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6 marzo 2008
 
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Don Vitaliano e la sua «chiesa-altra», cioè no global

di Stefano Doroni - 9 dicembre 2005

Prodi «fa il baciapile ma è nemico della Chiesa», come suggerisce ottimamente don Gianni Baget Bozzo in un'intervista rilasciata a Libero lo scorso 7 dicembre. In effetti le idee dell'Unione, che cominciano a prendere inquietanti forme, confermano che il centrosinistra italiano patisce il ricatto ideologico e il peso elettorale delle sue parti estreme, quelle che del comunismo non solo non hanno vergogna, ma si fregiano della sua permanenza nella loro carta di identità. Unioni facili e garantite, riconosciute anche per gli omosessuali (senza chiamarle con il loro vero nome per non indignare troppo la Margherita e Mastella, i cui voti pesano comunque); ritiro immediato dall'Iraq appena saliti al governo, alla maniera zapateriana.

La sostanza del programma dell'Unione, lo si capisce da queste prime avvisaglie, è riassumibile in poche parole: distruzione della credibilità e della dignità dell'Italia all'esterno, blocco dello sviluppo socio-economico e della crescita culturale della nazione all'interno. Punto e basta. Perché a questi risultati, inevitabilmente, porteranno i deliri della sinistra estrema rosso-verde-cattocomunista: deliri che dimostrano come in quella zona del Parlamento siedano pericolosi fantasmi, relitti della storia sopravvissuti alla loro utilità (se ma ce l'hanno avuta).

La Chiesa parla chiaro, ancora una volta, sulla questione delle unioni omosessuali; ma Prodi è di un'altra parrocchia. Ha un bello strizzare l'occhiolone a tutti, magari pronto a sorridere anche in faccia a Belzebù in persona; la Chiesa non ci casca, e forse gli italiani nemmeno. Non perché siano tutti dei bacchettoni, ma perché la loro spiritualità e il loro senso etico sono, com'è naturale nell'Occidente, modellati da secoli di cultura cristiana, grazie alla quale esiste nel mondo il concetto di sacralità della persona ma anche quello dell'ordine naturale delle cose. E la natura, con buona pace dei falsi progressisti e dell'Arcigay, non ha colore politico.

Ma attenzione quando si parla di Chiesa, perché esiste una «chiesa-altra». E' la chiesa di Vitaliano Della Sala, il prete amico degli sprangatori noglobal, degli squadristi del pacifismo ideologico. Il 7 dicembre, sulle colonne di Liberazione (giornale non a caso comunista), esce un suo articolo che in sostanza non dice un bel niente, ma colleziona una serie di infamità a danno della Chiesa cattolica, colpevole - evidentemente - di non accogliere il messaggio dei cosiddetti «preti di frontiera», cioè quelli che, come il Della Sala, pretendono di avere in tasca la verità di Cristo e aspirano al martirio mediatico per stare sotto le luci della ribalta. Non prende posizioni su qualcosa di concreto in quell'articolo, non propone alternative vere: solo se la prende con il cardinale Camillo Ruini e con la Chiesa «ufficiale», quasi scoprendola «puttaneggiar co' regi», come la vede Dante Alighieri: ma il Sommo Poeta si scontrava poi con personaggi più o meno limpidi della storia cristiana, avendo il coraggio di argomentare sul campo della storia le sue convinzioni. Della Sala no: a lui basta sputare sentenze, senza dir niente di concreto.

Slogan, appelli mobilitanti ad una sorta di rivoluzione cristiana: Agnoletto e compari gridano «Un altro mondo è possibile», e lui, il pretino che si crede profeta, vede la sua «chiesa-altra» e in quest'idea si crogiola come un topo nel formaggio. Parla di una Chiesa, quella cattolica romana, «sempre pronta a pretendere privilegi e a fare compromessi con i potenti»; di una gerarchia sorda e cattiva «che sa solo pronunciare i suoi eterni "no" di fronte a qualsiasi richiesta di apertura che viene dalla base»: e qui il riferimento ai gay e a qualsiasi proposta di provenienza cattocomunista è fin troppo palese. Alla fine del conti parla di una nuova «chiesa del silenzio», come ci trovassimo nella Polonia del regime comunista.

Quest'articolo è la risposta della sinistra alle discrepanze fra l'Unione e la Chiesa cattolica; è un tentativo subdolo e meschino di recuperare consensi in area cattolica mettendo in campo un prete che prende le parti di una presunta chiesa che riscopre il «vero» Vangelo. Una mossa elettorale alla quale, meschinamente, il Della Sala si presta: del tutto in armonia col suo credo politico e con la propaganda ideologica e cui si riduce, purtroppo, il suo essere prete. Da Prodi e da don Vitaliano è il caso di difendersi, perché ci darebbero un'Italia indegna del suo nome e della sua storia e una chiesa snaturata nella sua essenza, ridotta a laboratorio politico di chi non ne condivide né storia né valori.

! Stefano Doroni
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Ragionpolitica, periodico on line n.139 del 9/12/2005
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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