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Riforma costituzionale, dalla sinistra mai una parola costruttiva

di Luciano Gandini - 5 gennaio 2006

«Assedio», «intransigente battaglia per la nostra Italia», «minaccia l'universalità di diritti fondamentali», «democrazia a rischio», «sistematica demolizione», «colpisce gli elementari diritti dei cittadini», «lotta», «pericolo», «tragedia», «sconvolgimento», «dissennati», «dispotismo», «secondo Impero», «anomalia», «imbroglio», «grave minaccia»... verrebbe da pensare a una guerra, se non fosse che chi usa queste espressioni sostiene anche di essere pacifista. Verrebbe da pensare ad un golpe, un colpo di stato o, per i più giocherelloni, ad una partita a Risiko. Invece questo vocabolario, qui riportato solo in modo parziale, è normalmente utilizzato per parlare di riforme costituzionali.

Quella che avrebbe tutte le caratteristiche per essere una normale discussione su un tema importante diventa un campo minato. Eserciti vengono intruppati e indottrinati per partire à la guerre comme à la guerre. Già, verrebbe da sorridere, se non ci fosse da piangere. Anche la Costituzione, quella stessa Costituzione che in certi giorni dell'anno diventa «sacra» o «scritta con il sangue dei nostri morti», diventa terreno per la più squallida demagogia.

La campagna referendaria non è altro che l'occasione per fare già campagna elettorale in vista delle elezioni di primavera, per seminare paura e, soprattutto, tanta disinformazione. E ogni occasione è buona. Infatti la stessa Costituzione prevede più possibilità, alternative tra loro, per chiedere l'indizione del referendum confermativo. Si va dal quinto dei parlamentari, a cinque consigli regionali a cinquecentomila cittadini. Vogliamo farci mancare qualcosa? No, e allora utilizziamo tutti i metodi. Pazienza se è completamente inutile. Quello che conta è l'alto valore politico, la mobilitazione popolare. Una inutile, ma soprattutto costosa sovrapposizione, che serve solo a far parlare di sé. E quindi via ai comunicati stampa che informano delle prestigiose ed autorevoli sottoscrizioni della richiesta referendaria.

Firma il Presidente emerito, firma il Parlamentare (che ha già firmato proprio in veste di parlamentare), firma il Consigliere regionale (che ha già firmato anche lui), firma il Presidente di Regione o di Provincia, firma l'Assessore, firma il Consigliere comunale. Firmano tutti. Cosa non si fa per avere due righe sui giornali, che diventano magari quattro o sei, con tanto di foto, su quelli di area, cioè quasi tutti. E via alle dichiarazioni pacifiche, tirando giù un gergo più adatto ad un generale di corpo d'armata di uno Stato in guerra che ad un assessore al traffico. Ma tant'è. All'armi all'armi, pallottole spuntate di chi ricorre all'insulto quando non sa più cosa dire. E qualcuno, fortunatamente, se ne sta anche accorgendo. A riprova del fatto che a sinistra siano a corto di argomenti, basta dare un'occhiata a salviamolacostituzione.it o a libertaegiustizia.it nell'apposita sezione «assedio alla costituzione»: l'ultimo documento risale a giugno e non risulta nemmeno che si sia arrivati alla fine dell'iter parlamentare.

E' l'abc dell'educazione civica che ci insegnavano a scuola ed è contenuto nelle prime pagine di qualsiasi manuale di diritto pubblico o di diritto costituzionale, ma qualcuno lo ignora volontariamente: la carta costituzionale può essere rigida o flessibile. E la nostra è rigida. L'articolo 138 prevede un meccanismo di garanzie che ha reso la Carta inattaccabile. Eppure chi vuole «salvare» la Costituzione utilizza toni così esasperati da rendere inutile qualsiasi confronto civile. Si preferisce lo scontro. Di qualsiasi genere. Basti vedere cosa hanno fatto le Regioni governate dalla sinistra, sfruttando il Titolo V modificato dalla sinistra stessa: hanno paralizzato la Corte Costituzionale, facendola diventare, di fatto, una terza camera del Parlamento che decide, caso per caso, se in questa o quella materia ha ragione lo Stato o la Regione, andando ben oltre al dettato dell'articolo 134 («La Corte costituzionale giudica: [...] sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni»), perché il legislatore costituente di certo non si poteva immaginare l'ingolfamento della Corte, chiamata a giudicare anche in materia di tartufi.

Il Governo ha cercato di mettere una pezza con la Legge La Loggia al caos che si è venuto a creare, ma difficilmente si poteva fare di più, se non riscrivere daccapo il pasticcio ulivista. E su questo pasticcio la sinistra ci è andata a nozze, creando uno dei più gravi conflitti istituzionali che si ricordino nell'era repubblicana. E come se non bastasse dalla Carta, alla quale sembrano tenere così tanto, avevano anche cancellato «l'interesse nazionale». Giocano con le parole, come con la Costituzione. Ma è il rispetto ad essere solo a parole.

! Luciano Gandini
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