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La tecnofobia della sinistra di fronte al controllo del web

di Stefano Magni - 25 gennaio 2006

Negli Stati Uniti il governo federale ha chiesto ai motori di ricerca di mettere a disposizione i dati degli utenti Internet per sapere se i minorenni vanno a vedere siti porno. Il motore di ricerca più potente del mondo, Google, si è opposto e ha perso quotazioni in Borsa a causa del suo scontro con l'amministrazione. Contemporaneamente a questo scontro, uno scandalo analogo è scoppiato in Gran Bretagna, dove Blair ha chiesto di incominciare la schedatura genetica di tutta la popolazione. Nella terra in cui è nato il liberalismo si tratta di una proposta grave, che ha suscitato l'indignazione di buona parte dell'opinione pubblica.

E' interessante vedere la reazione della sinistra nostrana al controllo su Internet. Il Manifesto, che fino a due mesi fa sosteneva le tesi del summit di Tunisi (in cui Cina e Iran chiedevano di mettere Internet sotto controllo, sottraendone la gestione ai server americani) ha assunto una posizione più libertaria, vicina ai liberali inglesi e americani che difendono la privacy a oltranza. Mauro Paissan, nel suo editoriale, ricorda giustamente che: «Per questa via si ribalta uno dei principi della società democratica: invece che innocenti fino a prova contraria, i cittadini diventano tutti sospetti». Invece su La Repubblica del 23 gennaio, Stefano Rodotà, oltre a deplorare i provvedimenti che violano la privacy del cittadino, fa emergere una certa tecnofobia che, da un decennio a questa parte, caratterizza l'atteggiamento di buona parte dell'intellighenzia di sinistra nei confronti di Internet. Un sentimento che viene già tradito nel titolo, per altro molto appropriato: Se la tecnologia si prende le nostre vite, come se a controllare i nostri dati fosse la tecnologia in sé e non il governo. Secondo Rodotà è il governo a controllarci, ma la tecnologia e il suo sviluppo facilita il controllo: «Queste vicende ci dicono molte cose sul mondo in cui già viviamo e sono soprattutto un annuncio di quello in cui vivremo. La prospettiva è quella in cui gli strumenti elettronici congiungono il controllo di massa, ormai svincolato da un ragionevole motivo di indagine su una persona, con la trasparenza assoluta alla quale tutti finiscono con l'essere obbligati quando diviene legittimo che qualcuno metta insieme le informazioni contenute nelle più diverse banche dati, siano quelle di Google o quelle del gestore delle carte di credito».

Ma viene da chiedersi, visto che si parla di pornografia: quando gli utenti della pornografia dovevano entrare fisicamente in un cinema porno o andare a comprare una cassetta, non erano più controllabili da parte delle autorità? Adesso, a causa dello sviluppo della nuova tecnologia, la privacy è talmente protetta che il governo deve trattare con i singoli gestori dei motori di ricerca e... non ottiene nemmeno i dati! E anche se li avesse ottenuti, non avrebbe potuto controllare più di una piccolissima parte degli utenti, che sono milioni e milioni di individui che ogni ora cercano su Internet siti diversi. Ci rendiamo contro che la tecnologia di Internet ci ha resi pressoché incontrollabili, nel bene e nel male?

Rodotà non ci risparmia nemmeno un attacco al libero mercato e al diritto di proprietà, quando sostiene che: «la difesa della proprietà induce a censure di mercato, come è già accaduto quando proprio i responsabili di un motore di ricerca, pur di difendere la loro posizione in Cina, hanno invitato i loro utenti cinesi a non usare parole pericolose come "libertà" o "democrazia"...». Ma è da notare che i responsabili del motore di ricerca in questione sono gli stessi che adesso vengono indicati come paladini della libertà perché si oppongono all'amministrazione americana: perché in entrambi i casi stiamo parlando dei proprietari di Google. Il libero mercato è un luogo moralmente e politicamente neutrale e, non avendo a disposizione risorse di violenza proprie, gli imprenditori devono piegarsi alle norme locali. E' chiaro che in un regime totalitario come quello della Repubblica Popolare Cinese, nemmeno i gestori di Internet possono comportarsi come persone libere, mentre in un Paese libero, come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, gli utenti chiedono privacy e possono cambiare gestore se viene loro negato questo diritto. La responsabilità è dei governi, non di Internet e degli amministratori, né tantomeno la si può attribuire al diritto di proprietà. Ma questa inversione di responsabilità tradisce una mentalità di fondo che non ha fiducia nella libertà individuale né nella capacità delle nuove tecnologie di difenderla meglio.

! Stefano Magni
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