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La Bachelet non è Allendedi Stefano Magni - 17 gennaio 2006 Grande festa alla corte del Cile: Michelle Bachelet è eletta presidente. Ha tutti i crismi del politically correct: è donna (la prima presidente del Cile è un caso straordinario nell'America Latina), è di sinistra, ha un passato comunista ed è stata torturata nei primi anni della dittatura di Pinochet. E poi ha battuto un candidato di destra, Sebastian Pinera che, essendo magnate dei media, ricorda tanto Berlusconi. Inutile dire che gli intellettuali (soprattutto gli scrittori ispanofoni) sono in visibilio. L'Unità, il quotidiano dei Ds, dà voce, per mezzo di Maurizio Chierici, allo scrittore Antonio Skarmeta, il quale vede la vittoria della candidata socialdemocratica come una vendetta del golpe di Pinochet del 1973. Ancor più esplicito è il premio Nobel José Saramago, portoghese, amato dall'intellighenzia internazionale della sinistra, molto discusso per le sue invettive contro Israele e gli ebrei («Vivere nell'ombra dell'olocausto ed aspettarsi di essere giustificati per ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese»), ma poi subito perdonato. Saramago sostiene, senza mezzi termini, sulle colonne de La Repubblica del 16 gennaio, che «il Cile è stato, da molti anni, a partire dal gesto criminale di Pinochet contro Salvador Allende, un Paese che ha sviluppato un fortissimo rifiuto della possibilità che la destra vinca un'elezione e torni ad esercitare il potere politico». Giustizia è fatta? C'è qualcosa che gli intellettuali di sinistra dimenticano: che la sinistra cilena di Lagos e a quanto sembra anche quella della Bachelet, non rappresenta alcuna continuità con la sinistra di Allende del 1973. La sinistra di allora nazionalizzava l'economia, era praticamente autarchica, era contro gli Stati Uniti, chiedeva l'aiuto dell'Urss e di Cuba per formare i quadri di una nuova polizia politica. La sinistra di Lagos (nel governo precedente la Bachelet era ministro della Difesa) è stata caratterizzata da un'economia di stampo liberista (Index of Economic Freedom riconosce il Cile fra le economie più libere del mondo), liberoscambista, filo-americana in tutte le scelte fondamentali di politica internazionale, completamente diversa dalla sinistra populista di Chavez in Venezuela e Morales in Bolivia, ma anche da quella un po' più moderata di Lula in Brasile. La sinistra cilena di oggi è completamente differente dalla sinistra cilena di una trentina di anni fa e questo lo si deve...alla destra. Piaccia o meno, dopo il primo decennio di repressione brutale, a partire dai primi anni '80, il dittatore Pinochet aveva accettato i suggerimenti di un team di economisti americani e di José Pinera. Aveva privatizzato le aziende di Stato e soprattutto aveva introdotto per primo una riforma delle pensioni (a capitalizzazione individuale e non più statali) che tanto contribuì a rendere i lavoratori cileni molto più responsabili dei loro risparmi e del loro stesso futuro. Nel corso dell'ultimo ventennio, il tessuto sociale cileno cambiò drasticamente. Pinochet fu l'unico dittatore contemporaneo che diede spontaneamente le dimissioni e lasciò nuovamente spazio alla democrazia nel 1990. I primi presidenti eletti democraticamente negli anni '90 erano anch'essi di «destra» (democristiani) ed hanno portato avanti le riforme di liberalizzazione. La sinistra di oggi, insomma, è innegabilmente un prodotto dell'odiata destra.
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Ragionpolitica, periodico on line n.144 del 16/1/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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