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Prodi Bonapartedi Gianteo Bordero - 20 gennaio 2006 Prosegue anche quest'oggi l'attacco frontale di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione Comunista, a Romano Prodi e al suo progetto di partito democratico. Liberazione descrive il disegno del leader dell'Unione come il tentativo di dissolvere quel che resta delle identità politiche e culturali della sinistra italiana in un contenitore «tecnocratico» e post-ideologico che rappresenterebbe, secondo il quotidiano, la cancellazione dello Stato democratico e la restaurazione dello Stato liberale di ottocentesca memoria. Sostengono questa tesi Alberto Burgio e Claudio Grassi, in un lungo articolo intitolato «Il partito democratico e la Terza Repubblica», che segue quelli degli scorsi giorni di Rina Gagliardi e Salvatore Cannavò. Secondo Burgio e Grassi non va sottovalutata e considerata come una boutade estemporanea l'accelerazione sul partito democratico impressa in questi giorni da Prodi. Facendo leva sul successo ottenuto alle primarie, il Professore «dice al Paese che bisogna smantellare il "vecchio" sistema dei partiti...Si tratta di un progetto che in altri tempi sarebbe stato definito bonapartista». Prodi come novello Napoleone, dunque, come colui che tenta di superare ed assorbire - dopo averlo abilmente usato, con le primarie, per la sua personale legittimazione - il peso e l'identità dei partiti e la partecipazione democratica dei militanti. Il partito democratico, se mai vedrà la luce, verrebbe perciò a configurarsi, nella lettura di Liberazione, come il fulcro fondativo della Terza Repubblica italiana. Ed è chiaro, in quest'ottica, che «rispetto a questo progetto "neogaullista" le culture politiche novecentesche, che avevano dato vita ai grandi partiti popolari con basi di massa, costituiscono ovviamente un ostacolo». E' certamente forte l'immagine usata dal quotidiano di Rifondazione che dipinge Prodi come Napoleone, e la sue idea di partito democratico come un «progetto neogaullista», ma aiuta a comprendere quanto profondo sia il solco divisorio tra i vari soggetti dello schieramento di centrosinistra. Un solco che si radica in diverse visioni del mondo, in diverse storie politiche, in diverse idee programmatiche che risulta di fatto impossibile conciliare. Rifondazione, attraverso il suo giornale, rivendica orgogliosamente la sua storia e la sua identità; è ben lontana dal lasciarsi amalgamare in un prodismo confuso e generico. E quanto più è forte il desiderio di difendere e fare quadrato attorno alla propria identità, tanto più l'affondo critico su Prodi e sul partito democratico si fa aspro e radicale. E le parole si fanno pesanti. «Qual è - si chiedono Burgio e Grassi - il fine per cui si battono i fautori del partito democratico?». Risposta: «Si può dire che lo scopo strategico di questa iniziativa sia chiudere definitivamente la storia della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista. Diciamo questo perché la posta in gioco coinvolge direttamente la Costituzione del 1948 in ciò che ne costituisce l'essenza: l'idea della partecipazione democratica di massa». Si poteva immaginare che parole così dure il quotidiano comunista le riservasse solo a Berlusconi e alle cosiddette «destre», ma evidentemente fa ancor più problema, dalle parti della sinistra, un progetto, come quello prodiano, che implicherebbe - se portato alle sue estreme conseguenze - l'assorbimento e la cancellazione stessa delle storie politiche della sinistra italiana, l'annientamento del loro peso nella vita politica e sociale del Paese. «Ciò che occorre - si legge ancora su Liberazione - è creare le condizioni perché queste soggettività...dispieghino tutte le proprie potenzialità, convergendo su alcune forti istanze programmatiche contrastanti il progetto politico sotteso al partito democratico». Se così non sarà, se cioè non avrà luogo un riassestamento a sinistra dell'asse dell'Unione, e se non verranno accolte alcune discriminanti di sinistra nel programma della coalizione (Liberazione cita la «centralità del lavoro», il «primato del pubblico», la «democrazia partecipativa», il «rifiuto intransigente della guerra»), allora le strade saranno costrette a separarsi, e non si potrà più parlare di un cammino comune. «A meno di radicali cambiamenti del programma - concludono Burgio e Grassi - oggi non prevedibili, è improponibile la partecipazione di Rifondazione Comunista a un eventuale futuro governo dell'Unione».
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Ragionpolitica, periodico on line n.145 del 23/1/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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