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I sindacati e gli scioperi a due velocitàdi David Busato - 2 dicembre 2005 Cari cittadini ci risiamo. Venerdì 25 novembre si è consumato l'ennesimo sciopero generale dei sindacati. Il sesto, per la precisione, da quando Berlusconi è al Governo. Un bel record, non c'è che dire. Dal 1997, secondo i dati dell'Istat, mai i sindacati avevano fatto così tante ore di sciopero. Nel 1997 quando c'era Amato, si registrano un totale di 6.300 ore scioperate, cifra più o meno mantenuta negli anni successivi. Poi il crescendo. Con il Cavaliere ovviamente. Nel 2001 7.197 ore di sciopero, nel 2002 - l'anno dell'articolo 18 - 34.022 ore di sciopero, nel 2003 13.105 ore di sciopero e nel 2004 4.834 ore. Questa volta, l'ennesima, erano nel mirino dei sindacati la Finanziaria, come da copione, e la riforma del Tfr, prima approvata dai sindacati e poi ripudiata per lo slittamento al 2008. Il primo sciopero generale avvenne il 16 aprile 2002 per l'articolo 18, poi ci furono quello cotro il Patto per l'Italia, in cui scioperò solo la Cgil, il 18 ottobre 2002, quello contro la Riforma delle pensioni, il 2 ottobre 2003 e il 10 marzo 2004, e quello contro la Finanziaria di Siniscalco, il 30 novembre 2004. Ora tocca alla Finanziaria di Tremonti. Luigi Angeletti, numero uno della Uil, ha ammesso che «lo sciopero è politico. Nel senso che è contro la politica economica del Governo». Tutto ciò in rigorosa e ovvia diretta politica su Raitre. In questi cinque anni la libertà ed il diritto sindacale allo sciopero sono stati ampiamente esercitati. Altro che regime. Di recente Pezzotta ha affermato che la stessa durezza la useranno anche contro un eventuale governo Prodi... excusatio non petita accusatio manifesta , verrebbe da dire. Un recente libro del giuslavorista Piero Ichino ha posto un quesito interessante. A cosa servono i sindacati? Domanda fascista o qualunquista? Contro i lavoratori? No. Solo un quesito attuale, visto che da più parti i sindacati paiono non più al passo con i tempi ed anche tanti immigrati che prima erano iscritti alla triplice ora la stanno abbandonando per farsi proprie rappresentanze di lavoratori. Di recente hanno manifestato contro la direttiva Bolkstein di cui ci siamo già occupati. A che cosa serve il sindacato? Le follie di un sistema bloccato e la scommessa contro il declino. Questo il titolo. Pietro Ichino ripropone, come in una cronaca giornalistica, alcune vicende emblematiche, tra cui quella riferita all'ottobre del 2000 - proprio mentre la Fiat prendeva la decisione di chiudere lo stabilimento dell'Alfa Romeo di Arese - quando la casa automobilistica giapponese Nissan annunciava di voler produrre in Europa un suo nuovo modello destinato al mercato comunitario. Si candidarono un sito industriale spagnolo, uno francese e uno inglese. Da noi, invece, a candidare lo stabilimento di Arese, con i suoi duemila operai in procinto di perdere il posto, non ci pensò nessuno. Fu distrazione? Disinformazione? No. Il sistema italiano dei rapporti di lavoro e sindacali non avrebbe neppure consentito di aprire una trattativa sulla base delle proposte della casa nipponica. La gara venne vinta dalla Gran Bretagna. Bassi stipendi? Lavoro precario? Niente affatto: nello stabilimento inglese, scelto poi dalla Nissan, il lavoro è retribuito il doppio di quello dei metalmeccanici italiani, è sicuro e altamente qualificato. Ma è regolato da un accordo sindacale incompatibile con il contratto collettivo italiano di settore. Così, mentre all'Alfa di Arese i lavoratori restano in cassa integrazione per anni e il nostro sindacato vagheggia un impossibile intervento pubblico che consenta di non mettere in discussione nulla del vecchio modello di relazioni industriali, il sindacato inglese negozia e accetta di sottoscrivere una scommessa comune con l'investitore straniero. Altre vicende sono citate significative del difficile stato delle relazioni sindacali nell'Italia contemporanea: dal caso dell'Alitalia, dove le hostess si ammalano a comando per scioperare anche quando è proibito, a quello del Ministro del Lavoro che appoggia il sindacato che le organizza; dalle agitazioni che paralizzano due volte al mese ferrovie e trasporti urbani all'incredibile vicenda degli uomini radar, che guadagnano più di tutti e scioperano più di tutti (anche perché durante lo sciopero non perdono la retribuzione). E ne prende spunto per formulare una proposta di riforma molto chiara e semplice. Una riforma che assume anch'essa il carattere di una scommessa comune a tutte le parti responsabili del futuro economico dell'Italia. Perché il nostro paese non può uscire dal declino senza eliminare i fattori istituzionali e culturali che paralizzano il suo sistema di relazioni sindacali. Ragionamenti giustissimi quindi. Cambierà il modo di comportarsi dei sindacati? Se andrà al potere Prodi pensate che non avrà a che fare con l'articolo 18 e con le riforme strutturali che questo Governo ha fatto e che dovrà anche fare Prodi, se andasse al governo, su pressione degli organismi europei e internazionali? Spesso i sindacati sono considerati i depositari della verità e del buongoverno, come se venissero da un altro pianeta a dare giudizi. Anche sul Tfr il loro comportamento è assurdo. Giacomo Vaciago, professore di Politica economica nell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vicino al centrosinistra ha affermato: «Questa riforma è un'ottima idea, anche se arriva con cinquant'anni di ritardo». Dove erano i sindacati in questi cinquant'anni non è dato saperlo. Giuliano Amato ha affermato: «Rinviare l'entrata in vigore della previdenza complementare significa sottrarre anni di vita ai giovani appena entrati nel mondo del lavoro».
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Ragionpolitica, periodico on line n.138 del 2/12/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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