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numero 280
6 marzo 2008
 
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Perchè il partito democratico non piace alla sinistra

Il partito Democratico del futuro, la tecnocrazia del passato, la politica che tramonta: gli scenari del presente

di Raffaele Iannuzzi - 18 gennaio 2006

Rina Gagliardi, su Liberazione di martedì 17, ha analizzato con esattezza e certosina pazienza, praticando così la celebre «fatica del concetto» di hegeliana memoria, la situazione politica a partire dal futuro considerato prossimo venturo, che ha oggi un nome e nessuna radice storica: il Partito Democratico. La Gagliardi coglie il nodo fondamentale: il nesso tra un giornale-partito come La Repubblica e il prodismo tecnocratico e impolitico (non anti-politico, spiegherò qual è la differenza).

Da questo processo, che sta progressivamente disgregando, anche nel discorso pubblico, ogni idea di partito - secondo la linea delle «grandi narrazioni» novecentesche e gli apparati costituiti da una base territoriale, con un accesso privilegiato ai luoghi del dibattito e della discussione democratica - viene così tirata una linea fin troppo rigidamente diritta tra il potere lobbistico del giornale-partito di Scalfari, fondato su un pensiero militante e radical-azionista-progressista (con curvature ideologicamente massoniche, si legga, su questo punto delicatissimo, il Del Noce della prima metà degli anni ottanta, che, dopo il «suicidio della rivoluzione», tematizzava la scomparsa della «tradizione» storica dei partiti popolari - Dc, Pci, Psi - già a quell'epoca: non trascuriamo che in queste settimane D'Alema sparava a zero sui «massoni di Bilbao», contro un Bertinotti mirabolante anti-italiano, pro domo sua).

Questo è l'errore della Gagliardi: la monocausalità storica non funziona mai. Anche in questo caso non funziona. Perché, se è vero, come è certamente vero, che il Partito Democratico è, di fatto, la «fine dei partiti», ma, aggiungerei, la fine della forma-partito in quanto tale, è altresì vero che i Ds hanno sperimentato, già dalla fine degli anni ottanta, come acutamente annotavano, da destra e da sinistra Baget Bozzo e Colajanni, la disgregazione della sua forma politica storica e tradizionale. Baget Bozzo parlava già del «nuovo» partito di Occhetto, una non meglio definita federazione di soggetti progressisti e neo-liberal, con scimmiottamenti eclettici fra l'America e la già decadente socialdemocrazia tedesca, di «partito radicale di massa»; Colajanni, da par suo, faceva le bucce alla «resistibile ascesa di Occhetto», dichiarando morta e defunta la tradizione storica del Pci, senza alcuna riflessione critica adeguata sulla crisi strutturale del socialismo così come sulle possibilità del medesimo nell'ultima fase del Novecento.

La tecnocrazia, in questo nuovo spazio post-comunista, si è inserita in un vuoto analitico e culturale, da un lato, e su un cinismo neo-togliattiano dall'altro, che ha reso vulnerabile i Ds di oggi, anche sul piano dell'etica della responsabilità e della morale. Parisi ha potuto frustare a sangue un partito come i Ds, compiendo un'operazione che fino a venti anni fa sarebbe stata impossibile, nei confronti del PCI, a qualunque forza politica, eccezion fatta al Psi di Craxi, ma dovremmo più esattamente dire: a Craxi come leader forte e solitario. Questo è il fattore T, appunto «Tecnocrazia», che, con un eccesso di disinvoltura, la Gagliardi ascrive soltanto al «prodismo» impolitico e girotondino-manageriale-confindutriale.

Del resto, vi è un elemento di verità in questa affermazione e, per coglierlo sul puro piano fenomenologico, basti compulsare l'ultimo numero di Avvenimenti, settimanale certamente più vicino a Liberazione che a La Repubblica. In un lucido e documentato servizio di Marcantonio Lucidi, dal significativo titolo: I suoi prodi, vengono elencate le figure professionali e tecniche - esattamente quelle che, come dice la Gagliardi, hanno fallito su tutta la linea fino ad oggi - vicine a Prodi: dall'amico prodian-fedele Angelo Rovati, tesoriere, che «si occupa» di soldi (che fanno sempre comodo, inutile aggiungere altro...) a Caterina Caselli, che mette a disposizione canzoni e chissà, magari anche qualche buona amicizia nel mondo dello spettacolo; da Michele Salvati, convertito sulla via di Damasco del Pd, leggasi Partito Democratico, a Bazoli, potente banchiere dossettiano di ferro, e soprattutto presidente di Banca Intesa, tanto per gradire; da Tommaso Padoa Schioppa, liberista a intermittenza, a Tito Boeri; dalla rivista Il Mulino, con il «pasdaran» Berselli, a Ilvo Diamanti, neo-prodian-democratico doc; e via elencando. Nomina sunt consequentia rerum.

