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numero 280
6 marzo 2008
 
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Sessanta scienziati in campo contro mistificazioni e demagogia nella politica energetica

di Giorgio Bianco - 29 dicembre 2005

I due recenti articoli a commento delle prese di posizione di Romano Prodi sul nucleare e sull'eolico hanno suscitato numerose reazioni, e come spesso accade in questi casi, ad affermazioni assolutamente apodittiche sulla necessità di adottare immediatamente le fonti energetiche «rinnovabili» pena la catastrofe planetaria, e ad autentici e volgari insulti, si sono alternate osservazioni niente affatto banali e pienamente degne di essere prese in considerazione. A tali obiezioni si cercherà di rispondere in questo e in successivi scritti. Un lettore, ad esempio, si dichiara oltremodo sorpreso dall'affermazione secondo cui «la comunità scientifica manifesta profondo scetticismo sulle fonti energetiche rinnovabili». Questo significa, a suo modo di vedere, «che finito petrolio, metano, carbone, noi ritorneremo al lume di candela». Quanto allo stupore del lettore in questione, si sarà certamente attenuato dopo che, il 21 dicembre scorso, è apparsa sul Giornale una lettera aperta rivolta a Carlo Azeglio Campi da 61 scienziati (tra cui alcuni dei più famosi e importanti d'Italia, come Umberto Veronesi, Franco Battaglia, Tullio Regge, Silvio Garattini), fondatori dell'Associazione Galileo 2001, intitolata Eolica o solare, le falsità sull'energia, in cui si legge tra l'altro: «vi sono responsabili politici e organi d'informazione che vanno diffondendo l'illusione che sia seriamente possibile affrontare il dissesto energetico facendo ricorso alle varie forme di sfruttamento dell'energia solare rinnovabile: l'eolica, la solare termica o fotovoltaica, i biocombustibili (che sono, tutte, forme dirette o indirette di energia dal sole). Oppure, facendo ricorso a tecnologie futuribili, oggi prive di prospettive di concreta realizzabilità sia nel breve che nel medio termine» (il riferimento all'idrogeno è più che evidente). Si tornerà più sotto sulla questione delle fonti energetiche «rinnovabili». Prima, però, vale la pena soffermarsi sul modo in cui il nostro cortese lettore dà per scontato che, se si scartano quelle fonti, petrolio metano e carbone sono destinati ad esaurirsi, e a costringerci al tornare «al lume di candela».

L'idea che le risorse del pianeta siano limitate e anzi sull'orlo dell'esaurimento, il che implica la necessità di limitare il più possibile i consumi, è assai diffusa e accreditata per la sua apparente autoevidenza. In realtà, si tratta di una tesi che poggia su fondamenta fragilissime, innanzitutto perché si basa su un clamoroso fraintendimento del concetto stesso di risorsa. Troppo spesso, infatti, si dimentica che, a parte alcuni elementi vitali come l'acqua e l'aria, non esiste pressoché nulla, in natura, che rappresenti una risorsa in sé e per sé, indipendentemente dall'utilizzo che l'uomo ne fa. Il titolo di un celebre volume dell'economista Julian Simon, The Ultimate Resource (ovvero l'uomo) sintetizza con grande efficacia il concetto basilare per cui una risorsa non è semplicemente un oggetto o una cosa, ma è un bene reso utile dalla creatività umana. Due esempi di cui ci si è già serviti in passato - il petrolio, che un tempo era considerato una passività, un'inutile melma, ed è diventato «oro nero» soltanto dopo l'invenzione del motore a scoppio, e il silicio, che veniva visto come una sgradevole sabbia grigiastra prima dell'invenzione e della diffusione dei computer - stanno lì a dimostrare che le risorse, per lo più, non sono tali di per sé: esistono cose, elementi, beni che diventano risorse in ragione e a misura dell'utilizzo che l'uomo ne fa per i propri scopi. È l'ingegno umano che non solo consente di impiegare in maniera sempre più proficua ed efficiente le risorse, ma di scoprirne continuamente di nuove man mano che la scienza e la tecnologia evolvono: si sono evocati i classici esempi del petrolio e del silicio, ma ad ulteriore conferma si potrebbe rammentare che il rame, pur essendo lungi dall'esaurirsi, viene gradualmente sostituito, nelle telecomunicazioni, dalla fibra di vetro. La vera risorsa è l'ingegno umano: è sempre stato così, e non vi è ragione di ritenere che in futuro debba essere altrimenti. Del resto, per riallacciarsi a un altro tema che ha suscitato polemiche, quello della critica al mito della «sovrappopolazione», gli allarmismi dei neomalthusiani, secondo cui il pianeta sarebbe prossimo all'esaurimento delle proprie risorse a causa della pressione demografica, potrebbe benissimo essere ribaltato: come è possibile che solo nel terzo millennio la Terra possa sostenere 6 miliardi di individui, complessivamente - malgrado le enormi, innegabili differenze tra una zona e l'altra - meglio nutriti, istruiti, vestiti e alimentati rispetto a 2, 10, 1000 secoli fa?

