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I provvedimenti del Governo per una giustizia più garantistadi Sara Franchino - 18 gennaio 2006 Se c'è qualcuno che si pone il dubbio se abbia ancora senso parlare di destra o di sinistra dopo la caduta del muro di Berlino, o se in verità non si tratti, come avanzava Marcello Veneziani, di «una mezza finzione utile per designare gli emisferi di cui ha bisogno la politica per esprimere la sua natura conflittuale e la libertà della scelta», ebbene la risposta è Sì. Sì, non solo poiché il comunismo esiste ancora nel mondo e in quanto, seppur mascherati, i comunisti (o post comunisti, che dir si voglia) ancora oggi, nel 2006, continuano a rappresentare un pericolo per la libertà nel nostro Paese, ma anche perché tra destra e sinistra si celano abissali differenze culturali, che determinano un diverso modo di intendere la politica e di pensare lo Stato. Una delle caratteristiche che certamente qualifica la destra, costituendo un importante elemento di condivisone in Forza Italia e di coesione dell'intera Casa delle Libertà, è il garantismo.Garantismo, recepito dai giusnaturalisti e da quella cultura liberale che ha visto come nostri massimi esponenti Cesare Beccarla e Alessandro Manzoni. Un garantismo che è proprio di chi non ha mai plaudito all'opera dei forcaioli, né li ha incoraggiati nella loro caccia agli untori. Il garantismo si basa su un concetto giuridico molto semplice, che non ha bisogno di trovare conferma o meno in norme scritte, in quanto diritto naturale e segno di civiltà, cioè la presunzione di innocenza. Ogni imputato è innocente sino a prova contraria, o in negativo come, in effetti riduttivamente, postula la nostra Costituzione, «l'imputato non può essere considerato colpevole sino alla condanna definitiva». Principio a cui si lega inscindibilmente uno dei cardini della tradizione giuridica anglosassone e cioè quello della sicurezza della colpevolezza (oltre ogni ragionevole dubbio). Ma perché sottolineare ora questo aspetto? C'è una ragione estremamente attuale, passata un po' sottotono per il giusto risalto dato alla vicenda Unipol. Nei giorni scorsi il Parlamento ha approvato un'altra importante legge in tema di giustizia. Il provvedimento, che va ad annoverarsi tra le altre significative riforme operate dal Governo Berlusconi in questo settore (ricordiamo, tra le altre, le riforme dell'ordinamento giudiziario, del diritto societario o delle procedure concorsuali, «interventi mai realizzati prima nella storia della Repubblica», così come sottolineato a ragione dal Ministro Castelli, nell'ambito della sua relazione di apertura del nuovo anno giudiziario, novità, anche questa, apportata dall'attuale maggioranza), prevede l'inappellabilità dei proscioglimenti, venendo così a garantire la posizione degli imputati e al contempo ad incidere positivamente sull'economia processuale. E' indubbio che se un giudice decreta in primo grado l'innocenza dell'imputato ed un secondo giudice, in appello, sostiene la colpevolezza del medesimo imputato, la reità di quel condannato non risulta provata oltre ogni ragionevole dubbio. L'errore potrebbe essere infatti intercorso nel primo come nel secondo grado di giudizio. Tutti soddisfatti dunque? Si tratta di una modifica al nostro sistema processuale giusta ed equa, comprensibile, secondo logica, anche per chi ha meno dimestichezza con le norme e la tecnica procedurale. E invece No, tanto per cambiare, dal coro dei supporters della nostrana sinistra, s'è levato il grido dell'intoccabile casta dei giuristi - i soli che dal loro punto di vista, manifestando grande spirito democratico, possono produrre riforme coerenti in materia di giustizia - fra tutti capitanati da Franco Cordero. L'esimie professore, dopo aver confuso la critica con l'insulto, nel suo fondo apparso su La Repubblica lo scorso 13 gennaio, dal titolo Allegra barbarie sulla Costituzione, perorando la sua tesi con una dotta spiegazione storica e col tecnicismo infarcito di latinismi di un azzeccagarbugli, ha replicato oggi sulla medesima testata, dando un altro saggio della sua indipendenza politica (sic!), Se la scorsa settimana l'opinionista de La Repubblica additava il «berlusconismo» come «egemonia, rifiuto fobico delle norme, soperchieria, frode, ignoranza» e si riferiva a Berlusconi, sostenendo: «Era spaventosamente ricco: qualcosa i processi dicono su come lo fosse diventato; che taumaturgo sia lo gridano le bestialità commesse al governo, ma nella guerra da corsa è un satanasso e moltiplica il patrimonio sotto lo scudo dell'oscena legge che l'assolve dal conflitto di interessi», eccetera..., nell'odierno articolo più delicatamente afferma, relativamente alla maggioranza eletta dagli italiani: «Vogliono impedire gli appelli del pubblico ministero, tale essendo la congiuntura in cui versa l'augusto committente (Berlusconi? -ndr), (...)lui comanda, i suoi avvocati uniti dal popolo studiano la formula e gli onorevoli yes-man votano» e ancora : «[i]L'ideologia della Cdl ha un nome, criminofilia[/i]». Sarebbe questa la moderazione dei toni invocata da Fassino?
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Ragionpolitica, periodico on line n.144 del 16/1/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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