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Questo (nuovo?) colonialismo ecofanaticodi Francesco Natale - 9 dicembre 2005 Quanto sta succedendo in Val di Susa in merito al nuovo collegamento ferroviario Torino-Lione può essere facilmente interpretato e classificato come l'ennesimo conflitto tra il mantenimento della competitività del sistema Italia e il fondamentalismo ambientalista visceralmente reazionario. Certo non fanno difetto gli elementi per suffragare una simile interpretazione: c'è la solita mobilitazione delle solite frange politiche movimentiste, si attivano solertemente siti vecchi e nuovi per diffondere via internet il solito rosario di menzogne pseudoecologiste. La montagna è piena di amianto, siete tutti condannati a morte precoce per asbestosi, le falde acquifere profonde saranno sconvolte e contaminate. Verrebbe spontaneo a questo punto osservare con un pizzico di ironia che in questo caso, per la prima volta, il mezzo di trasporto ferroviario (per di più in sotterranea) è diventato opera satanica, quando fino a ieri rappresentava l'icona edificante e virtuosa contrapposta al trasporto su gomma, foriero, quasi fosse il quinto Cavaliere dell'Apocalisse, di inquinamento atmosferico, di inquinamento acustico, di stragi del sabato sera e non solo. Si potrebbe ancora osservare che se i massicci alpini fossero pieni di amianto la semplice erosione meteorica, iniziatasi dal sollevamento della catena alpina, ovvero da qualche decina di milioni di anni, avrebbe contaminato e desertificato non solo le valli montane, ma anche l'intera pianura padana. Peraltro, se si volesse dar retta a certo ambientalismo e all'utilizzo khomeinista che esso fa del cosiddetto «principio di precauzione» applicato ad un problema che la scienza giudica praticamente inesistente, quale è l'«inquinamento elettromagnetico», si dovrebbe ritornare alla ruota idraulica e alla lucerna alimentata con grasso animale: cioè ai tempi in cui la gente comune, sicuramente non contaminata dai diabolici effetti collaterali causati dalle tecnologie moderne, non riusciva nemmeno ad arrivare ai quarant'anni di vita. Certo, se il futuro del sistema Italia fosse affidato alle mani e alla testa degli onorevoli Cento e Pecoraro Scanio e dei loro accoliti, non avremmo alcuna speranza di sopravvivenza nemmeno se i livelli dei salari italiani scendessero al di sotto di quelli cinesi. Se tutta la questione di cui stiamo parlando fosse riconducibile esclusivamente ai termini sopra descritti, si tratterebbe dopotutto di un problema di semplice ordine pubblico, per quanto delicato possa apparire. Ma quanto sta avvenendo in Val di Susa risulta essere la manifestazione episodica di un problema ben più vasto e complesso. Quello che si deve rilevare è una insensibilità e un'indifferenza dell'opinione pubblica generale rispetto a questioni da cui dipende il destino di tutti gli italiani. Questo dipende da carenza di informazione, da carenza di istruzione, da carenza di educazione civile. Forse (anche senza forse...) dalla complessità organizzativa dei grandi sistemi economico-sociali contemporanei: per un cittadino ateniese del V secolo a.C. o per un cittadino di un libero comune del XIII secolo era immediatamente comprensibile quanto il verificarsi, o il non verificarsi, di un certo evento potesse incidere sul suo futuro e sul suo stile di vita, mentre il cittadino della nostra libera società democratica, provvisto di una scolarizzazione media elevata e saturato di messaggi informativi del più vario genere, si angoscia per il prezzo della lattuga, ma resta insensibile e indifferente di fronte a scelte in grado di influenzare non solo il prezzo della lattuga, ma i prezzi di tutto quello che è necessario al mantenimento del proprio stile di vita. Riflettiamo per un momento su questa indifferenza generalizzata della pubblica opinione su tematiche quali l'approvigionamento energetico, lo sviluppo delle dotazioni infrastrutturali, la gestione del trattamento dei rifiuti...e l'elenco potrebbe continuare. L'attenzione e l'emotività si risvegliano, e in maniera scomposta ed esasperata, quando questi problemi attraversano il cortile di casa: se l'inceneritore o la centrale elettrica dovranno sorgere a pochi chilometri dalla propria abitazione, se una grande opera pubblica comporterà l'esproprio di un pezzo di orto. Ma finché una questione, che pure ci tocca tutti da vicino, non ci colpisce in maniera fisicamente immediata e diretta, si resta indifferenti, magari con un fondo di generica simpatia per chi si oppone in maniera esasperata e viscerale a qualsiasi soluzione ragionevole. E' proprio questa carenza di educazione sociale, coniugata alla indolenza, spesso compiacente, degli organi di informazione, il nocciolo del problema. In politica infatti (e il movimento ecologista ha fatto dell'ambiente una variabile politica, non più scientifica) il vuoto non viene fisiologicamente tollerato: è destinato ad essere riempito. Ed è esattamente quanto è accaduto grazie alla solerte opera di disinformazione sistematica posta in essere dagli ecofondamentalisti, i quali si sono gramscianamente impossessati del significato delle parole, occupando con logica coloniale gli spazi mediatici, non più preposti a informare, ma a diffondere più o meno surrettiziamente il nuovo vangelo ecologista, eretico e apocrifo. Essi hanno conseguito la vittoria più importante e pericolosa: la vittoria sul campo del lessico politico. Quale «cittadino medio» si prenderà mai la briga di verificare direttamente la veridicità (perlomeno la verosimiglianza) delle affermazioni dei verdi signiferi? Affermazioni che, proprio in virtù di questo neocolonialismo mediatico, risultano ormai granitiche, adamantine, resilienti ad ogni ragionevolezza: il «riscaldamento globale» non è una teoria, bensì un dogma; le Alpi trasudano letteralmente amianto, non c'è alcun bisogno di dimostrarlo, poiché «lo sanno tutti» (tutti chi?); l'energia eolica rappresenta il futuro, e chi sostiene che per alimentare un città come Milano sarebbe necessario ricoprire con generatori eolici una superficie pari a quella della Terra del Fuoco è un barbaro «nekulturni» o, peggio ancora, ha sfogliato le pagine de L'ambientalista scettico di Bjorn Lomborg, professore di statistica ex-attivista di Green Peace, ora odiatissimo apostata. Perché non bisogna limitarsi a prendere per oro colato le concionanti prolusioni degli acerbi (ovvero destinati a futura maturazione...anche cromatica) onorevoli Cento e Pecoraro Scanio: bisogna anche leggere i libri «giusti», ovvero quelli approvati e certificati dal minculpop ambientalista. Guai a volersi documentare, a voler approfondire, a cercare riscontri oggettivi che corroborino o meno le suddette evangeliche asserzioni. Rispetto alla farlocca «età dell'oro» pontificata dagli ecofanatici, in cui non c'era inquinamento, si rispettava Madre Gea, si viveva in comunione con la Natura, oggi una cosa è rimasta sicuramente intatta e invariata: la paura della Verità.
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Ragionpolitica, periodico on line n.139 del 9/12/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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