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E' necessario rivedere lo statuto dei lavoratori

di Francesco Pasquali - 5 gennaio 2006

Oggi è necessario riscrivere lo Statuto dei lavoratori. Continuare a considerare una legge del '70 alla stregua di un libro sacro è economicamente dannoso e socialmente pericoloso. E' evidente che il mondo del lavoro negli ultimi anni è stato oggetto di un rapido e costante cambiamento che, se non governato dalla classe politica, rischia di produrre delle gravi forme di ingiustizia sociale. La necessità di modificare lo Statuto dei lavoratori nell'interesse dei lavoratori e dei loro salari è inderogabile. Il sistema produttivo cui lo Statuto dei lavoratori, emanato ben 40 anni fa (la legge 300 risale al 20 maggio del '70), faceva riferimento, era caratterizzato da una realtà industriale che oggi non esiste più.

«Alcuni meccanismi della legge 300»- come è stato ammesso da uno dei padri dello Statuto, il professore Gino Giugni - «ormai sono addirittura privi di senso». Per molti aspetti lo Statuto sembra più rivolto a tutelare il sindacato che il lavoratore (vedesi art. 31). Inoltre la straordinaria conflittualità che ha caratterizzato questa legislatura e la vertenza in corso sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici costringe a riflettere sulla funzionalità e sull'efficienza delle attuali relazioni industriali, specie se si considerano le vertenze e i contratti da rinnovare nel 2006: circa 3 milioni di dipendenti pubblici, 1,2 milioni di edili, 1 milione di lavoratori del settore agricolo, 650 mila del tessile, 300 mila del bancario, 220 mila del chimico, oltre 100 mila fra energetico ed elettrico. Occorre una nuova cornice nazionale di riferimento alla quale affiancare una contrattazione fortemente decentrata.

Le parti che oggi hanno la rappresentanza sociale, diversamente dal Legislatore, dimostrano infatti di non avere le capacità di interpretare il presente e di far guardare con serenità al futuro. La classe politica, vedesi la legge Biagi, ha dimostrato di tenere il tempo dettato dalla globalizzazione. Se ci si fosse affidati alla sola responsabilità delle parti sociali avremmo ancora la «scala mobile» e se ci si fosse arresi ai «no senza se e senza ma» di un certo sindacato (CGIL) non avremmo avuto neanche lo Statuto dei lavoratori. Insomma se la politica è rock, le parti sociali sono lente.

Serve una progressiva sostituzione di tutte quelle norme che oggi rappresentano un ostacolo per chi vuole accedere al mercato del lavoro. Per riformare radicalmente l'intero quadro normativo è necessario partire dal presupposto che maggiore regolamentazione legislativa non coincide con una maggiore tutela del posto di lavoro. Nel mercato globalizzato, infatti, ai lavoratori e alle imprese è richiesta maggiore flessibilità, cioè la capacità di adattarsi al cambiamento attraverso un miglioramento continuo e un'evoluzione costante.

La realizzazione di questo passaggio richiede però un profondo cambiamento «culturale» che riguarda non solo la riorganizzazione delle relazioni industriali ma la revisione della regolamentazione, passando così ad una logica di empowerment (cioè «nel mettere in grado di»), basata sulla responsabilizzazione individuale, sulla capacità attiva di ciascun individuo di solving problem, sulla partecipazione, dando a ciascuno ampie possibilità di realizzare il proprio potenziale; garantendogli, insomma, una occupabilità protratta nel tempo necessaria sia per accedere al mercato che per non uscirne precocemente. Ed è proprio in questa direzione che muove la legge Biagi, non a caso i cultori dell'assistenzialismo, ispirato a principi ugualitari di chiara matrice comunista, stanno ingaggiando contro questa riforma una vera guerra ideologica.

! Francesco Pasquali
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  • YES! - di GHIGNO DI TACCO - 5 gennaio 2006 21:05
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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