|
|||||||
|
|
RU486: laicità o corsa verso la morte?di Rita Bettaglio - 16 dicembre 2005 «Noi cristiani rivendichiamo il diritto di essere laici al 101 per cento!». Non usa mezzi termini il cardinal Bertone, arcivescovo di Genova, per ribadire il diritto-dovere dei cattolici ad intervenire nell'agone pubblico su questioni fondamentali come la vita. Per far questo sceglie la solennità dell'Immacolata e la sua voce è forte e chiara. Il Consiglio Regionale ligure ha appena deciso la distribuzione della pillola abortiva, la famigerata RU486, saltando a piè pari ogni sperimentazione, quasi si trattasse di un'innocua caramella, un dolce regalo natalizio. Ma la Chiesa cattolica italiana non ci sta e sottolinea ogni giorno, per bocca della gerarchia, il proprio sdegno per scelte moralmente inaccettabili, per di più assunte con una leggerezza inaudita, come nel caso ligure. «Qui si verifica più che una devolution, siamo alla secessione - tuona Bertone - perchè di per sè appartiene allo Stato la competenza esclusiva sui diritti civili e sociali e sulla ricerca scientifica». Non si tratta solo di argomentazioni morali o religiose, ma prima di tutto di argomentazioni laiche. Semplicemente e puramente laiche. Le Regioni non possono comportarsi come cellule impazzite e intossicare le coscienze (e i corpi, in questo caso) coi veleni della loro inconsulta demagogia. I politici sedicenti cattolici che hanno votato a favore della RU486, che si sono astenuti o, addirittura, si sono resi irreperibili al momento del voto, hanno una forte responsabilità pubblica, perchè la loro incoerenza rispetto ai principi sbandierati in campagna elettorale è pubblica e scandalosa. «Al tramonto di questo 2005 si vedono le Regioni italiane sgomitare per arrivare rapidamente a una politica di ulteriore denatalità», ha continuato l'ex-braccio destro di Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede. E' una corsa folle, un avvento di morte, questo del 2005. Chi parteggia con leggerezza per la RU486 dimentica di dire che il farmaco in questione è al centro di polemiche ed indagini da parte, ad esempio, della FDA statunitense. Il New England Journal of Medicine, che non è l'ultimo dei bollettini parrocchiali, ma una delle cinque riviste mediche più quotate al mondo, dedica ai rischi della RU486 un articolo nel numero del 1 dicembre 2005. In esso si legge che il 19 luglio 2005 la Food and Drug Administration (FDA), l'agenzia statunitense che vigila sulla sicurezza dei farmaci, dopo aver approvato l'uso della RU486 nel 2000, ha dichiarato di essere a conoscenza di 4 casi di morte dovuta a sepsi, infezione del sangue, in donne che avevano fatto da pochissimo uso di mifepristone (RU486). Altri 3 decessi a seguito dell'assunzione della RU486 erano già stati resi noti dalla FDA nel proprio sito internet il 15 novembre 2004. Ciò ha portato la FDA ad avviare una seconda revisione delle avvertenze riportate sulla confezione del farmaco, da effettuarsi entro 8 mesi. L'approvazione della RU486 era stata infatti, fin dal 2000, vincolata alla presenza di un black-box warning, un avviso bordato di nero, come quelli presenti sui pacchetti di sigarette, che avvertisse del rischio di aborto incompleto e, quindi, della possibile necessità di intervento chirurgico di raschiamento. Due dei quattro decessi statunitensi a seguito del mifepristone furono, secondo la FDA, dovuti ad infezione da Clostridium sordellii. E' noto anche un analogo caso di decesso avvenuto nel 2001 in Canada. Particolare preoccupazione ha suscitato il quadro clinico associato a queste sepsi: le donne infatti erano giovani ed in buona salute, le procedure legate all'assunzione ed all'effetto del farmaco risultavano del tutto regolari e l'autopsia non rivelò alcuna ritenzione del prodotto del concepimento (terribile modo per dire che avevano abortito regolarmente, senza complicazioni). La sintomatologia che ha portato queste giovani alla morte è stata subdola: crampi, niente febbre e la morte era avvenuta molto rapidamente dopo l'insorgenza dei sintomi. Ciò appare assai preoccupante perchè i crampi sono molto comuni dopo l'assunzione di RU486 e, quindi, quasi tutte le pazienti che assumono il farmaco potrebbero essere a rischio di contrarre questa sindrome mortale. Come valutare il rischio di morte, se l'infezione è così subdola e rapida? Come dire a giovani donne che si apprestano ad abortire in casa propria che i crampi che molto probabilmente sentiranno potrebbero essere normali o il prodromo di una morte rapida? I produttori della RU486 parlano di più di 460.000 dosi vendute negli Stati Uniti, che potrebbero corrispondere, ma non necessariamente, ad altrettanti aborti. Considerando il numero dei decessi si potrebbe stimare un rischio di morte, legato alla RU486, di meno di 1 per 100.000 casi di aborto farmacologico. L'uso della RU486 è consentito entro le prime 7 settimane di gravidanza: in questo lasso di tempo la mortalità a seguito di aborto chirurgico è, negli USA, di 0,1 su 100.000, cioè 10 volte inferiore alla mortalità per RU486. A fronte di tutto ciò, dove sono quelli che assicurano che l'uso della RU486 è sicuro, sperimentato ed anche più economico per il servizio sanitario? La penserebbero allo stesso modo se ricevessero la telefonata sgomenta della propria moglie o sorella che ha preso la RU486 ed è sola in casa in preda ai crampi? Tre giorni almeno ci vogliono per abortire con il mifepristone, tre giorni di morte fisica, psichica e morale. Ci pensano i «soloni» dei variopinti e fioriti Consigli regionali della Penisola o fanno spallucce, pensando che, essendo per lo più uomini, a loro non capiterà mai?
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.140 del 16/12/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||