Nel caso specifico del petrolio, il sedimentarsi di una mentalità «ambientalista» diffidente quando non ostile nei confronti dell'essere umano (non è un accusa rivolta al lettore in questione: semplicemente, ci pare che alcuni luoghi comuni di quella cultura, grazie a una propaganda unilaterale e mistificatoria, abbiano finito per attecchire anche tra persone estranee a quel mondo) ha fatto sì che si dimenticasse come la tecnologia e lo sviluppo possano consentire di rinviare a lunghissimo termine l'esaurimento di questa risorsa, ammesso che mai si verifichi, e nel frattempo di scoprirne di nuove: è lo sviluppo a consentire la scoperta di nuovi giacimenti, a migliorare le tecniche di estrazione, a permettere di inventare motori più efficienti, ecc. Se e quando ci si avvicinerà all'esaurimento della risorsa petrolio, non vi è motivo di dubitare che l'uomo, come ha sempre saputo fare nel corso della sua storia, sarà in grado di affrontare il problema utilizzando con più parsimonia il petrolio rimanente e soprattutto inventando altri metodi per produrre energia. D'altronde, è semplicemente impossibile calcolare, sulla base dei dati a disposizione, quanto durerà il petrolio che abbiamo a disposizione: pretendere di effettuare stime di questo genere, infatti, presuppone che non vi saranno cambiamenti nei consumi di petrolio nei prossimi decenni, il che è palesemente assurdo: se da un lato, infatti, la crescita dei Paesi poveri determinerà un aumento dei consumi, i cambiamenti nelle modalità di sfruttamento nei Paesi sviluppati ne consentiranno una diminuzione. Nessuno, allo stato attuale, può prevedere quale sarà la tendenza prevalente. La scarsità d informazioni al riguardo è tale che non sappiamo nemmeno di quanto petrolio possiamo disporre: conosciamo, è lapalissiano, i giacimenti già noti, ma le conoscenze a nostra disposizione non ci consentono di prevedere se il miglioramento delle tecniche estrattive permetterà di scoprirne di nuovi, o di rendere interessanti giacimenti oggi trascurati. Lo studioso Robert Bradley ha calcolato che oggi abbiamo riserve petrolifere note quindici volte superiori a quelle del 1947, nonostante oggi si estragga di gran lunga più petrolio rispetto ad allora.

