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Lavoro ed Europa: progetto comunedi Armando Pannone - 24 dicembre 2005 La complessità del quadro economico europeo, sfilacciato dai tanti interessi nazionalistici a volte contrastanti, rende comunque inevitabile il varo di una politica comune sul fronte delicatissimo del lavoro, strettamente intrecciato al nodo-pensioni. Sul versante occupazione, la prima applicazione della Legge Biagi ha segnato davvero un'inversione di tendenza nell'approccio al mondo del lavoro nel nostro Paese, con l'introduzione di nuovi concetti e di nuovi tipi di contratti, elastici ed efficaci per chi chiede e chi offre. Sul nodo-pensioni, è ormai noto ed avviato il piano del Governo. Sin troppo nei dettagli, senza mascheramenti o toni morbidi, che sarebbero stati inadeguati rispetto all'importanza del tema. Lo schema è, in fondo, semplice. Il modello organizzativo delle aziende dovrà basarsi su procedure elastiche, con contratti funzionali alla produttività ed alla realizzazione della mission in tempi certi. Ciò abbatterà i costi ed il risparmio, con bonus ed incentivi ad hoc, finanzierà l'espansione aziendale. Il riordino del sistema bancario garantirà risparmiatori ed investitori attraverso controlli più rigidi. Questa politica di rigore economico mirerà ad abbattere ulteriormente le spese di gestione della pubblica amministrazione attraverso i meccanismi del controllo di gestione interno e dei nuclei di valutazione esterna alle amministrazioni stesse. In un quadro siffatto, risanato e rigenerato, si potranno creare condizioni di ingresso a significativi flussi referenziati nel mondo del lavoro e assicurare certezze ai futuri pensionati. Il dato sensibile che emerge da una valutazione, sgombra da preconcetti, della politica del Governo, è rappresentato dalla tenuta dell'inflazione, pur in presenza di fattori internazionali negativi, e nelle incoraggianti percentuali di ripresa economica complessiva del Paese. Unitamente allo stato di avanzamento delle Grandi Opere, il volano del pieno sviluppo economico dovrebbe girare con maggiore velocità in tempi medi. Di tutte queste cose, studiate a tavolino, illustrate agli elettori ed applicate nei fatti dal Governo, la sinistra sembra non accorgersi. Viene rilanciata soltanto un'idea catastrofica dell'economia del nostro Paese ed un'immagine modesta dell'Italia in campo internazionale. Non è così, ma siamo evidentemente già in campagna elettorale. Faticosamente, ma costantemente, con questo Governo l'Italia sta levigando il suo futuro. Bruxelles chiede da tempo una seria gestione del nodo pensioni. Il problema non è mai stato affrontato drasticamente dai governi di sinistra, pena l'impopolarità di provvedimenti rigidi e radicali senza l'apporto di adeguate politiche economiche di sostegno. L'Europa, in questi momenti, sta interrogandosi sulla possibilità di varare ricette comuni per affrontare questo cruciale e doloroso nodo economico. E' un atteggiamento responsabile, ineludibile, ed è significativo che questo impulso risolutivo provenga anche dalla crescita del Partito Popolare europeo, di cui è leader Silvio Berlusconi. Il Presidente del Consiglio italiano sta conducendo la sua battaglia di modernizzazione anche in seno alla Comunità Europea, troppo cavillosa, burocratica, ingessata. E' una battaglia complicata. La posta in palio è la reale trasformazione di un sistema amministrativo a volte soffocante in un organismo agile ed in linea con le dinamiche velocissime di soddisfacimento dei bisogni dei cittadini europei. E' evidente che i tempi di attuazione delle riforme del welfare e delle pensioni si accorceranno solo se si avrà in Europa una sola visione e strumenti amministrativi snelli e all'altezza del compito. Da questo punto di vista, l'Italia è tra le nazioni più avanzate per i modelli contrattuali adottati, ma molto si deve fare per indurre la platea di chi richiede lavoro a formarsi, specializzarsi, calarsi in una realtà europea che concede possibilità ma richiede standard cui noi italiani non siamo ancora del tutto pronti, per via di politiche sociali del passato spesso poco lungimiranti. In tale quadro, s'innesta la riforma Moratti, che punta ad una scuola di competizione, in linea col mercato del lavoro europeo. Un disegno complesso e complessivo, quello del Governo, che conta anche sulla responsabilità di spesa delle Regioni, per armonizzare una politica fiscale equa e sostenibile. In tale scenario sopranazionale, il federalismo - così come concepito da Forza Italia e dalla Casa delle Libertà - appare dunque non solo condivisibile ma essenziale per la effettiva riduzione del debito pubblico complessivo. Certo, tutto è perfettibile, ma perlomeno si sono tracciati i capisaldi dell'effettiva trasformazione socio-economica del nostro Paese in senso virtuoso. Si potrà migliorare soltanto con critiche costruttive, serene, serie, di alto livello. In giro, da sinistra, non si odono voci serene, alternative di spessore. Si grida solo no, no, no. Le piazze si riempiono, ma le cose si muovono davvero solo se affiorano le idee. E gli ideali.
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Ragionpolitica, periodico on line n.141 del 23/12/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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