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Sergej Kiamparinov

di Giovanni Vagnone - 19 gennaio 2006

Massimo Gramellini è un opinionista ironico, spesso un po' qualunquista nel suo voler sempre essere originale, fuori dal coro, ma di sicuro una delle firme più divertenti e piacevoli da leggere su quello strano giornale che si professa non schierato che è La Stampa. Ieri ha tirato fuori dal suo cappello un articolo che era davvero spassoso; o meglio, che potrebbe essere spassoso, se poi, uscendo di casa, il lettore torinese non si trovasse di fronte ad una realtà che dovrebbe far riflettere.

Qui a Torino, infatti, il comune, la provincia e la regione sono tutte a maggioranza di sinistra: è una vecchia tradizione ereditata dal popolo degli operai Fiat, importati nelle nostre terre per difendere i valori sindacali e rigorosamente rossi perché l'avvocato, Agnelli per chi non si ricordasse della buon'anima, potesse licenziarli a spese delle casse pubbliche senza troppe parole e con il tipico aplomb di queste parti: si sa che la stessa operazione, quando viene fatta da un governo di sinistra piace e non crea grosse polemiche, mentre quando viene fatta dal centrodestra mobilita le masse contro il regime, basti pensare per esempio all'intervento italiano in Kosovo o, di contro, agli scioperi di questi giorni.

E, avendo queste tre cerchie di sussidiarietà amministrativa tutte schierate dallo stesso lato, ci vediamo oggi, all'improvviso, invadere piazze e corsi di bandieroni rossi. Gramellini parla del fatto che il sindaco stalinista Sergej Kiamparinov, dopo aver atteso senza far trapelare troppe tracce del fatto che ci sarebbero state Olimpiadi, finalmente abbia realizzato il golpe che aspettava, trasformando il castello del Valentino in quello del Cremlino, e piazza Castello in piazza Tienanmen. I vessilli rivoluzionari incolpati sono degli stendardi verticali, rettangolari e rossi, proprio rossi compatti e senza dubbi, che danno molto più nell'occhio di quelli altrettanto rossi apparsi per esempio a Genova (nell'anno in cui era capitale della cultura) per le disposizioni che richiamano adunate oceaniche di altri tempi.

Il giornalista della Stampa prosegue con un paio di battutine azzeccatissime sul fatto che sembri di essere a Pechino, o quantomeno in una Coop di Reggio Emilia: lo slogan «passion lives here», invece, sarà probabilmente un riferimento ai rapporti fra Consorte e Fassino. La linea del non-sense dell'articolo culmina poi con la critica (per par condicio) alla provincialotta, scontata reazione dei forzaitalioti, ovvero dei segugi della libertà che fiutano l'odore dei comunisti anche a decenni di distanza e denunciano questo colore dei manifesti: «un rosso monocratico da Soviet Supremo che dimostra quanto questo tapino regime da operetta resti ancorato a un passato che il mondo intero ha ormai rigettato».

Il problema, però, va al di là dell'apprezzabile ironia; al di là della banalità anche delle critiche contro questo rosso che per chiunque, se non per un italiano (e il pubblico grazie a Dio non sarà tutto italiano, anzi), resta un colore come un altro, e che anche per noi dovrebbe essere poco più che una mancanza di stile nei soliti dispettucci infantili cui la sinistra ci ha abituati (nel rinominare vie e piazze, nel negare affissioni di lapidi ecc); al di là del fatto che i colori di Torino sono blu ed oro, così come i colori dell'Europa e tanto male non sarebbero stati; al di là di tutto questo è immaginarsi il giorno in cui Torino, oltre al comune, la provincia e la regione dovesse avere anche un governo nazionale di sinistra a inquietare. Forse allora le bandiere rosse, ad ogni lampione, faranno sorridere di meno.

! Giovanni Vagnone
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