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Energia: chi sono i veri reazionari?

di Giorgio Bianco - 23 gennaio 2006

È difficile, se non impossibile, sopravvalutare l'importanza che l'energia riveste nella realtà contemporanea. Le profonde trasformazioni economiche e sociali che attraversano il mondo moderno hanno inizio, come è noto, nell'Inghilterra di fine Settecento, quando con l'avvento delle macchine a vapore si è innescato un processo che ha reso possibile trarre quantità sempre maggiori di energia dal carbone, dal petrolio, dal metano, dagli atomi, ecc., trasformando questi elementi in risorse, ovvero in ricchezza, e sconvolgendo la vita dei popoli. È una considerazione solo in apparenza banale, in realtà troppo spesso trascurata, quella per cui la vertiginosa espansione della tecnologia non sarebbe possibile senza la concomitante crescita della disponibilità di energia.

L'energia muove le automobili e i treni, fa volare gli aerei, fa produrre le fabbriche, fa funzionare i frigoriferi, alimenta gli ospedali, riscalda le case, consentendoci di godere di comodità un tempo riservate a piccole élites o addirittura impensabili fino a qualche decennio fa. «Il mondo industrializzato - ha scritto Piero Melograni - si regge dunque sull'energia, che è in grado di arrivare ovunque. Essa si misura in watt, in omaggio a James Watt, l'ingegnere scozzese che nel 1769 inventò la macchina a vapore. E pochi omaggi sembrano altrettanto giustificati, se si pone mente al fatto che il mondo è stato trasformato più da uomini come James Watt che da tutti i capi di tutte le rivoluzioni politiche degli ultimi due secoli».

Il concetto che non solo la nostra società e il suo benessere, ma la civiltà tout court ruota intorno alla disponibilità di energia è stato del resto ribadito, recentemente, dalla lettera aperta che 61 scienziati, tra i quali spiccano Franco Battaglia, Tullio Regge e Umberto Veronesi, riuniti nell'associazione Galileo 2001, hanno indirizzato a Carlo Azeglio Ciampi: «Non crediamo di fare retorica nel sostenere che l'energia è il nutrimento della civiltà e che senza energia e senza un suo impiego oculato una civiltà può solo scomparire: più precisamente, non la produzione d'energia, ma la disponibilità di energia, abbondante, economica, sicura e amministrata con competenza, è una condizione essenziale per il benessere e lo sviluppo di un Paese, ed è ciò che genera competitività e occupazione e, conseguentemente, progresso civile».

Se si è voluto rimarcare che la constatazione del carattere imprescindibile della disponibilità di energia nella realtà contemporanea è solo apparentemente scontata, è perché di questa evidenza pare proprio non voler tenere conto l'ideologia ambientalista dominante, che proprio rispetto alla questione energetica manifesta in modo più evidente e più nefasto quella carica luddista e tecnofobica e quella «cultura del no» di cui è permeata. In primo luogo, ovviamente, per i Verdi, di energia nucleare non si parla nemmeno, e poco importa se l'abbandono di questa fonte in Italia costringe il Paese ad importare energia prodotta da centrali nucleari francesi e slovene situate a poca distanza dal confine italiano, e dotate di standard di sicurezza inferiori rispetto a quelli delle centrali italiane rese inattive alla fine degli anni Ottanta. Ma non ci deve essere nemmeno spazio per l'energia prodotta dai combustibili fossili, che inquinano e producono emissioni che a detta degli ambientalisti contribuiscono ad aggravare il nefando «riscaldamento globale». Anche la più importante delle energie rinnovabili, l'idroelettrica, è malvista dagli ambientalisti perché necessita della costruzione di dighe che vanno ad intaccare il «valore intrinseco» di habitat «incontaminati» dalla presenza dell'uomo.

In compenso, le scelte di politica energetica compiute a partire dal 1996 dal centrosinistra, ispirate a un ambientalismo radicale che alligna non solo nei Verdi di Pecoraro Scanio, ma anche in Rifondazione comunista e in ampi settori dei Ds, hanno fatto dell'Italia il Paese che più di ogni altro usa gas: come informava Francesco Forte qualche giorno fa su Libero, si tratta di 66 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, in quanto l'Enel brucia nelle sue centrali gas naturale, anzichési tratta di 66 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, in quanto l'Enel brucia, nelle sue centrali, gas naturale anziché carbone, come in altri Paesi, che si potrebbe rigassificare con adeguati procedimenti tecnologici.

