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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il demiurgo Romano

di Francesco Natale - 19 gennaio 2006

Giorno dopo giorno il mazzo di carte della sinistra subisce rimescolamenti inaspettati ed apparentemente erratici: cambiano i croupiers, cambiano i semi, muta anche il numero di assi, re, regine e jack, i quali, perché non possa parlarsi di partita truccata, dovrebbero comunque essere sempre presenti in numero di quattro.

Assistiamo inoltre a curiosi fenomeni linguistici: se Prodi ricorre a metafore da motorizzazione civile (retromarcia, incidente) per spiegare l'attuale sistema di «bilanciamento dinamico» dell'«Unione», Amato da New Delhi preferisce ricorrere al linguaggio dell'ostetricia, citando Marx in riferimento all'impossibilità di «essere incinta a metà», di «parto che deve concludersi», di «gestazione troppo lunga» in riferimento all'abortivo (questo sarebbe, a mio giudizio, l'aggettivo corretto in base al nuovo lessico adottato dall'ex premier) «Partito Democratico».

Sempre a proposito di mutamenti linguistici, stavolta in campo editoriale, «La Repubblica» presenta in questi giorni una strana configurazione: il canonico assalto al Cavaliere viene estromesso dalla prima pagina per far spazio al tiro al piccione sul direttivo Ds da un lato, e alle riserve riguardo alla tenace ricerca di una soggettività politica autonoma da parte del Professor Prodi dall'altro.Insomma, il Partito Democratico piace sulla carta. Non altrettanto piace l'idea che divenga il serbatoio elettorale permanente dei prodiani d.o.c., così come piace poco agli eterodirettori per antonomasia che detto Partito Democratico sia presieduto e guidato dal Professore.

La situazione, nella sua ondivaga oscurità, propone interrogativi degni di approfondimento. Innanzitutto dobbiamo chiederci a chi gioverebbe realmente la costituzione di questo nuovo, fantomatico soggetto politico, dato che non potremmo in alcun modo considerarlo legittima espressione di un ben individuato, per quanto ampio, blocco sociale. Non risulta possibile definire il futuro Partito Democratico come «espressione dal basso» di nuove, legittime esigenze da parte di cittadini più o meno scontenti del centro destra o del centro sinistra: si pone ab origine come imposizione dall'altro, come deus ex machina (o ex machinatione...), destinato apparentemente a risollevare, negli intenti dei suoi fautori, le sorti oggi pesantemente compromesse della cosiddetta «Unione».

Il Professor Prodi ci ha fatto sapere che, fallito momentaneamente il tentativo di cannibalizzare Ds e Margherita, di Partito Democratico si parlerà «dopo la vittoria elettorale». A che pro? Preso atto che detto partito non risulta espressione di alcun blocco sociale, e che, in apparenza , la sua funzione può esclusivamente essere pre-elettorale, finalizzata a ricompattare la farraginosa congerie delle disparate sinistre, perché Romano Prodi insiste per la costituzione, obtorto collo, di questo nuovo feticcio politico?

Analizziamo con ordine i fattori in gioco, almeno quelli che ad oggi conosciamo. Il Partito Democratico vede tra i suoi più accesi promoter Carlo de Benedetti, imprenditore stranamente uscito indenne dall'inevitabile tracollo di Olivetti, espressione di quel curioso «capitalismo laico» o «umanista», secondo il nuovo lessico ciampiano, acerrimo nemico della cosiddetta «finanza cattolica», Bazoli in primis, principale sostenitrice del Professore. Oliviero Diliberto si chiede oggi, e con lui tutta la Sinistra antagonista «dove sia finita la sinistra», soprattutto di fronte ad un Fassino, comprensibilmente estenuato e stanco, che parla di futuro Partito Democratico come «casa dei riformisti», aggettivo che poco o punto piace alla sinistra di base, quella stessa sinistra che a Milano non sosterrà la candidatura di Bruno Ferrante preferendogli Dario Fo o Davide Corritore, quella stessa sinistra che ha chiesto la testa di Cofferati prima, quella di Chiamparino e della Bresso a seguire, e che oggi chiede la decapitazione di Filippo Penati, Presidente della Provincia di Milano la cui gestione dell'«affare Serravalle» ha suscitato notevole scontento, per usare un eufemismo.

Quella sinistra cui poco sono piaciuti la svolta neospiritualista di Fausto Bertinotti così come i trascorsi gesuitici di Piero Fassino, e che non perde occasione per sputare pregiudizialmente veleno su Benedetto XVI e su Ruini ogni volta che questi aprono bocca. Fausto Bertinotti critica almeno 50 punti (circa il 20%) del programma dell'«Unione», così come Clemente Mastella, il quale vede i Pacs e la tassazione selvaggia del ceto medio come il fumo negli occhi: opposti su tutto, anche nel modo di opporsi. Ora, di fronte a questa scompagine politica, condita dalle pericolose intrusioni della tecnocrazia, il Professore si è reso conto di due cose: la vittoria elettorale, una volta sicura, è oggi rimessa in discussione; secondariamente, in caso di vittoria dell'«Unione», lo spettro della ingovernabilità ha già fatto sentire chiara e potente la propria presenza nei meandri del maniero prodiano.

Al Professore resta quindi una possibilità: fallita l'ipotesi di Partito Democratico come soggetto propedeutico alla vittoria elettorale ed alla espressione di uno straccio di esecutivo, resta il Partito Democratico come colossale truffa governativa, consistente nell'isolamento post-elettorale della sinistra comunista attraverso il ricatto perpetrato ai danni della sinistra moderata. Senza soggetto politico unico non si governa e si torna tutti a casa: il precedente c'è e pesa ancora oggi.

Ora, la cosa che più dovrebbe preoccupare di questo scenario, i cui esiti definitivi ci sono ancora ignoti, consiste nella sfasatura tra il futuro giudizio degli elettori e l'esecutivo che effettivamente si instaurerà in caso di vittoria dell'«Unione»: se l'eliminazione di soggetti politici scomodi quali Rifondazione Comunista, Verdi, Comunisti Italiani non è possibile prima della competizione elettorale, non è detto che la «purga prodiana» non possa realizzarsi successivamente all'ipotetica vittoria, cosa che dovrebbe rassicurare, negli intenti del demiurgo Romano, gli indecisi che mal sopportano le istanze ambiental-leniniste dell'estrema sinistra, e che rappresentano, una volta di più, l'ago decisivo della bilancia elettorale.

Senza Rifondazione non si vincono le elezioni, ma senza Rifondazione si può governare. Questa è in sintesi la scommessa del Professore: la palingenesi del sistema partitico della sinistra pro domo sua, approfittando spregiudicatamente delle manifeste debolezze e incrinature che affliggono progressivamente i DS, al fine di sterilizzare e mettere in condizioni di non nuocere l'unica sinistra che in Italia sta crescendo, ovvero Rifondazione.

Certo, correre sul filo di questo pericoloso e affilatissimo rasoio è un'esigenza dettata anche dal fatto che il «collante antiberlusconiano» è ormai scaduto e inefficace, basato com'era sulla presuntiva superiorità etica e morale della «parte migliore del paese», come la definì temporibus illis Umberto Eco, di recente imbarcato sul naviglio prodiano. Avrà il Professore testosterone a sufficienza per reggere questa «cospirazione a cielo aperto»?

! Francesco Natale
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