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Il liberalismo popolare: dal Welfare State alla Welfare Societydi Mario Secomandi - 16 dicembre 2005 Può a buon diritto ritenersi che sia giunto il momento di transitare, agli albori del XXI secolo, e sia pur adottando il criterio della gradualità, dal paradigma del Welfare State a quello della Welfare Society (e/o Community). Lo Stato contemporaneo (del dopo seconda guerra mondiale) è andato caratterizzandosi per essere uno Stato sociale (e Stato dei partiti - ParteeienStaat). Ciò che si vuol rammentare è il fatto che lo Stato abbia assunto i connotati dell'attore protagonista dell'attenuazione delle divergenze socio-economiche e delle varie diseguaglianze, tanto che si è fatto carico di mettere in atto la primazia della politica sull'economia, così che la prima controlli la seconda. Lo Stato imprenditore, lo Stato interventista, lo Stato gestore, lo Stato pianificatore: sono, queste, solo alcune delle formule assurte a modello di un sistema (dai tempi del fascismo sino a pochi anni or sono) che, in un certo qual modo, provava a dare risoluzione a quelle che sono le problematiche che investono il tessuto sociale, unitamente alla istituzione di vari enti pubblici, in magna pars nei settori dell'economia, delle telecomunicazioni, dei trasporti ecc.. Eni, Enel, Rai, Sip, Iri, non hanno costituito che talune esemplificazioni di come la cultura dominante dell'epoca avesse avuto come suo caposaldo l'azione «paterna e materna» dello Stato, e nell'economia e nella società. I cittadini, italiani ma anche europei, hanno, nel cinquantennio che abbiamo alle nostre spalle, fatto affidamento su istituzioni imperniate su di un modello che ha avuto come suo baricentro lo statalismo, poi degenerato in assistenzialismo parassitario. Gli stessi servizi pubblici, erogati da enti statali o para-statali, sono stati caratterizzati da scarso funzionamento ed accentuato ingolfamento, tale da arrecare persino un vulnus all'art. 97 della Costituzione, che prefigura come la Pubblica Amministrazione debba contrassegnarsi per efficienza, efficacia, imparzialità e buon andamento. Sul finire degli anni '80, si è vieppiù palesato come il sistema tout court si trovasse in un certo senso paralizzato, ovvero stretto in una morsa fatale, rappresentata dall'intreccio di un modello statal-burocratico elefantiaco (ed, in taluni casi, affetto da corruzione) ed un sistema partitico (il «pentapartito» che governava senza soluzione di continuità, stante l'impossibilità di un'alternanza né a destra con l'Msi né a sinistra con il PCI) sempre più autoreferenziale, il cui gap rispetto al «paese reale» era, peraltro, non più sopportabile. Con la discesa in campo di Berlusconi (successivamente alla catastrofe sistemica di «tangentopoli») è andata prefigurandosi un'opportunità che prima d'ora non aveva trovato sbocco e modo d'esistere: un vero e proprio cambio di paradigma, un autentico giro di boa per ciò che concerne la visione del rapporto tra Stato e cittadino. In realtà, va fatta una premessa: sebbene il Pci non avesse mai governato direttamente il paese, ciò non toglie la necessità di prendere atto di come esso abbia, ad ogni modo, ad opera della sua egemonia culturale, influenzato una buona parte (probabilmente in certi periodi quella maggioritaria) della mentalità dei cittadini. La cultura di sinistra, comunista, ma anche socialdemocratica, s'incentra sulla primazia dello Stato sul cittadino. Il cittadino, in tal modo, è al servizio dello Stato, il quale è considerato quasi una sorta di Ente supremo ed onnipotente, cui rimandare qualsivoglia istanza, che sia di giustizia o di eguaglianza. Ciò è il «frutto avvelenato dell'albero» positivista, approccio filosofico che presuppone la possibilità per il legislatore di andare anche oltre il novero dei diritti naturali, così da creare ex nihilo anche «nuovi diritti». Per essere più precisi, la cultura di sinistra (la quale ha come punto di riferimento, fra gli altri, il Rousseau e certa cultura giacobina di derivazione illuministico-francese) fa assegnamento sul giuspositivismo, il quale cammina a braccetto con il relativismo etico, per cui, se si creano certe condizioni e/o se lo vuole una determinata maggioranza, chi è al potere, governanti e legislatori (in taluni casi anche chi ricopre funzioni giurisdizionali), può fare leggi o caldeggiare interpretazioni di esse anche difformi dal diritto naturale (e dalla razionalità oggettiva). Oggidì, ne abbiamo una esemplificazione evidente nel governo Zapatero in Spagna, sulle tematiche della vita, della famiglia e della bioetica: il diritto del concepito alla vita, il considerare la famiglia alla stregua di fondamentale cellula della società (fondata sul matrimonio indissolubile ed eterosessuale), il diritto dell'embrione a non essere manipolato (tutti diritti naturali ed oggettivi, questi) non trovano più un riconoscimento «assoluto», ma vengono messi in discussione