Questo è il volto «perbene», come si usa dire oggi, con stucchevole perfidia, della Tecnocrazia, che conferma quasi al dettaglio la tesi di Burnham e Rizzi sulla «rivoluzione manageriale» e il «collettivismo burocratico», in questo caso, più precisamente, sul «dispotismo legale» di una concentrazione di potere mediatico-tecnico-politico-affaristico, che rompe il legame formale liberal-democratico, per crearne uno in vitro, nel quale vince chi ha più soldi e più relazioni di comando: il potere è tanto più clientelare quanto più è un mix di relazione struttura. Ebbene, oggi Prodi arriva o spera di arrivare esattamente dove i Ds non sono arrivati, provandoci sistematicamente, come dimostra il «leninismo debole» che fonda il sistema Coop-Unipol-controllo della società civile. Ecco, dunque, perché i partiti e, con essi, la politica vanno in frantumi. Da tempo lo diceva Del Noce; Craxi lo disse alla Camera il 3 luglio del 1992, parlando senza infingimenti e inganni sul finanziamento illegale dei partiti, fattore devastante, ma sistemico, non di semplice e banale malaffare; a sinistra, fra i comunisti più intransigentemente irregolari, l'hanno detto Tronti e Revelli (che ha litigato con un infuriato Pintor, sul Manifesto, dopo aver scritto lo splendido libro «Oltre il Novecento», bollato dal vecchio guru comunista come un «libro anticomunista» e certo lo era, almeno sul piano dell'analisi oggettiva); a destra, lo scrive da quindici anni, seguendo Del Noce ed Ezra Pound, almeno in parte. Veneziani, che oggi ripete queste tesi anche su Libero (si legga il suo fondo del 12 gennaio scorso): il «nuovo che arretra» ha sempre la stessa forma, si chiama Tecnocrazia. Anche «Grosse Koalition», con altri ideologi di complemento, come Cisnetto, che scrive sulla rivista centrista e dunque tecnocratica, «Formiche», che ha come sponsor Follini (cfr. l'articolo sull'ultimo numero di questa rivista: Una Grande Coalizione contro il declino e oltre gli schemi).

Per questi ideologi della Tecnocrazia «democratica», fra i quali va incluso anche Monti, emerge nettamente lo schematismo ideologico, tipicamente dialettico, dell'andare-oltre, creando una sintesi non più politica, cioè governata da soggetti eletti democraticamente dal popolo sovrano, ma dai «tecnici», che sbagliano spesso e governano sempre. Ebbene, questo schematismo ideologico ha fatto parte del bagaglio di D'Alema, una volta Presidente del Consiglio, nel tempo in cui si auto-affermava come sostenitore di un «Paese normale» (formula regolarizzatrice tipicamente tecnocratica) e di una «stagione delle riforme» per la modernizzazione del Paese. Appunto, ancora una volta la parola-chiave: modernizzazione. Anche Craxi tentò questa strada, ma -ecco la differenza - all'interno di una duplice operazione: da un lato, il cambiamento della forma-partito, con un corredo di nuovi fondamenti culturali, dall'altro, con la leva del governo, unita ad una sinergia con il partito e con spinte innovative a partire dall'elaborazione di partito. Un modello politico-governativo di modernizzazione.

L'unica vera alternativa al governo paradossalmente «impolitico» della modernizzazione. Perché, infine, la Tecnocrazia è impolitica e non anti-politica, secondo un vecchio schema operaista e luxemburghiano? Perché la Tecnocrazia si serve della politica, usando la leva del governo, senza dimetterla e configgere con essa; mentre l'anti-politica nega alla radice la Politica come «grande narrazione» ideologica e come capacità di governo, appellandosi immediatamente, cioè senza mediazioni formalmente democratiche (il voto, la funzione del Parlamento, la dialettica democratica), al popolo, concepito come una sorta di figura mitica e simbolica, semplicemente «contro» il feticcio «politica». I Ds sono anch'essi stati paradossalmente impolitici e tecnocratici, infatti quel che emerge oggi è, per un verso, un eclettismo polemico, come le affermazioni di D'Alema, che si commentano da sé, sul «dominio della cultura liberista o meglio neoliberista» come «l'ultima grande ideologia totalitaria del Novecento» (dopo gli orrori del Gulag e le famose dichiarazioni in una intervista rilasciata dal presidente dei Ds all'Espresso, e per un altro, nel puro controllo della società con strumenti illiberali e insieme «mercatistici» (il modello Coop è un capitalismo parallelo, non sempre legale, come oggi risulta del tutto evidente): le diagnosi di Baget Bozzo e Colajanni puntualmente confermate.

Berlusconi, in questo contesto storico-politico, rappresenta una differenza specifica, interamente da valutare, dopo tredici anni di esperienza politica del Cavaliere. Il suo modello è insieme «anti-politico», nel senso della negazione delle «grandi narrazioni» ideologiche del Novecento e dell'organizzazione strutturale dei partiti (tant'è che Forza Italia è un movimento politico mai diventato un partito nel senso sociologico e «idealtipico» del termine), e, «iper-politico», nella misura in cui egli utilizza la leva carismatica-democratica (il suo è infatti un raro esempio di «carisma democratico») per costruire un progetto di governo volto totalmente alla modernizzazione ed alle riforme. Questa è la differenza berlusconiana, che la Gagliardi, nel suo importante, ancorché parzialmente vero, sul piano analitico), mostra di non saper cogliere. Ma questo il capitolo di una storia da scrivere in un altro momento. Con calma, sine ira ac studio.

! Raffaele Iannuzzi
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