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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il sonno della ragione genera mostri... Verdi!

di Giorgio Bianco - 14 gennaio 2006

Quando, nella seconda metà degli anni Ottanta, si affacciò sulla scena politica italiana il partito dei Verdi, omologo di formazioni politiche che in altri Paesi (Germania e Francia in particolare) avevano già ottenuto affermazioni elettorali non trascurabili, e come queste fregiato del simbolo internazionale dei partiti ecologisti, il «sole che ride», si diffuse presto una battuta, che recitava pressappoco «i verdi sono come i cocomeri: la scorza è sì verde, ma aprili e vedrai che la polpa è rossa». In effetti, è innegabile che buona parte dei dirigenti Verdi, così come dei principali movimenti ambientalisti, provenga dall'estremismo di sinistra legato alla lunga stagione della contestazione. Smorzatasi la spinta del Sessantotto e venuto meno l'ascendente sui giovani delle teorie della rivoluzione proletaria, della «fantasia al potere», del libretto rosso di Mao, ecc., molti militanti hanno visto nella difesa della natura, delle foreste, dei panda una nuova opportunità per opporsi alla detestata società capitalistica e «borghese» e soprattutto agli odiati «padroni» con le loro industrie e le loro tecnologie. Così, personaggi come Boato, Langer, Mattioli, Ronchi, Scalia, Manconi finché dei Verdi ha fatto parte, hanno avuto un ruolo determinante nell'imprimere all'ecologismo italiano una carica luddista, anti-industriale, anti-tecnologica, che rappresenta allo stesso tempo un elemento di sovversione e di regressione della società.

Quanto appena osservato sui militanti vale, almeno nella stessa misura, per gli intellettuali: «ritengo - ha scritto George Reisman - che, in larga misura, l'odio nei confronti dell'uomo e la sfiducia verso la ragione manifestati dal movimento ambientalista siano una proiezione psicologica dell'odio di sé e della sfiducia nelle proprie stesse potenzialità generatisi in molti intellettuali contemporanei come risultato del loro essere stati responsabili dei disastri provocati dal socialismo. Proprio come i partiti socialisti, essi hanno certamente rappresentato "una piaga per il mondo", e se il socialismo avesse davvero rappresentato la ragione e la scienza, come continuano a mostrare di credere, ci sarebbe motivo di diffidare della ragione e della scienza. A mio avviso, il movimento "verde" o ambientalista è semplicemente il vecchio movimento "rosso" dei comunisti e dei socialisti sverniciato della sua patina di scientificità». Non è un caso se quello che si è sviluppato, soprattutto in Italia, è un ambientalismo fondato sulla cultura del «no» (no al nucleare, no all'industria chimica, no all'Alta Velocità, no al progetto Mose, ma anche no al libero mercato e spesso e volentieri no alla proprietà privata) che inevitabilmente ha prodotto, con l'aumento del potere di condizionamento politico dei Verdi (peraltro alquanto sproporzionato rispetto alla loro esigua consistenza elettorale) un'asfissiante rete di normative, vincoli, restrizioni, tasse, e un generalizzato atteggiamento repressivo e disincentivante nei confronti del mercato e della libera iniziativa individuale. «L'unica differenza che vedo - continua Reisman - tra i verdi e i rossi è quella, superficiale, delle specifiche ragioni in nome delle quali essi intendono violare la libertà individuale e la ricerca della felicità. I rossi sostenevano che l'individuo non deve essere lasciato libero perché il risultato che ne sortirebbe consisterebbe in cose come lo "sfruttamento" ed il "monopolio". I verdi asseriscono che l'individuo non può essere lasciato libero perché i risultati sarebbero ad esempio la distruzione dello strato di ozono e il riscaldamento globale. Entrambi ritengono che il controllo governativo centralistico sulle attività economiche è essenziale. I rossi lo volevano per l'asserito obiettivo della prosperità umana. I verdi lo invocano per il preteso scopo di evitare danni all'ambiente. A mio avviso, ambientalismo ed ecologismo non sono altro che il rantolo di morte intellettuale del socialismo in Occidente, la convulsione finale di un movimento che solo qualche decennio fa guardava con entusiasmo ai risultati dell'aver paralizzato le azioni degli individui in nome dell'"ingegneria sociale" e ora cerca di bloccare l'azione individuale imponendo veti sulla tecnologia in tutte le sue forme».

