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Tragedia sulla strada: muore il partito democraticodi Gabriele Cazzulini - 18 gennaio 2006 Accelera, frena, riparti, fermo: non sono i comandi per guidare una vettura, ma le parole chiave usate per raffigurare il tortuoso cammino per decidere se fondare il partito democratico che unifichi il centrosinistra. Dopo le false partenze, le brusche frenate e gli slittamenti ecco la manovra finale, quella della collisione frontale - crash! L'ennesima tragedia sulla strada si è verificata ieri pomeriggio, a Roma, al vertice di un centrosinistra che ha rinviato la nascita del partito democratico - quindi non si farà nulla. Dalle lamiere contorte gli analisti politici estraggono il corpo esanime del guidatore, sulla cui carta d'identità è scritto il nome: «Prodi Romano - professione professore e politico - ammesso alla guida purché leader di un partito». Ecco allora spiegata la causa del grave disastro politico-stradale. Prodi stava guidando senza avere il suo partito. Ma proprio per questo si era messo in marcia per fondarne uno assolutamente nuovo, un modello mai visto prima in Italia: un'unione di post-comunisti e post-democristiani; era già pronta anche la marca: «partito democratico». Secondo il suo progettista, il tempo per le ultime rifiniture era agli sgoccioli: sarebbero mancati poco più di due mesi alla prima uscita su strada; ma la smania di anticipare i tempi ha fatto inceppare la catena di montaggio. In realtà i tecnici dei partiti erano ancora incerti se attivare la produzione, preoccupati dal notevole esborso di risorse e dal rischio di abbandonare la produzione di veicoli affidabili come i Ds e la Margherita. Ma gli operai, cioè la base dei partiti, erano impazienti di trovare già sulla scheda elettorale il nome del nuovo modello di partito. E così Prodi ha chiesto a tutti un colpo di reni sul suo progetto. Ma Fassino e Rutelli conoscono bene le insidie della strada politica e delle sue pericolose curve. Tant'è: Prodi ha voluto procedere lo stesso, noncurante degli avvisi di due piloti più esperti di lui. Si sarebbe chiamato democratico, eppure di democratico aveva ben poco. Elezioni primarie estese a tutti gli ambiti interni? Per ora è un optional non incluso. Fusione delle strutture organizzative di tutti i partiti aderenti? Missione impossibile. Design culturale sobrio e compatto? L'attuale tecnologia ideologica della sinistra è troppo arretrata per arrivare a questo stadio così evoluto, ancora intrappolata nella disputa tra socialismo e riformismo. Il vero motore sarebbe stato riciclato dai vecchi modelli di partito, come conferma la millimetrica applicazione del sacro manuale Cencelli per spartire i seggi della lista unica: su 27 circoscrizioni, 14 avranno come capilista i pezzi grossi di Ds e Margherita (8 ai primi e 6 ai secondi), lasciando così solo 13 circoscrizioni a Prodi che sarebbe dovuto essere il leader acclamato dalle primarie - altro congegno del nuovo partito che si è rivelato una fregatura per il suo inventore. Però: di queste 13 circoscrizioni, una bella fetta dovrà essere a sua volta spartita con altre figure e realtà partitiche. Insomma: la solita mangiatoia. Tra le lamiere sono stati individuati i resti di altri due passeggeri trascinati da Prodi nella sua folle corsa - Fassino e Rutelli. Per il primo è stato fatale un male interno, il collateralismo, che aveva offerto a Prodi la scusa per accelerare la produzione del partito democratico al fine di sbarazzarsi del suo principale oppositore. Quanto al rampante leader della Margherita, si stava accingendo all'ennesimo salto politico - un'esecuzione magistrale da olimpiade politica: stare con Prodi adesso per succedergli domani. Ma anche questo progetto è fallito e non resta che sgomberare la carreggiata in attesa che circolino nuove idee. In fondo pagina, e in fondo a questa triste vicenda, restano i conati di un centrosinistra agonizzante perché svuotato di identità, e alla caccia disperata di una forma, una qualunque, con cui ritrovare l'identità. Il partito democratico era questo: una forma senza sostanza. Confondere una mera struttura organizzativa, cioè il partito democratico, per la fonte di rinascita del centrosinistra è stata la svista di Prodi - e allora non c'era freno che impedisse lo schianto mortale. L'orazione funebre è già stata tenuta oggi su Repubblica da Scalfari, il sommo vate che tante parole profuse per sostenere il defunto partito, e che nell'occasione non si lascia sfuggire un'orazione torrentizia che impasta riforme, scuola, lavoro, società, politica, storia, Berlinguer, Confindustria, Panebianco in un editoriale così prolisso da asciugare con la noia le lacrime dei fedeli - ma senza rinunciare ad un tignoso post scriptum contro Berlusconi. Il partito democratico è come questa messa funebre: è finito.
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Ragionpolitica, periodico on line n.144 del 16/1/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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