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Metalmeccanici: quanti interessi in ballo?di Francesco Pasquali - 29 dicembre 2005 In Italia serve un maggiore decentramento della contrattazione, servono politiche salariali dinamiche in grado di rispecchiare con precisione agli andamenti della produttività di ogni singola impresa. La stagnazione del contratto dei metalmeccanici rende bene l'idea sull'urgenza di una riforma del modello contrattuale, specialmente per il prolungamento del loro periodo di vigenza. Il rifiuto del confronto sulla flessibilità e la richiesta di aumenti salariali standardizzati (con chiari effetti di disincentivo, specialmente in contesti dove i lavoratori agiscono in modo differenziato per questioni legate a una diversa cultura lavorativa o a diverse competenze dall'uniformità salariale, solitamente l'individuo ne esce mortificato), sommati al continuo ricatto dello sciopero, forniscono il profilo di un sindacato che accantona gli interessi dei lavoratori in nome di posizioni ideologiche. Le confederazioni sembrano sempre più sensibili agli interessi di bottega, come ad esempio i congressi interni. Il decentramento è l'unico strumento che consente soluzioni contrattuali più flessibili e adattabili alle specifiche esigenze dei diversi settori e delle diverse aziende. Il rischio altrimenti è quello di avere una conflittualità che, muovendo da un approccio ideologico, penalizza sia lavoratori che le imprese. Se da un lato i lavoratori hanno diritto ad un adeguamento della retribuzione per proteggere il potere d'acquisto dei salari, dall'altro le imprese hanno il diritto e il dovere di aumentare la produttività e la competitività usando le leggi dello Stato, quindi legge Biagi compresa. Il contratto di lavoro a tempo parziale, infatti, sebbene sia regolamentato nella maggior parte dei rinnovi e accordi intervenuti, presenta alcune eccezioni: come nel contratto collettivo nazionale di lavoro del settore dei metalmeccanici del 22 gennaio 2004, che rinvia l'applicazione ad un accordo successivo. Non applicare interamente la legge Biagi nel contratto dei Metalmeccanici sarebbe un precedente molto grave. Un contratto nazionale non può essere più vincolante di una legge dello Stato. Oggi un sindacato che avesse davvero a cuore gli interessi reali dei lavoratori e delle lavoratrici non esiterebbe ad isolare le posizioni oltranziste di alcune sue componenti che continuano ad essere causa di una cattiva allocazione delle risorse. La flessibilità che introduce la legge Biagi guarda sia alla produzione, quindi alle esigenze aziendali, sia al lavoratore per il quale costituisce uno strumento di fondamentale importanza, specie per le donne, nel favorire la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi per la famiglia. Rinunciare alla flessibilità sarebbe un errore, soprattutto alla luce dei dati diffusi dall'Istat sulla flessibilità dell'orario e dell'organizzazione del lavoro. Nel secondo trimestre 2004, rileva l'Istat, circa un terzo (5 milioni 453 mila) del totale dei dipendenti, hanno orari elastici di entrata e di uscita dal lavoro, tra i lavoratori subordinati, seguono un orario flessibile il 36,1% degli uomini e il 30,1% delle donne. Nel 2001 i dipendenti con un orario flessibile erano il 27,5%, nel 2004 si registra quindi un incremento che deve essere salutato positivamente. Come da copione, i dati diffusi dall'Istat sono contestati duramente dalla Fiom. «Questa indagine dimostra l'assoluta flessibilità dell'Istat»: così Giorgio Cremaschi, della segretaria nazionale della Fiom, commenta gli ultimi dati Istat sulla flessibilità di lavoro. «La Federmeccanica pretende la flessibilità - accusa il sindacalista - e l'Istituto di Statistica di Stato sforna statistiche all'uopo poco serie e prive di reale approfondimento dei dati. Evidentemente l'Istat oggi è assolutamente sensibile alle posizioni della Confindustria. Non si era mai visto un sondaggio così tempestivo e che intervenisse addirittura nel pieno di una discussione contrattuale». Queste affermazioni gravi, quasi calunniose, sono figlie di un clima esasperato ed indicano la necessità di stabilità nelle relazioni industriali, stabilità che solo una profonda riforma del modello contrattuale può garantire. E' altresì corretto affermare che intorno alla vicenda dei metalmeccanici ruotano molti altri interessi di tutt'altra natura: da una parte la Fiom, sindacato fortemente ideologgizzato, che deve presentarsi al congresso con dei risultati (visto che non firmò neanche il precedente contratto), dall'altra la Confindustria che, inchiodata dalla vicenda Fiat, teme di perdere quel perverso feeling che si è creato con i sindacati su quella stravagante richiesta della mobilità lunga.
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Ragionpolitica, periodico on line n.142 del 29/12/2005 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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