La lettura del documento diffuso dai 61 scienziati ci ha fatto particolarmente piacere, in quanto vi abbiamo ritrovato molte delle considerazioni e dei dati che abbiamo precedentemente esposto. Nessuno di coloro che ci hanno scritto, per quanto apologeta dell'energia fotovoltaica, mostra di illudersi che questa possa rappresentare la soluzione al problema del fabbisogno energetico in Italia e nel mondo; tutt'al più essa può costituire, come ha scritto un altro lettore, «un'ottima politica, pulita, per il bilancio familiare». Insomma, una fonte energetica, come abbiamo ripetuto più volte, non «alternativa», ma complementare, e comunque destinata a rimanere assolutamente marginale rispetto alla produzione elettrica complessiva. Il problema è che vi sono soggetti come Romano Prodi, Pecoraro Scanio e le associazioni ambientaliste, che con irresponsabile demagogia pretendono proprio di accreditare il fotovoltaico (e le altre fonti alternative) come il futuro dell'energia in Italia e nel mondo: in tutta evidenza, è a costoro che si riferiscono i 61 scienziati dell'Associazione Galileo 2001 nel già citato passaggio in cui denunciano il dissennato e disonesto comportamento di chi cerca di diffondere «l'illusione che sia seriamente possibile affrontare il dissesto energetico facendo ricorso alle varie forme di sfruttamento dell'energia solare rinnovabile». I cittadini, prosegue la lettera, «non devono essere illusi con promesse che la scienza più accreditata e la tecnologia più avanzata non possono contribuire a sostenere. Ferma restando la sua capitale importanza in tutti i processi vitali, per i bisogni energetici dell'umanità l'energia solare rinnovabile, in tutte le sue varie forme, non è certamente l'energia del presente: essa ha soddisfatto il 100% del fabbisogno umano dalla notte dei tempi fino a un paio di secoli fa, mentre oggi il contributo energetico dal sole, se si esclude la fonte idroelettrica, è - in Italia come nel mondo - inferiore all'1%». E - ci compiacciamo, si parva licet, di averlo sottolineato in precedenza - nulla autorizza a pensare che un contributo così modesto possa accrescersi in maniera significativa: «[non] si vedono ragioni per ritenere che nel futuro l'energia solare possa dare contributi sostanziali: in particolare, è improbabile, se non illusorio, che le forme d'energia solare diverse da quella idroelettrica possano offrire contributi veramente significativi al fabbisogno energetico del nostro Paese. [...] Il solare termico produce solo aria o acqua calda, e a questo scopo il mondo usa meno del 10% dell'energia che consuma, di cui la porzione maggiore è consumata dalle zone che meno possono servirsi del solare termico; e, infatti, esso contribuisce nel mondo per meno dello 0,001%, anche perché è molto più conveniente utilizzare l'energia dalla rete del gas o elettrica cui ogni edificio deve comunque essere connesso. Quanto al solare fotovoltaico, per produrre con questa tecnologia meno dell'1% dell'energia elettrica consumata dagli italiani, i soli pannelli fotovoltaici (senza installazione, trasformatori, ed eventuali accumulatori) costerebbero la proibitiva cifra di più di 10 miliardi di euro, e vi sono valide ragioni tecniche per dubitare che questi costi possano significativamente abbattersi».

Questo non significa affatto, e non è stato affermato né su queste pagine né nell'infinitamente più autorevole documento diffuso dall'Associazione Galileo 2001, che il fotovoltaico vada rifiutato tout court, e che in generale si debba rinunciare a ricercare nuove soluzioni ai problemi dell'energia: lo si è detto prima, la vera risorsa è l'ingegno umano con la sua capacità di scoprire metodi più efficienti di utilizzo delle risorse esistenti e di scoprirne di nuove, trasformando in risorse oggetti e beni che in precedenza erano magari considerati inutili se non dannosi: «Teniamo a precisare - scrivono ancora gli scienziati - che con questa nostra critica noi non proponiamo di sospendere, fermare o rallentare le ricerche sulle energie rinnovabili; ricerche che potrebbero portare, in un futuro pur lontano, alla scoperta, che nessuno può naturalmente escludere, di nuovi metodi d'impiego di queste forme d'energia. Questa nostra critica invita solo a non alimentare speranze, vicine o illusorie, sulla soluzione di quel grande problema che è la situazione energetica del Paese e che ha bisogno di essere responsabilmente affrontato».