Così, possiamo ringraziare il centrosinistra e la sua politica energetica verde-rossa se oggi dipendiamo più di tutti dal gas e dai Paesi da cui lo importiamo attraverso i gasdotti, in primis Algeria, Olanda e soprattutto Russia (via Ucraina), con i rischi che la recente disputa Mosca-Kiev ha evidenziato. Certo, nella recente dichiarazione a un convegno di Legambiente che tanto ha fatto discutere, Prodi ha dichiarato che i rigassificatori - impianti che si basano sulla trasformazione del gas liquefatto, che in questo modo può essere importato via mare, riducendo la dipendenza dai gasdotti e dai Paesi esportatori - «sono una cosa seria» (bontà sua). Peccato che neppure la dichiarazione del Professore sui rigassificatori (tema sul quale peraltro esiste un'ampia convergenza di posizioni tra Cdl e Unione) contribuisca a rassicurare riguardo alle scelte di politica energetica di un eventuale futuro governo di centrosinistra, visto che è stata prontamente contraddetta dalla decisione del governatore della Puglia, il rifondatore comunista Nichi Vendola, di bloccare il progetto di costruzione di una centrale di rigassificazione a Brindisi.

Emerge allora con evidenza che le battaglie dei Verdi in campo energetico possano solo far regredire la società riavvicinandola, nella misura in cui hanno successo, alle condizioni di povertà e di privazione dei secoli precedenti la Rivoluzione industriale. La chiave della crescita materiale dell'epoca moderna, infatti, è proprio il crescente utilizzo di energie «inanimate», la progressiva sostituzione dei relativamente deboli muscoli degli animali da tiro e degli ancora più deboli muscoli umani con energia creata artificialmente dall'uomo: il vapore generato dalla combustione del carbone, le forme di combustione basate sul petrolio, l'energia elettrica prodotta bruciando combustibili fossili o attraverso la tecnologia nucleare.

L'essenza della Rivoluzione industriale, a ben vedere, sta nel fatto che l'uomo ha imparato a sfruttare in modo massiccio le energie inanimate, sicché le calorie utilizzate quotidianamente da ciascun individuo, nei Paesi industrializzati, si è moltiplicata per centinaia di migliaia di volte: «Nelle società agricole - scrive Melograni - il 90% delle energie aveva carattere animato, essendo fornito da piante, da animali, nonché da braccia e gambe di uomini, donne e bambini. Nelle società industrializzate, viceversa, il 90% delle energie ha carattere inanimato». Tutto questo, come è evidente, ha ridotto in misura enorme le fatiche degli esseri umani e degli animali.

Ma la diffusione capillare dell'energia è anche ciò che consente ai cittadini dei Paesi sviluppati di godere di un tenore di vita incomparabilmente superiore a quello dei loro antenati e degli abitanti del Terzo Mondo. Il fatto che gli Stati Uniti siano il Paese con i più elevati standard di vita al mondo è in diretta relazione con il fatto che si tratta anche del Paese con il più alto consumo di energia pro capite, e in tutto il mondo qualunque incremento significativo nel tenore di vita e nella produttività del lavoro e strettamente connesso alla capacità di produrre e consumare energia.

Alla luce della ben nota e gravissima dipendenza energetica del nostro Paese, appare giustificata l'immagine delle posizioni e delle campagne ambientaliste, colorate di rosso o di verde, come un serpente boa che si attorciglia al corpo della sua vittima e lentamente ne spreme via la vita: una lunga serie di «no» a tutte le soluzioni che seriamente e in tempi ragionevoli possono fornire un apporto sostanziale al fabbisogno energetico e ridurre la dipendenza dall'estero e, quasi a mo' di giustificazione, il tentativo di gabellare come «alternative» puerilità come le centrali eoliche e i pannelli solari, rispetto alle quali, in realtà, a nessuno sfugge che non potranno mai offrire che un appoggio complementare e marginale alla produzione energetica complessiva, e antieconomiche in quanto sovvenzionate da generose elargizioni di denaro pubblico (leggasi dei contribuenti).

Se è vero che, come afferma Melograni, la Rivoluzione industriale è stata di gran lunga più potente di tutte le rivoluzioni politiche messe insieme, i Verdi e i loro alleati, che paradossalmente si collocano nell'area politica che si definisce «progressista», incarnano in realtà le posizioni più controrivoluzionarie, reazionarie e codine, il che giustifica il principio della non-cooperazione e della resistenza all'ambientalismo radicale.

! Giorgio Bianco
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