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Liceizzazione ad oltranzadi Rita Bettaglio - 25 gennaio 2006 Il 25 gennaio scade il termine ultimo per iscrivere bambini e ragazzi a scuola per il prossimo anno scolastico 2006-2007. Il prof. Bertagna, pedagogista e consulente del ministro Moratti (ma, purtroppo, non solo suo), dalle pagine del benemerito Corrierone nazionale, sancisce tout court il naufragio della Riforma della scuola. La definisce una riforma che non c'è stata ed un'occasione persa sulla quale ragionare un po'. Neanche a dirlo, dissentiamo totalmente dal Bertagna-pensiero e adombriamo un sospetto, neanche troppo remoto, di manovre di riavvicinamento in corso. Ma veniamo al sodo, tanto più che di Bertagna ci importa assai poco e la sua scelta come collaboratore per questa riforma non ci ha mai convinto. Che la riforma della scuola sia già naufragata ci sembra un messaggio in codice, come quelli dei video in arabo trasmessi da Al Jazeera. La riforma è legge dello Stato che, a poco a poco, sta trovando applicazione. Certo ci sono state e ci sono ancora oggi resistenze, ma non saremmo in Italia se non ci fossero resistenze ai cambiamenti. Lo scorso anno molte scuole primarie e secondarie di primo grado (elementari e medie) hanno fatto di tutto per impedire la libera scelta delle famiglie riguardo al tempo scuola di 27 ore, ma non potranno resistere ad oltranza davanti a genitori determinati ed informati che reclamano il proprio diritto. La riforma non è, come pare pensare Bertagna, un esperimento, un tentativo, un sondaggio d'opinione: è la legge che regola d'ora in poi, la scuola italiana. Di qui non si sfugge e ben lo sanno coloro che l'avversano ed i «tiepidi», quelli che si sono richiusi su se stessi, aspettando che la perturbazione passasse. Ebbene questa perturbazione non passerà ed il cielo della scuola italiana non potrà più rimanere quello, immoto, patrocinato dalla Triplice! Mi spiace per chi si illude che il sindacato potrà sempre metterci una pezza, magari mobilitando l'infanzia intera contro il ministro. Non succederà sempre così ed anche questi signori dovranno scendere dal pero e rendersi conto che siamo nel 2006 e non in una fumosa assemblea permanente. Il prossimo ministro dell'Istruzione, chiunque egli sarà, non potrà bypassare la legge. Ovviamente in molte realtà scolastiche, a molti livelli, si attendono le prossime elezioni, quasi fossero una teofania. Il problema della scuola italiana non è la Riforma od il ministro Moratti, ma è la scuola in sè, l'universo popolato da una fauna variegata ed eterogenea. Ci sono, e sono molti, quelli che vorrebbero lavorare come si deve, ma non hanno la forza di reagire alla corrente che porta irrimediabilmente a valle, verso il basso. Ci sono quelli che, purtroppo per loro, e talora senza responsabilità oggettiva, non hanno mai visto cosa voglia dire «lavorare come si deve», perchè, entrati nella scuola, tutto quello che gli è stato insegnato da colleghi e capi d'istituto è stato «tirare a campare», alla bell'e meglio. Ci sono quelli, poi, che se potessero, scapperebbero dalla scuola, perchè non ce la fanno più: ne conosco tanti, tutte ottime persone, che si sentono calpestati e derisi da tutti per il loro pervicace convincimento che a scuola si debba insegnare ed imparare. Non si offendano professori e maestri e non credano che me la prendo solo con loro, per partito preso. Ci sono anche molti genitori cui importa assai poco della formazione ed educazione dei propri figli e desiderano solo non aver problemi. I «geneticamente sindacalizzati» ci sono da entrambe le parti: quelli che desiderano sentirsi sempre dire che il loro figlio è bravissimo, anche se non sa nulla, quelli che pensano alla scuola come ad un «diplomificio», un posto dove ottenere l'agognato pezzo di carta. Chi se ne frega, poi, se ad esso non corrisponde alcuna preparazione, nè maturazione umana e di pensiero: l'importante è «andare avanti», sempre dritto, senza pensarci tanto su. Se ci pensassero, infatti, non manderebbero in massa i figli al liceo scientifico, come accade oggi. I licei scientifici scoppiano e sono spesso popolati da poveri ragazzi che si trascinano insufficienze dal primo al quinto anno, non sono motivati per lo studio che fanno (o che dovrebbero fare) e che sbarcheranno all'università senza neppure sapere come ci sono arrivati. Gli istituti tecnici, per contro, languono e si anemizzano sempre più. Eppure il mondo del lavoro, che non dovrebbe essere «un altro mondo» rispetto a quello della scuola, richiede a gran voce professionalità specifiche. Vox clamantis in deserto: nessuno risponde. Sono tutti impegnati a conseguire il titolo di «futuri disoccupati», che tanto fa comodo a chi vorrà arruolarli in qualche centro sociale o gruppo alternativo, raccontando loro la vecchia fola della lotta di classe. L'unica lotta di classe che avrebbero dovuto combattere sarebbe stata quella sui banchi di scuola, per guadagnarsi una formazione seria ed un futuro. Per loro e per il proprio paese.
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Ragionpolitica, periodico on line n.145 del 23/1/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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