Ma c'è di più. Il rinnegamento della ragione e della scienza di cui si è parlato non è soltanto un effetto della presa di coscienza del tragico fallimento del comunismo. L'ecologismo di sinistra è infatti una delle più vistose manifestazioni dell'ondata di irrazionalismo che da moltissimo tempo ha travolto la nostra cultura. A partire almeno dalla seconda metà del secolo XIX, infatti, la credibilità della ragione come strumento di conoscenza è stata resa oggetto di un massiccio e diversificato attacco di ordine filosofico, che ha finito per sedimentarsi nel senso comune come crescente perdita di fiducia nei confronti della ragione stessa. Dall'elaborazione dei cosiddetti «maestri del sospetto» (Marx, Nietzsche, Freud) si sono generati innumerevoli movimenti di pensiero estremamente differenti tra di loro, ma tutti accomunati dal rifiuto della nozione di autonomia dell'individuo che caratterizza invece la tradizione liberale, e dall'assunto per cui l'uomo andrebbe studiato unicamente come prodotto di forze culturali, sociali, psicologiche che sfuggono totalmente al suo controllo. Le cosiddette «scienze umane» che tuttora dominano il panorama culturale - l'antropologia, lo strutturalismo, la semiotica, la psicologia causalista nelle sue varie forme, benché per molti versi incompatibili fra loro, come psicoanalisi e comportamentismo, ecc. - sono accomunate da un determinismo culturale che afferma radicalmente un'idea di individuo assolutamente eteronomo, i cui comportamenti e credenze sarebbero determinati unicamente da forze, si tratti di volta in volta della contrapposizione di classe, dell'inconscio, del risentimento e della volontà di potenza o delle «strutture», completamente sottratte al suo dominio. Il netto predominio sul «mercato delle idee» di queste discipline (le cui ragioni sono persuasivamente analizzate da Raymond Boudon nel recente Perché gli intellettuali non amano il liberalismo) ha finito per marginalizzare fortemente la tradizione liberale, la quale afferma invece lo statuto filosofico dell'uomo come l'unico essere dotato di ragione e capace di autodeterminarsi e compiere libere scelte. «Il liberalismo - scrive Boudon - concepisce l'uomo come "razionale". Lo vede come un essere soggetto a passioni e interessi, che egli soddisfa utilizzando i mezzi che gli sembrano essere i più adatti. In generale, si rappresenta l'uomo come un soggetto che ha delle ragioni per fare quello che fa o per credere ciò in cui crede. In altri termini, il liberalismo concepisce l'uomo come un attore mosso da passioni e da ragioni comprensibili invece che da cause che agirebbero su di lui. La psicologia adottata dalle teorie liberali coincide, in una parola, con la psicologia ordinaria: quella di Aristotele e dei moralisti scozzesi del XVII secolo. Quella che, insomma, si utilizza da sempre. Seguendo la definizione di Robert Nisbet possiamo chiamare questa psicologia "razionale"».

Questo spiega come, sebbene sia ormai svaporato il sogno palingenetico dello gnosticismo rivoluzionario marxista - si vedano, al proposito, i numerosi studi di Luciano Pellicani -, nella maggior parte degli Stati occidentali la quantità di funzioni, che si continua a pensare debbano essere attribuite allo Stato centrale, eccede ampiamente quanto la tradizione liberale sarebbe disposta ad ammettere. Ma il forte declino della fiducia nella ragione e nell'autonomia dell'individuo spiega anche, ed è ciò che qui maggiormente interessa, come si sia potuti giungere ad elaborazioni filosofiche che negano ogni differenza tra l'uomo e gli altri animali o tra l'uomo e il resto della natura in generale, quando non arrivino a additare nell'essere umano il «cancro del pianeta», con una metafora già usata alla fine degli anni Sessanta da Susan Sontag: «Gli umani sulla terra - ha scritto James Lovelack, l'ideatore dell'«Ipotesi Gaia» - si comportano per certi versi come un organismo patogeno, o come cellule di un tumore o di una neoplasia». Conseguenza di un clima culturale dominato dall'irrazionalismo e dall'anti-individualismo è anche quell'idea, di cui si è già accennato in passato e su cui si avrà modo di tornare, di un «valore intrinseco» della natura, indipendentemente dai benefici che questa può apportare all'uomo: «Un "valore intrinseco" - osserva Reisman - è un valore che si accetta senza alcuna ragione, senza porre domande. È un "valore" concepito per persone che fanno quel che viene detto loro di fare e non quello che pensano. Un valore razionale, al contrario, è un valore che si accetta solo sulla base della comprensione di quanto esso sia utile a quello scopo, la cui desiderabilità è autoevidente, che è costituito dalla vita e dalla felicità del singolo".

Tutto quanto osservato finora costituisce la premessa di una più approfondita analisi delle ragioni per cui è necessario organizzare un movimento culturale e politico che si opponga al predominante ecologismo antiumanistico, antiumanistico, e che affermi un ambientalismo diverso, ottimista nei confronti dell'uomo senza cieco fideismo nel progresso, che veda nell'ambiente la casa e la risorsa dell'essere umano, aperto alla libera iniziativa individuale e al libero mercato, nella consapevolezza di come proprio dal mercato e dai diritti di proprietà possano scaturire le migliori soluzioni per la tutela dell'ambiente (free market environmentalism) e soprattutto, premessa irrinunciabile, che affermi senza mezzi termini - contro certe deliranti invenzioni, anch'esse frutto dell'irrazionalismo di cui si è parlato, come la dottrina dei «diritti animali» - la superiorità ontologica e assiologica dell'uomo nei confronti degli altri esseri viventi.

! Giorgio Bianco
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Ragionpolitica, periodico on line n.143 del 5/1/2006
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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