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numero 280
6 marzo 2008
 
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Detto senza retorica: questo non è il mio Occidente

di Raffaele Iannuzzi - 18 gennaio 2006

Dico subito, tanto per fare chiarezza immediatamente, che considero gli Stati Uniti, e cioè il modello simbolico-storico di Philadelphia, il modello più compiuto di democrazia occidentale. Ecco perché - proprio in forza di ciò - affondare la lama sulla carne delle sue contraddizioni è un compito necessario. Non è necessario essere contro la pena di morte - e io lo sono, senza alcun tratto di retorica - per condannare e criticare, anche usando la soda razionalità pubblica, storica e politica, la decisione del governatore della California, l'ex-culturista e «Terminator» della celluloide postmoderna -, Arnold Schwarzenegger, di negare la grazia all'anziano criminale (perché anche questa è la verità, stiamo infatti parlando di uno che ha ammazzato tre persone) Clarence Ray Allen, l'indiano d'America «Orso che corre», 76 anni, giustiziato, ma io dico meglio: assassinato, ieri nel carcere di San Quintino.

«La Corte Suprema, leggo su Libero, non sull'Unità o sulla Repubblica, tanto per capirci, e il governatore Arnold Schwarzenegger avevano respinto l'appello presentato dai legali di Allen che sostenevano che il condannato fosse troppo vecchio e malato per venire giustiziato. L'uomo, un indiano del popolo Choctow, era diabetico e quasi cieco e poteva spostarsi solo su una sedia a rotelle. Lo scorso settembre aveva avuto un attacco cardiaco». Dunque, Allen non costituiva alcun pericolo pubblico per l'ordine civile, era malandato, vecchio, incarcerato a vita nelle patrie galere: dov'era il problema?

L'Occidente, che, come ho scritto tre anni fa su questa rivista, ha radici mistiche e religiose, non ama né il pietismo, né il buonismo, ma certamente la pietas cristiana - che è cosa irriducibile al momento giacobino della politica, ma essenzialissimo per la regolazione dell'ordine civile, dunque stiamo parlando di un fattore che l'Aquinate avrebbe definito «causale», non «accidentale» - e la bontà, frutti della sua evoluzione antropologica e culturale. Frutti che hanno in seguito, a partire dal tardo XII° secolo, costituito il discorso pubblico e la ratio politica ed etica della societas. L'Habeas Corpus è il compimento di questa assoluta differenza antropologica e direi anche religiosa, mistica, etica nel senso oggettivo e personalistico del termine. Cos'è l'Habeas Corpus?. E' la Legge inglese, del1679, pilastro del diritto penale anglosassone, promulgata dal parlamento contro il re Carlo II, al fine di evitare gli abusi perpetrabili ai danni dei cittadini tratti in arresto. Sanciva il diritto, già esistente dal 1627, di ogni imputato a conoscere le cause del suo arresto e a ottenere la libertà provvisoria dietro pagamento di adeguata cauzione.

In questa nuova logica giuridica sono contenuti due principi oggettivi: a) la salvaguardia del «corpo» come garanzia della libertà individuale; b) il limite del potere pubblico e stauale, del Leviatano hobbesiano, che, se, da un lato, ha il monopolio legale e legittimo della forza, come insegna Weber, dall'altro deve fermarsi di fronte alla vita della persona, onde, si badi, non disgregare l'ordine politico, giuridico e sociale. Beccaria, nel suo classico scritto Dei delitti e delle pene (1764) al capitolo 20, dopo aver trattato della variegata casistica dei «delitti», osserva: «Altri delitti sono attentati contro la persona, altri contro le sostanze. I primi debbono infallibilmente esser puniti con pene corporali: né il grande né il ricco debbono poter mettere a prezzo gli attentati contro il debole ed il povero; altrimenti le ricchezze, che sotto la tutela delle leggi sono il premio dell'industria, diventano l'alimento della tirannia. Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l'uomo cessi di esser persona e diventi cosa: vedrete allora l'industria del potente tutta rivolta a far sortire dalla folla delle combinazioni civili quelle che la legge gli dà in suo favore».

Il pensiero di Beccaria è chiaro, lucido e rigoroso: la libertà del potente si ferma di fronte ad alcuni «eventi» - la pena di morte, chiara fattispecie di questi «eventi» - in cui la supremazia del potere domina assolutamente e senza possibilità di scampo la vita umana, quella dell'io singolarissimo, della persona. Ebbene, a quel punto, cessa anche la «libertà» del «potente», che non è assoluta. La Chiesa Cattolica ha mantenuto l'istituto della pena di morte, ma solo nel quadro di un conflitto bellico in cui in gioco siano le sorti della nazione, che è poi anche il pensiero di Beccaria, che contempla la pena di morte soltanto in questo caso estremo. Dunque, la pena di morte si è sempre assoggettata, sul piano della storia del diritto occidentale, ad una duplice soluzione. Da un lato, esiste; dall'altro, non può che essere il limite estremo del potere statuale, pena il decadere della stessa logica di convivenza civile, e, come tale, «estrema ratio».

Rebus sic stantibus, esistevano tutte queste specifiche condizioni nel caso di Allen, già in carcere, a vita, per i tre omicidi da lui compiuti? Lo Stato, nella persona del governatore Schwarzenegger, non aveva, forse, il dovere di fermare la sua «libertà», come affermato da Beccaria e dal diritto occidentale in genere, a fronte della vita del più debole - ripeto: già condannato -, di Allen, a fortori considerando lo stato di salute e la sua oggettiva impossibilità di compiere altri crimini?

L'ordine sociale e, dunque, pubblico, senza questi limiti, che devono essere imposti alla «libertà» dello Stato, finiscono per trasformarsi in una «biopolitica» al rovescio, cioè contro la vita del singolo, e, di conseguenza, attentando all'ordine statuale stesso, nella sua legittimità giuridica, si trasformano, paradossalmente, in an-archia pura, cioè in dis-ordine, esattamente come aveva sostenuto, con ampia documentazione storica, Foucault, circa quarant'anni fa.

Una democrazia, osserva la Centesimus annus, può corrompersi, in questi casi, e degenerare in un «larvato totalitarismo»: la lezione analitica di Del Noce, che non è contro l'Occidente, ma contro «questo» Occidente, quello dell' «anarchico totalitario» Schwarzenegger (scrivo ciò, dopo lunga disamina analitica, alla luce, come il lettore constaterà, dei fatti e dei pensieri giuridici, nudi e crudi), che nega la grazia, quasi potesse lui avere in mano la «libertà» dell' «industria del potente» di cui ragionava nella prima metà del Settecento Beccaria. Questa è, oltre alla fine dell'ordine civile, anche la fine della politica nel senso occidentale e fondativi del termine, unità di pietas oggettiva e statualità regolata da checks and balances.

Siamo fuori dalla civiltà occidentale. Dunque, questo non è il mio Occidente. E' un'altra «cosa», che spero di non dover più commentare, ma temo di dover ancora vedere.

! Raffaele Iannuzzi
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