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Quale destino per i cattolici?

di Francesco Natale - 24 gennaio 2006

Viviamo in tempi misteriosi, non v'è dubbio: credo che in nessun momento della nostra storia repubblicana vi siano stati così tanti e così diversificati esegeti del cattolicesimo. Aperta la battuta di caccia elettorale in un Paese in cui oltre l'86% della popolazione si dichiara genericamente cattolico e oltre il 36% cattolico praticante, risulta del resto prevedibile che, per questioni di opportunità politica, si affianchino al Papa, fino a prova contraria unico «interprete qualificato», teologi in erba e modernizzatori, cattoprogressisti e secolarizzatori, nani e ballerine.

Rutelli, Fassino e Prodi ci spiegano omeopaticamente che Pacs e Cattolicesimo son fatti uno per l'altro, che il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali è la nuova frontiera del pensiero cristiano, quello vero, quello fucinato ai «tavoli della pace» di Assisi e Porto Alegre. Prodi e consorte (nel senso di Donna Flavia...) danno alle stampe un libello scritto a quattro mani, appena vendemmiato nella vigna farisea del cattolicume buonista e corretto, o, meglio, accettabile, nel quale il Professore e la «sciureta in terital», come felicemente la definì Vittorio Feltri qualche tempo fa, si lanciano in iperglicemiche autocelebrazioni: il loro profondo «cattolico sentire», le scampagnate con gli amici della parrocchia, la degna prole che tanto li rende orgogliosi per l'indefessa attività catechistica.

Che bello questo cattolicesimo senza Cristo, personaggio ormai scomodo e superato! Volontariato, solidarietà e tolleranza: ecco la nuova Trinità proposta dal Professore. Ovviamente, nessuna posizione netta e precisa su Pacs, applicazione della Legge 194, tecnoscienza ed eugenetica. Una truffa colossale, insomma. La Chiesa si dimostra resiliente alle indispensabili istanze della cosiddetta «modernità»? Ci pensa il demiurgo Romano a secolarizzare, in barba al Papa e ai neri cornacchioni della Cei. Del resto urge prendere contromisure: di fronte a Benedetto XVI, il cui sforzo per promuovere l'ortodossia «dal volto umano» comincia a dare frutti significativi e di fronte alla Cei che, pur non dando esplicite indicazioni di voto, ha chiaramente individuato gli elementi la cui difesa sul piano politico e civile risulta indispensabile, c'è il rischio che il popolo cattolico si risvegli bruscamente dal torpore indotto dal molle e subdolo chiacchiericcio del Professore, con le conseguenze elettorali del caso.

Ora, la questione non riguarda il maggior o minore «tasso di cattolicità» di una coalizione rispetto all'altra, né la piena o parziale adesione ai comandamenti dei singoli esponenti delle suddette coalizioni, né la loro presunta sudditanza rispetto al dettato papale, bensì la condivisione, nel pieno rispetto della laicità dello Stato, di una visione comune di società. Visione comune che, per quanto oggi sappiamo, non esiste nell'ambito della cosiddetta «Unione».

Detto questo, che cosa intendiamo per laicità? La pregiudiziale negazione di ogni valore cristiano? Il lanciare a briglia sciolta la tanto mitizzata ricerca scientifica sui binari dell'eugenetica? Il cieco e protervo razionalismo propugnato da Margherita Hack e dai suoi sgherri «atei, agnostici, materialisti»? No, nulla di tutto questo. Oggi risulta palese e assodato che la strada del cristianesimo si intreccia e interagisce con quella della storia. Valori ed etica ispirati al cristianesimo sono condivisi da laici, atei, esponenti di altre fedi religiose. Non possiamo immaginare il cristianesimo come scisso dalla realtà, confinandolo nel lager del silenzio ogni volta che si affronta il dibattito politico: sarebbe una forzatura stupida e anti-storica, che può giusto piacere ad estenuati personaggi che si ostinano a sopravvivere a se stessi, come Emma Bonino o Marco Pannella o, al più, a Cecchi Paone, il cui «outing», cantilenato ormai da più di un anno, ci ha francamente stancato.

Per questo mi chiedo, di fronte all'arbitrarietà di certune opportunistiche interpretazioni del cattolicesimo contrapposte all'unica possibile, quale destino spetta ai cattolici? Il prossimo voto politico sarà determinante anche per questa ragione. Vogliamo veramente che, così come è successo in Spagna, le parole «marito» e «moglie» svaniscano dalle nostre leggi? Ci sentiremmo più civilizzati e progrediti considerando l'embrione come un serbatoio di cellule staminali? Se è vero che l'86% degli italiani si dichiara cattolico, vorremmo davvero sottometterci alla dittatura della minoranza?

! Francesco Natale
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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