Quanto ad altre tecnologie che da più parti si cerca di accreditare come utilizzabili in tempi brevi -medi («produciamo idrogeno, non centrali nucleari» invoca un lettore, enfatizzando il suo appello con il «tutto maiuscolo»), gli autori della «lettera aperta» non hanno timori a smorzare gli indebiti entusiasmi: «La fusione nucleare e l'idrogeno, spesso citate come tecnologie a portata di mano, sono ancora allo stato potenziale. La prima è tuttora limitata allo stadio di ricerca con prospettive a lungo termine. Quanto all'idrogeno - che non è una fonte d'energia perché esso non esiste sulla Terra nella forma utilizzabile come combustibile - la sua produzione richiede una quantità d'energia molto superiore a quella da esso ricavabile, e per questa ragione il suo utilizzo su larga scala è vincolato anche alla disponibilità di energia abbondante, economica e sicura». E sull'unica fonte che allo stato attuale può realisticamente offrire una risposta al fabbisogno energetico, i 61 scienziati non hanno dubbi, e in evidente polemica con gli ambientalisti di sinistra e con Prodi, osservano che «Oggi, quella disponibilità alternativa alle fonti fossili - inquinanti e sempre più costose - è offerta solo dalla tecnologia nucleare da fissione. Una tecnologia ormai ben collaudata, che trova largo e sicuro impiego nella maggior parte del mondo industrializzato, e che non può pertanto continuare ad essere esclusa dalle strategie energetiche del nostro Paese».

Ci sono ancora tre considerazioni esposte nella «lettera aperta» che ci aiutano a tirare (temporaneamente) le fila del discorso:

  1. Oggi, il cittadino spagnolo usufruisce del 10% in più d'energia primaria rispetto al cittadino italiano, l'inglese del 25% in più, il francese del 40% in più e il tedesco arriva al 65% in più. Simili percentuali valgono anche per la sola energia elettrica: rispetto al cittadino italiano, si va dal 10% in più utilizzati dal cittadino spagnolo al 55% in più utilizzati dal tedesco.
  2. L'Italia è il Paese europeo con la maggiore produzione d'energia elettrica da gas naturale e petrolio - fonti costose e inquinanti - e con la maggiore importazione diretta d'energia elettrica (51 miliardi di chilowattora nel 2003, contro i 2 miliardi di kWh che importò il Regno Unito, 1 miliardo di kWh che importò la Spagna, e i 10 e 66 miliardi di kWh che esportarono, rispettivamente, la Germania e la Francia); circostanza, questa, che crea anche rischi alla sicurezza dell'approvvigionamento, come i black-out del recente passato hanno evidenziato.
  3. La totalità dell'energia elettrica importata in Italia proviene dalle centrali nucleari d'Oltralpe. Mentre - giova ricordare - nel 2003, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna produssero, rispettivamente, 420, 157, 85 e 60 miliardi di KWh elettrici dagli oltre 100 reattori nucleari in esercizio in quei Paesi.

Di fronte a queste considerazioni appare allora indispensabile:

  1. denunciare l'irresponsabilità e la disonestà intellettuale di quei politici che fomentano illusioni su fonti energetiche del tutto marginali e pretendono di aggiungere altri decenni al già enorme ritardo accumulato dall'Italia rispetto al nucleare (il riferimento è a Prodi e alla sua sconsiderata frase «del nucleare riparliamo tra 20-25 anni; per fortuna, gli italiani stanno significativamente e progressivamente cambiando idea, come conferma un recentissimo studio dell'ente Observa di Vicenza, secondo cui, dal 2003, i favorevoli al nucleare sono aumentati dal 22% al 35% e i contrari diminuiti dal 56% al 43%: se Prodi e gli ambientalisti si illudono di poter ancora fare leva sull'ondata di emotività che caratterizzò il clima dei tardi anni Ottanta, in seguito agli incidenti di Three Mile Island e Chernobyl, probabilmente stanno facendo male i loro calcoli);
  2. concentrarsi su ciò che realmente e in tempi brevi, considerata l'urgenza su cui pongono l'accento gli scienziati, può contribuire in modo sostanziale a soddisfare il fabbisogno energetico italiano e a recuperare il ritardo rispetto agli altri Paesi;
  3. aprire le porte a una diversificazione energetica che non sia il frutto di scelte centralistiche e dirigistiche, ma che scaturisca dalle libere scelte dei consumatori e dal loro diritto-responsabilità di decidere quali scelte effettuare sul mercato dell'energia. Ma su quest'ultimo punto, estremamente complesso e delicato, si avrà modo di tornare.
! Giorgio Bianco
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Ragionpolitica, periodico on line n.142 del 29/12/2005
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