se non proprio «superati». In buona sostanza, ivi si vuol porre l'accento sul fatto che il Welfare State si sia riposato sul paradigma del positivismo giuridico, per cui è lo Stato a decidere quali sono i diritti che hanno dignità di essere riconosciuti e trovare vigenza, e quali, viceversa, invece no. Da qui l'onnipotenza del legislatore, il quale non trova limiti di sorta alla sua azione. Per converso, il giusnaturalismo, sul quale pongono l'accento soprattutto la dottrina cristiana e quella genuinamente liberale (Locke, Tocqueville e Mazzini, ecc.), non consente ad alcun governante o legislatore di emanare diritti non conformi alla legge di natura, la quale (secondo siffatto paradigma) è poi lo specchio della legge di Dio. In questo modo, diritti come quello alla vita, o come quello dei bambini a crescere ed essere accolti in una famiglia fondata sul matrimonio stabile tra un uomo ed una donna, come anche quello del rispetto della dignità di ogni essere umano, a prescindere dalla sua razza, classe o nazionalità, non possono essere conculcati o superati: essi hanno valenza eterna ed insuperabile da qualsivoglia politico e/o da qualsiasi Stato. Secondo quest'ultima concezione (che noi facciamo nostra), lo Stato (e chi ne è alla guida) non è onnipotente né avulso da limiti: c'è un elenco di diritti naturali (il decalogo, i dieci comandamenti ricevuti da Mosè sul Sinai ne costituiscono l'esempio paradigmatico), che emanano direttamente dalla legge di Dio, i quali non possono che essere riconosciuti e promossi dal legislatore, costituendo i primi un limite insuperabile per il secondo, così come per qualsivoglia maggioranza parlamentare. Orbene, riteniamo che il giusnaturalismo (il quale ha trovato un certo radicamento nella miglior tradizione anglo-americana) sia l'approccio filosofico maggiormente idoneo a fare da supporto alla transizione dallo Stato sociale-assistenziale (che tutto decide e tutto fa in una «cancerogena solitudine») alla «società attiva», alla società della libera scelta e della responsabilità, alla società dei proprietari, della libertà, dei diritti ma anche dei doveri: tale è la Welfare Society e/o Welfare Community. Tutto ciò non fa che comportare un vero e proprio cambio di prospettiva e mentalità: non è più soltanto lo Stato l'ente dal quale promanano i servizi pubblici, in quanto, accanto ad esso, anche le formazioni sociali (private e non statali), costituite da aggregazioni di persone, famiglie ed associazioni, od istituzioni quali ad esempio la Chiesa, svolgono un servizio di pubblica utilità (pubblico a tutti gli effetti). Su tale scia, si può ben pervenire, ad esempio, ad una effettiva parità di dignità fra la scuola statale (la quale, invero, è stata permeata da qualche lustro dall'egemonia culturale di sinistra), e la scuola non statale (come, fra le altre, quella cattolica), dal momento che entrambe svolgono un servizio pubblico. Da ciò ne deriva un circuito virtuoso per il quale la dialettica e dinamica statale-non statale, pubblico-privato, nei settori nevralgici della società (istruzione, sanità, previdenza, assistenza, lavoro, telecomunicazioni, trasporti ecc.) costituisce un presidio affinché l'uomo sia al centro di tutto, e non più lo Stato: dalla centralità dello Stato e del partito si passa così alla centralità della persona umana (e anche della famiglia). Ciò non vuol dire, ovviamente, che si debba smantellare o fare a meno dello Stato; per converso, si palesa la necessità che il medesimo sia accompagnato da una cittadinanza attiva che si muove, nell'ottica della sussidiarietà, per la quale l'ente maggiore (ad esempio lo Stato, o, ad oggi, anche l'Unione Europea) dà sì linee direttive e principi generali, ma non si occupa di ciò che è in grado di fare meglio l'ente minore (ad esempio le regioni e gli enti locali), in modo da far vivere nella realtà i principi di libertà, giustizia e responsabilità, i diritti ed i doveri, avendo come cornice una sfera statale che sia davvero vicina ed amica del cittadino. Sottolineiamo, da ultimo, come sia necessario che anche in sede di Unione Europea si cresca nell'unità e nella sussidiarietà, tale da transitare da un paradigma imperniato sull'arida tecno-burocrazia priva di anima e valori, la quale non fa che soffocare la società e l'uomo, ad un paradigma che fa perno sulla libertà e responsabilità della persona e dei popoli, nel solco delle radici classiche, greco-romane, laico-umanistiche e giudaico-cristiane. Dunque, meno regole, ma certe, e fondate sul diritto naturale, così da scongiurare, ancora una volta, degenerazioni opprimenti e totalitarie, ponendo in essere un equilibrio virtuoso fra politica ed economia, fra Stato e società civile, fra comunità, Chiesa, famiglia e persona.
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Ragionpolitica, periodico on line n.140 del 16/12/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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