|||||||
|
|
E alla fine, anche a sinistra, l'ebbe vinta De Felicedi Claudio Carpentieri - 2 dicembre 2005 Renzo De Felice è stato il maggiore studioso italiano del fascismo e, insieme all'americano George Mosse e l'israeliano Ze'ev Sternhell, uno dei massimi indagatori mondiali del cosiddetto fenomeno fascista. Pertanto non si può che accogliere con favore la decisione del Comune di Roma di intitolargli una via nel decennale della sua scomparsa (che ricorrerà nel maggio del prossimo anno), tanto più che tale decisione viene proprio da quella parte politica - la sinistra di matrice comunista - che ha sempre ostacolato e denigrato in ogni modo il vasto lavoro scientifico del professor De Felice. Il cuore di questo imponente quanto rigoroso studio trentennale si potrebbe - forse - sinteticamente riassumere così: il fascismo, inteso come fenomeno politico dell'età contemporanea, manifestatosi nell'Europa centro-occidentale nel ventennio a cavallo tra le due guerre mondiali, è morto e non più «resuscitabile», pertanto può essere indagato con i criteri ed i mezzi propri della ricerca scientifica. Tale posizione, fatta col tempo propria dalla storiografia anche italiana - quella internazionale vi era già arrivata da lustri, anche grazie all'opera di altri illustri studiosi, tra tutti i già citati Mosse e Sternhell, con cui il De Felice intrattenne lunghi rapporti intellettuali - ha però la «colpa» di demolire la vulgata storiografica dominante sin quasi ad oggi. Una vulgata che, sotto l'influenza costante dell'egemonia culturale della sinistra, ha sempre mirato a definire il fascismo come niente più che «il braccio armato della reazione capitalista», una sorta di tendenza pseudo-politica cui la borghesia puntualmente soggiacerebbe nelle fasi storiche di crisi del proprio dominio sociale. Calata nella realtà politica dell'Italia contemporanea, questa teoria è stata abbondantemente sfruttata e corroborata dal vecchio Partito Comunista italiano che, per far dimenticare la propria zelante subalternità al regime totalitario dell'URSS, ha lavorato appunto per accreditarsi come unico custode dell'ortodossia anti-fascista, eletta a religione laica fondativa della nostra Repubblica, e quindi come forza politica democratica e di governo, perfettamente in grado di reggere le sorti dell'Italia. Da ciò origina la ciclica denuncia dell'incombente pericolo fascista, che sul piano istituzionale si è de facto tradotta nell'appropriazione indebita della memoria della Resistenza - che non fu affatto un fenomeno di massa infallibilmente guidato dal superiore vertice comunista - come «cosa della sinistra», sino all'odierno paradosso per cui un positivo evento nazionale viene strumentalizzato da una piazza rossa, cullata nel più feroce anti-americanismo (avete mai visto molte bandiere tricolori, e vessilli degli USA, della GB ad ogni 25 aprile, tra l'oceano di bandiere rosse?). Gli sviluppi della propria indagine portarono inoltre il De Felice ad un'altra conclusione, logicamente ovvia ma politicamente scorrettissima: ossia che il regime fascista, in una certa fase della propria esistenza - la seconda metà degli anni Trenta - godette indubbiamente del consenso maggioritario degli italiani, anche perchè seppe operare a più livelli (compreso ovviamente anche quello della repressione poliziesca d'ogni residua voce dissenziente) per guadagnarselo. In realtà De Felice ha «seppellito» il fascismo, negando di fatto la serietà di ogni coevo progetto politico rifacentesi all'esperienza - evidentemente già chiusa e sostanzialmente fallimentare - del Ventennio o della RSI: tanto più che egli stesso, ad esempio nella celeberrima Intervista sul Fascismo pubblicata da Laterza una prima volta nel 1974, ha rilevato come tale consenso, che pure fu reale e di massa, non era però ispirato da una convinta adesione militante all'ideologia del regime al potere - a differenza di quanto avvenne, invece, quasi contemporaneamente in Germania -, che aspirava a trasformare radicalmente la mentalità collettiva degli italiani per renderli altrettanti combattenti per il tanto agognato posto al sole della «nuova» Italia fascista, bensì da un apprezzamento, sincero ma evidentemente non immutabile nè eterno, per alcuni innegabili successi pratici del regime stesso, dalla politica estera a quella sociale. Gli italiani, insomma, non si fascistizzarono che superficialmente (e temporaneamente), sino a che il regime, a partire dalla promulgazione delle infami leggi razziali del novembre '38, per giungere all'oneroso e infine disastroso coinvolgimento nell'ultimo conflitto mondiale, non mostrò progressivamente la propria (intrinseca) debolezza. Altro che regime «rivoluzionario» e «totalitario» quindi! Eppure, paradossalmente, le sue opere hanno a lungo conosciuto maggior fortuna, di vendite e di consensi, proprio presso il pubblico di destra più o meno estrema, sin quando anche diversi importanti studiosi stranieri han dovuto comunque considerare attentamente il suo punto di vista (come l'inglese Mack Smith nella sua biografia del Duce, edita da Rizzoli), sino anche ad abbracciarlo sostanzialmente (è il caso, ad esempio, del francese Pierre Milza, autore della più recente e ponderosa monografia su Mussolini). L'attività scientifica del professor De Felice ha incontrato, dicevamo, numerosi e seri impedimenti, a partire da una indegna campagna di linciaggio a mezzo stampa, scatenatasi già nella metà degli anni Settanta (allorchè uscirono le sue due opere più controverse, la già citata Intervista sul fascismo e poi, l'anno dopo, il volume della monumentale biografia mussoliniana dedicato appunto agli «anni del consenso»), cui si sommarono ripetute e violente contestazioni da parte di numerosi gruppi studenteschi di sinistra - come la famigerata «Pantera» -, sino ad arrivare, dopo l'assegnazione di una scorta armata, al tentato incendio della sua casa romana, a pochi mesi dalla sua morte. Per certa sinistra, la libertà di pensiero evidentemente vale solo a favore dei propri correligionari, ovvero per tutti quanti contribuiscano a corroborarne l'acclarata e perdurante egemonia culturale. Siamo pertanto ben lieti di constatare come, (anche) attraverso la simbolica decisione di uno dei suoi più importanti esponenti (Veltroni), la sinistra italiana si stia finalmente ricredendo sulla bontà dell'opera defeliciana - un'opera per sua stessa natura anti-dogmatica, quindi anch'essa teoricamente suscettibile di (ulteriori) modificazioni in base a successive e nuove acquisizioni della moderna ricerca storica, malgrado gli ultimi violenti conati di idiosincrasia (come il duro intervento del prof. Nicola Tranfaglia su L'Unità) di questi giorni. Claudio Carpentieri |
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.138 del 2/12/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||