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Una finestra sulla libertàdi Benedetta Pini - 9 dicembre 2005 Nel cuore del Libano, a Beirut, un canale satellitare è dedicato completamente alle donne. Si chiama Heya («Lei») ed è stato fondato due anni fa da Nicholas Abu Samah, un uomo di religione cristiana già autore di programmi televisivi in Occidente. Ogni giorno ha un'audience altissima grazie al suo palinsesto che affronta tematiche scottanti come il ruolo della donna nel Medio Oriente. La conduttrice del talk show «Al-Makshouf», Matilda Farjallah, con coraggio e un pizzico di rabbia, non si esime da porre domande dirette agli sceicchi, spesso ospiti del suo programma, e sottolinea la sua convinzione con parole taglienti: «Molti uomini si fanno forti di ciò che è scritto nel Corano e sentenziano "E' scritto, possiamo picchiare le donne. E' nei nostri diritti"». Frasi come queste hanno la potenza della rottura e non sono certo comuni in quei paesi, soprattutto tenendo conto che vengono udite ogni giorno da 15 milioni di donne in tutto il Medio Oriente. «Il nostro obbiettivo è dare più potere alle donne» spiega Nicholas Abu Samah «vogliamo parlare di tabù e provocare reazioni»; questo scopo è perfettamente raggiunto dal programma della signora Farjallah, che ha addirittura invitato in studio una donna vittima di violenza domestica, la quale ha confessato di essere picchiata barbaramente dal marito e dal padre. Alla domanda della conduttrice del talk show: «Perché non hai lasciato tuo marito?» la giovane sposa dal volto coperto per garantire la sua sicurezza, ha esordito con: «Se l'avessi lasciato i miei bambini sarebbero morti di fame, perché lui non porta cibo a casa». Il confronto è continuato, facendo emergere una realtà sconcertante. Uno degli invitati in studio ha chiesto alla donna il motivo per il quale non aveva denunciato il marito alla polizia e la risposta è stata agghiacciante: «Se fossi andata alla polizia si sarebbero presi gioco di me». Quanto è utile una serie di programmi del genere? Si immagini una donna qualsiasi, che sgobba da mattina a sera e magari viene anche insultata e malmenata, trovarsi di fronte ad un semplice schermo televisivo dove è mostrata un'altra realtà fatta di discussioni, confronti e ragionamenti su ciò che da molte donne è ritenuto normale, ma a conti fatti tanto normale non è! Può darsi che una percentuale delle telespettatrici reputi «scandalosi» sia gli argomenti trattati nel talk show - poiché scagliarsi contro un uomo, usando anche parole dure, è qualcosa che va contro ciò che è stato inculcato nelle loro menti -, sia l'abbigliamento delle conduttrici (tailleur, capelli ben acconciati, scarpe eleganti e nessun burka); comunque è un inizio per imparare ad avere un'opinione, soprattutto vivendo in un mondo angusto fatto di infelicità, fatica e violenza. Probabilmente l'intento primario di Nicholas Abu Samah è proprio quello di aver voluto aprire una finestra sul mondo islamico per le donne , mostrando loro che si possono avere idee libere, si può andare in giro senza l'onnipresente velo e si dovrebbe poter far presente ad un uomo un punto di vista diverso, senza rischi per la propria incolumità. Questo canale satellitare è un atto di coraggio di un uomo per le donne, il voler squarciare un velo fisico e mentale per far capire che ogni essere di sesso femminile ha il diritto sacrosanto di mettere in discussione dei «principi» che portano alla degradazione e al dolore in nome di una legge comoda solo agli uomini.
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Ragionpolitica, periodico on line n.139 del 9/12/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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