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A sinistra un inquietante silenzio sull'aggressione a Borgheziodi Stefano Doroni - 24 dicembre 2005 L'aggressione al parlamentare leghista Mario Borghezio del 18 dicembre scorso, da parte dei soliti esagitati no global, reduci stavolta dalle menifestazioni anti-Tav della Val di Susa, passa in sordina sui giornali italiani. Al solito, i ricatti morali della cultura di sinistra che agiscono sotto pelle nel costume del nostro Paese: le malefatte dei comunisti pesano meno di quelle degli altri. Uno spettacolo indegno che nessuno si sogna di smentire ma che, a sinistra di Fassino, viene confermato rovesciando spudoratamente la verità dei fatti: Borghezio avrebbe provocato i no global, con la sua sola presenza in quel vagone, che sarebbe stato riservato ai «buoni» manifestanti, tutti ovviamente e assolutamente pacifisti. Pier Luigi Battista, sul Corriere, si chiede se sia normale tutto ciò, e naturalmente si scontra con una realtà di inaudita violenza; ma al giornalista manca di fare una semplice osservazione: questi qui sono squadristi, esattamente come i fascisti di sessant'anni fa dai quali queste ipocrite «anime belle» prendono sempre - scandalizzati - le distanze. Il germe di violenza che li anima è lo stesso: che facciano finta di essere buoni con la scusa della solidarietà e l'odio verso l'Occidente democratico e «padronale» non cambia le carte in tavola. Sono picchiatori, in perfetta coerenza con l'ideologia che ne ispira le azioni violente e piene di intolleranza. Questi «movimenti» non conoscono né democrazia né libertà; non ricorrono al contraddittorio e se ne fregano del confronto fra le opinioni. Chi non la pensa come loro è gente di serie B, che come minimo non deve parlare; e perfino che esista e si muova liberamente (vedi Borghezio) è un fastidio quasi intollerabile. Coerentemente, e semplicemente, comunista. Sempre Battista scriveva sul Corriere che, evidentemente, rompere il naso a un leghista «non è un reato», così come uccidere un «fascista» (fa anche rima con leghista!). Ed è vero: questo pensano i compagni pacifisti, che con la pace non hanno proprio niente a che fare. È la loro cultura che è fatta di scontro, di guerra, di odio. La maschera buonista serve solo in parte allo scopo, perché ormai inganna solo i creduloni (senza offesa per questi ultimi, che sono le prime vittime di questi banditi). Ma in tutta questa vicenda, a parte la mancata solidarietà al parlamentare leghista ferito, ciò che risalta, e dovrebbe spaventare, è l'assoluta «normalità» che ormai viene riconosciuta a questi atti; se è vero, e non c'è ragione di dubitarne, che perfino i Carabinieri avrebbero avvertito Borghezio che in quei vagoni avrebbero potuto trovarsi i no global, ci troviamo a vivere tempi impazziti. Su L'Unità del giorno dopo il pestaggio c'è un misero trafiletto dedicato al «provocatore» Borghezio, mentre colonne su colonne sono dedicate alla pacifica manifestazione anti-Tav. Detto per inciso: Mastella, negli stessi giorni, dichiara ai giornali che dalle sue parti, nel Sud, dovrebbero manifestare per averla, la Tav, altro che per combatterla! Magie dell'Unione: eppure stanno insieme. Quando le contraddizioni scoppieranno l'esplosione sarà immane (ci auguriamo presto). Ma è Liberazione che, fra tutti i giornali rossi, tocca il fondo dell'indegnità: anche qui poco più di un trafiletto, ma ci sono tre perle che meritano la citazione. In queste poche righe si parla di provocazione di Borghezio «purtroppo riuscita», secondo il segretario di Prc di Torino. Voleva farsi rompere il naso e ce l'ha fatta. Alcuni compagni un po' meno agitati dei picchiatori gli avrebbero consigliato di scendere perché la «sua presenza lì poteva essere pericolosa» (seconda perla): evidentemente in Italia esistono sacche di intolleranza così violente da dover impaurire la gente, ma quel che è più grave è che se si consiglia ad uno di andarsene da un porto pericoloso vuol dire che queste sacche vengono legittimate: esistono ed è meglio non stuzzicarne la suscettibilità. Infine Liberazione, a proposito dei picchiatori, parla di giovani «evidentemente non molto saggi». Ecco la terza perla: i soliti «compagni che sbagliano». Ma anche se sbagliano sempre compagni sono, escono sempre dall'album di famiglia del comunismo mai morto e oggi più pericoloso che mai perché si nasconde, pronto a colpire, dietro la bugia della sua morte. Se i giornali sono obbligati a non superare un certo limite di accettabilità morale delle affermazioni, internet è il regno della libertà. Su Indymedia si trovano frasi del tipo «peccato che non sia morto, speriamo che la prossima volta lo uccidano». Questo compagno che popola i forum della rete ha in sé ancora tutta la gioiosa ispirazione «rivoluzionaria» del comunismo originario, quello che la sinistra fa finta di aver dimenticato, ma che abita il suo immaginario. L'aggressione di per sé è un fatto gravissimo; ma ancor più grave è il fatto che la sinistra italiana è condizionabile e «ricattabile» da gente come quella che ha aggredito Borghezio. Lo dimostrano chiaramente le mancate e ferme condanne del gesto, lo dimostrano il silenzio di una stampa compiacente e di una sinistra che non può fare a meno del radicalismo no global per vincere le elezioni.
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Ragionpolitica, periodico on line n.141 del 23/12/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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